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CINEMA
20 Aprile 2024 - 16:40

DIARIO VISIVO (Bergman 5)

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Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, Sve, 1957)
DIARIO VISIVO (Bergman 5)

Saranno almeno vent’anni che non rivedevo Il settimo sigillo (1956) di Bergman e due erano le scene che mi erano rimaste impresse e che ancora ricordavo bene. La prima sequenza, una delle sequenze più famose del cinema mondiale, quella dell’incontro tra Antonius Block (Max Von Sydow) e la morte per giocare la partita “definitiva” a scacchi sulla riva del mare (un cielo scuro, un uccello nero, gli scogli e il mare… racconta Margarethe Von Trotta che si è recata nel 2018 nel luogo in cui la sequenza è stata girata). La seconda è quella di Bibi Andersson che offre fragole e latte a Block e al suo scudiero circondata dal marito e dal figlioletto, dietro di loro il carrozzone con cui si spostano di paese in paese per recitare, cantare e fare giochi d’acrobazia (una costante di Bergman, il circo, i guitti, gli artisti itineranti).

Sono due scene emblematiche, la prima che segna il destino dell’umanità (ricordati che devi morire) e l’ombra della morte si prolungherà per tutto il film tra peste, guerre, streghe al rogo e atmosfera da fine del mondo; la seconda rappresenta invece la speranza. Infatti la partita con la morte voluta da Block, che sa benissimo fin dall’inizio che sarà destinato a perderla e che non se ne rammarica neanche tanto perché ha perso ciò che amava ed è tornato sconvolto e pieno d’amarezza dalla Crociata, serve solo a “prendere tempo”, proprio quel tempo che gli permette di portare a salvezza (attraversando la foresta piena di demoni, spiriti e briganti, metafora dello scorrere dell’esistenza) gli unici che lo meritano, ovvero quei poveri idealisti che cercano la libertà e la bellezza nell’arte (“l’arte si rivela uno strumento vitale nell’ineludibile compromesso con la morte”) (4). Una famiglia di poveri artisti che vivono alla giornata e vedono cose che altri non vedono (il marito è l’unico insieme a Block a vedere la morte ma anche in grado di vedere la Madonna col bambino).

Tra simboli e metafore si dipana questo road movie medievale con momenti horror e momenti da commedia dell’arte che visivamente si rifà a “gli affreschi delle chiese medievali: menestrelli ambulanti, appestati, flagellanti, streghe sul rogo, crociati e poi la Morte che gioca a scacchi” (1). Parlare de Il settimo sigillo rischia di essere pleonastico visto che su Internet si trovano le più disparate disamine di autorevoli (e meno autorevoli) studiosi di cinema dato che stiamo parlando del primo Bergman “adulto”, il film che lo ha lanciato nel panorama autoriale internazionale come grande autore personale. Un capolavoro su cui lo stesso Bergman però un po’ frena: “E’ un film disuguale cui tengo molto perché venne girato con mezzi poverissimi, facendo appello alla vitalità e all’amore” (2) e ancora “Ci sono alcuni tra i miei film che posso rivedere, o anche non rivedere, ma quando ci penso posso dirmi che vanno bene, anche se non sono un gran che. Ad esempio, Il settimo sigillo non è un grande film, ma io ci sono affezionato, mi è caro perché l’ho fatto talmente in fretta, investendolo di tanto amore e immaginazione… era molto ingenuo e non doveva costare nulla” (3).

La già citata Von Trotta nel suo bel documentario Searching for Bergman passato qualche tempo fa su Skyarte (dove cerca di conciliare il Bergman uomo con il Bergman regista tramite interviste a suoi figli, sue attrici, suoi collaboratori) ci dice che proprio la visione di questo film l’ha fatta innamorare del cinema e le ha fatto capire che anche con questo mezzo espressivo si poteva fare arte. Sempre a partire da questo film i critici dei Cahiers (Truffaut, Godard, Chabrol) hanno cominciato ad incensare Bergman facendo in modo che fosse conosciuto un po’ ovunque e non più confinato alla Svezia. Il neorealismo e Bergman sono i precursori del grande cambiamento in senso “artistico” del cinema finora “industriale” che poi Nouvelle Vague e grandi autori italiani (Antonioni, Fellini) hanno fatto diventare rivoluzione di linguaggio.

“Questo percorso pieno d’insidie e d’incontri, questa lotta patetica tra la vita e la morte evocano un Don Chisciotte esplicitamente metafisico, ed è proprio questo suo essere forse fin troppo esplicito l’eventuale riserva che può suscitare questo capolavoro universalmente noto. Ammettiamo pure che le straordinarie visioni che scandiscono il film, frutto del genio espressivo di Bergman, hanno garantito, più ancora della filosofia, l’ampiezza della sua fama. Si pensi all’iconografia della Morte (…) rivisitandone una delle rappresentazioni più tradizionali (cappa e cappuccio nero, falce, volto bianco dal ghigno imperturbabile” (4) (…)

Voto 7,5

  1. Sergio Trasatti, Ingmar Bergman, Il Castoro
  2. Ingmar Bergman, Lanterna Magica, Trad. Fulvio Ferrari, Garzanti
  3. Olivier Assayas, Stig Bjorkman, Conversazione con Ingmar Bergman, Trad. Daniela Giuffrida, Lindau
  4. Jacques Mandelbaum, I maestri del cinema, Ingmar Bergman, Trad. Martine Buysschaert, Cahiers du cinema
STEFANO BARBACINI

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