LA CHINOISE – Jean Luc Godard (1967)
Con “La cinese” inizia concretamene il periodo “politico” di Godard.
Avevamo già visto che i prodromi di questa trasformazione erano già evidenti nei film precedenti, ma mentre in questi l’interesse del regista era più concentrato ad un analisi dei rapporti tra i sessi, alle citazioni letterarie, alle riflessioni filosofiche ed alla cinefilia mentre le riflessioni politiche restavano sullo sfondo e non sembravano neppure troppo ragionate ma solo atte a colpire provocatoriamente l’opinione dello spettatore senza una reale analisi, vuoi che fossero lampi sulla questione della guerra d’Algeria o della guerra in generale o boutade tra lo scherzoso e il risentito contro il consumismo e l’americanizzazione della Francia; con questo nuovo capitolo della sua prolificissima prima parte di carriera JLG si butta a tutto corpo nell’attualità raccogliendo i fermenti giovanili e il nascente sessantottismo nel suo farsi, addirittura anticipando modi di essere e soluzioni drammatiche del movimento che sarà.
In questo il suo percorso si allontana decisamente da quello dei vecchi compari della nouvelle vague che sembrano invece trovare una loro strada nell’osservazione della freschezza giovanile (Rohmer), nella trasposizione letterarie e poetica (Truffaut), nel cinema di genere seppur assolutamente con sguardo personale (Chabrol).
Per assurdo il cinema del tutto antinarrativo, sperimentale ed innovativo di Godard è più vicino al documentarismo etnico di Rouch che non alle opere narrative degli altri suoi (ex) compagni d’impresa.
Naturalmente non è che sia stata fatta tabula rasa di tutto quanto fatto prima e sia iniziata una nuova maniera di far cinema, è il contenuto che si fa più sociale, politico. Urgente.
Gli interessi godardiani che abbiamo imparato a conoscere restano come base (dialoghi spontanei presi da conversazioni di tutti i giorni, citazioni, riferimenti letterali, in particolare Dostojevski, cinefilia, prostituzione, amori contrastati), così come la sperimentazione visiva (giunge a compimento la fase di prove sul colore e sulla composizione dell’immagine con quest’opera “rossa”, invasa da libretti rossi di Mao disseminati ovunque, con contrasti ben studiati con mobilio dai colori brillanti giallo, azzurro e verde, omaggio alla pop art e con un occhio a Mondrian) e narrativa (Godard riprende portandola all’estremo l’indagine falsamente documentaria fatta di interviste ai protagonisti che aveva già utilizzato in “Masculin Feminin”).
La lucidità con cui JLG analizza il milieu studentesco-borghese “rivoluzionario” da cui scaturì il movimento del sessantotto per poi degenerare in atto terrorista (con tutto il suo armamentario fatto di retorica, speranze, noia, follia) è tale che addirittura il film è in grado di ipotizzarne il futuro e la fine.
Sembra una pellicola girata dopo la fine del movimento stesso invece che nel suo nascere. Il momento clou, saggio interno al film di una chiarezza, intelligenza e puntualità uniche, è il dialogo tra la studentessa Veronique (in procinto di “passare all’azione”) e il suo professore Francis Jeanson, filosofo di simpatie comuniste a suo tempo attivista e carcerato per l’opposizione alla guerra d’Algeria, in cui si disquisisce sull’opportunità o meno di atti di violenza paragonando le situazioni per lei simili, per lui assai differenti, dei rivoluzionari algerini e di quelli francesi.
Musa di questo nuovo “periodo” godardiano è Anne Wiazemsy, altra longilinea bellezza nordica che sostituisce, come protagonista e come compagna del regista, Anna Karina.
Il collegamento con la Nouvelle Vague resta con il reimpiego dell’icona Jean Pierre Leaud.
Il product placement di Godard è sempre stato un piazzamento dovuto ad un esplicitazione delle sue passioni (auto, giornali, riviste) oppure in reazione al consumismo che regola le vite moderne.
Come professiamo ormai da tempo il risultato è sempre positivo per l’esposizione/citazione delle brand ma in quest’ultima opera (proprio perché meno personale e più sociale e perché viene un po’ abbandonata la denuncia anti-consumismo) è minore delle precedenti.
Comunque possiamo contare brand usuali per Godard (GITANES, FRANCE SOIR e quella strana predisposizione a mostrare oli motore e detersivi, qui in uno scherzaccio appare la benzina “Napalm extra” e invece i “reali” PAIC e AJAX) e citazioni di auto (FIAT 850 e SIMCA) e riviste “in tema” (L’HUMANITE’, LE FIGARO, L’EXPRESS).
Contropubblicità per CLUB MEDITERRANEE considerati “campi di concentramento”.