Navajo Joe nasce per essere IL film western del 1966 nella mente del produttore De Laurentis che vi vedeva un’opera di grande respiro con tanto di indiani (solitamente tralasciati dallo spaghetti western). Sergio Corbucci sente l’invadenza del produttore e non ama molto questo suo film che non è il migliore dei suoi western. Il regista ha appena girato il suo capolavoro del genere, Django, girato come piccolo film in attesa di iniziare l’altro ed evidentemente trattato con più passione di Navajo Joe.
Parlare di un film che ha deluso le attese non significa che quest’ultimo sia un brutto film in assoluto. Anzi, Navajo Joe è un buon western all’italiana con attori di primo piano (il protagonista è un incredibile Burt Reynolds giovanissimo e ancora senza la sua faccia da macho truffaldino che l’età gli costruirà, il cattivo è Aldo Sambrell, faccia giusta per dipingere un character violento e arrabbiato con il mondo, poi in ruoli secondari la bella e delicata Nicoletta Machiavelli che interpreta un’indiana mezzosangue purtroppo non sfruttata fino in fondo dalla trama e addirittura il grande Fernando Rey nel ruolo di un prete), denuncia del ruolo di vittima degli indiani e della vigliaccheria degli uomini bianchi, girato come si deve (e Corbucci nelle scene d’azioni aveva pochi rivali nei film a basso budget) anche se non con il fervore di Django. Ad esempio se guardiamo la scena del massacro del treno dove vengono uccisi madri di famiglia e donne innocenti, troviamo non corpi sdraiati immobili ma volti normali lugubremente senza vita, senza smorfie tipiche dei cadaveri rappresentati nei film, questa è la cura del dettaglio di Corbucci che rende agghiacciante la morte con una piccola accortezza.
La trama è invece semplice e scontata (la sceneggiatura è di Ferdinando Di Leo) e tratta di un indiano che vuol vendicare la moglie e la propria tribù sterminati da un crudele cacciatore di scalpi indiani, il mezzosangue messicano interpretato da Sambrell, e dalla sua banda. Quando questi ultimi finiscono per assaltare un treno con l’intento di impossessarsi del denaro destinato a sollevare le sorti di una povera cittadina, Reynolds fa in modo di recuperare i soldi e si propone di difendere la cittadina stessa dalla furia della banda che vuole recuperarlo. Vi riuscirà a prezzo della vita e nonostante la diffidenza degli abitanti di Esperanza (la cittadina in questione), vigliacchi e insensibili alle sorti di quello che anche per loro è uno “sporco indiano”.
Se per Nocturno (speciale Sergio Corbucci sul numero n. 96 dell’agosto 2010) “è un film che la fama di capolavoro la usurpa senza ragione”, per Giusti (Stracult,Sperling & Kupfer) “è un film meno violento del precedente, e sicuramente meno interessante”, addirittura nel dizionario dei film Mereghetti viene demolito “il regista (…) firma col suo nome una vicenda inverosimile (soprattutto nella sua scelta “filopellerossa”) con psicologie inesistenti e dialoghi che sfiorano il delirio” (ma il Mereghetti dà soltanto un mezzo voto in più a Django che tratta da brutta copia di Leone e Eastwood…).
Per fortuna i critici francesi che hanno curato “Il était une fois…le western européen”, un tomo di più di 450 pagine di grande formato edito da Dreamland editeur, hanno meglio articolato e secondo me centrato l’analisi del film: “Spesso dimenticato dagli amanti del western made in Cinecittà, spesso criticato, Navajo Joe è un film che, senza essere indimenticabile, merita la visione.” Poi, in disaccordo con il Mereghetti: “principalmente perché è uno dei rari film del genere a trattare (seppur superficialmente) del problema indiano, e con maggior profondità, degli individui meticci” (e poi ne mette in risalto alcuni dialoghi degni di nota). Inoltre esalta (giustamente) la colonna sonora di Morricone: “Opera di cui il compositore Ennio Morricone ha scritto la partitura, una delle sue più aspre per il western: dei tamburi, una chitarra elettrica sopra le righe, un piano (quasi fosse non accordato) che sostituisce il ruolo delle percussioni, ottoni parossistici, delle grida (fino ai limiti della saturazione) prolungano la rabbia distruttrice di cui i personaggi sono portatori fino al fondo delle loro interiora. Navajo Joe è cantato da cori esaltati, con, di tanto in tanto, per diminuire la furia, la voce di una donna che mormora un po’ di dolcezza. “
La WELLS FARGO che appare su una diligenza è da considerarsi più un tratto distintivo di un genere e di una nazione che non product placement per il resto assente.