Maryam Touzani ci aveva già colpito, per la delicatezza e la capacità sensoriale di utilizzare la camera, nel suo film d’esordio Adam, e qui, ne Il caftano blu, conferma che la sua capacità di coinvolgimento dello spettatore è assoluta nonostante il minimalismo delle sue narrazioni.
Nel suo primo film si trattava di inquadrare la vita solitaria di una panettiera, ora sotto le luci della fotografia di Virginie Surdej (la stessa che ci aveva deliziato in Adam) vi è il corrispettivo moderno e marocchino di Reynolds Woodcock di Il filo nascosto, ovvero Halim, un maestro sarto specializzato in caftani e le sue mani abili. Ma la protagonista del film è in assoluto Mina, la moglie (la stupefacente Lubna Azabal, una Anna Magnani araba anch’essa già protagonista dell’esordio della Touzani), una donna forte e “dominante” che purtroppo sta trascorrendo gli ultimi giorni della sua vita perché gravemente ammalata. E’ lei che si mette a dirigere dietro le quinte la vita del marito e del nuovo assistente di bottega, due uomini deboli e incapaci di fare una scelta forte di vita, ora assecondando con colpa, ora cercando di reprimere i loro istinti omosessuali.
Sarà lei, la donna che ha voluto Halim come compagno e che segretamente è sempre stata a conoscenza degli istinti sessuali del marito, a chiarire la situazione all’uomo in vena di confessione “tu sei l’uomo più puro che conosca, non avere paura di amare”. Un triangolo in cui l’amore è in ogni gesto, amore per la vita, per il prossimo, per la determinazione personale, per il mestiere, per la materia. Un triangolo con al vertice la fortissima figura di Mina, donna marocchina e araba.
Non si può restare indifferenti alla sensualità materica che la Touzani ci restituisce inquadrando i dettagli, le cose, i tessuti, la pelle sudata, le cicatrici, i volti, la frutta, i rapporti sessuali mai espliciti ma mostrati mettendo in risalto i particolari e restituendoci ciò che il cinema non potrebbe fare, ovvero il tatto e finanche l’odorato. La Touzani ci riesce e riesce a commuoverci senza costruzioni artificiose ma solo con la forza delle immagini. Recensendo il suo esordio scrivevo che a mio parere era nata una grande regista, questo secondo film me lo conferma.
Nessun product placement.