1969 a Seattle Liz Kendall giovane madre single e studentessa incontra Ted Bundy in un bar, se lo porta a casa e non si capisce perchè (attenzione non nel film ma nella vita vera) non la uccida, visto che era intrippato dalle studentesse e sembra che il suo primo omicidio (sospettato ma non provato) risalga al 1961. Ma questa forse è diversa e lui incomincia una relazione che durerà almeno fino alla sua cattura nel 1976
Il film, tratto dal libro della Kendal (Elisabeth Kloepfer) e di cui il regista ha anche pronta una serie per Netflix, non si concentra tanto sulle gesta di Bundy (che quasi vengono lasciate in secondo piano fino al processo) ma sulla paura della Kendall di scoprire che tutto quello che dicono sul suo uomo sia vero.
Poi c'è il processo (di cui sui titoli di coda vengono mostrate le vere immagini) che ripercorre esattamente quanto detto e fatto dentro l'aula del tribunale. Bravi gli attori ma il film lascia comunque a desiderare e si esce dal cinema convinti di non aver visto ciò che ci saremmo aspettati di vedere.
Poco il product placement ma interessante partendo da quello vero del maggiolone costantemente usato da Ted per i suoi agguati, a quello (inventato?) del figlio concepito praticamente sul distributore Coca-Cola della saletta delle udienze del carcere.