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CINEMA
18 Agosto 2026 - 11:09

DIARIO VISIVO (Alain Resnais 6)

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Da Voglio tornare a casa a Cuori
DIARIO VISIVO (Alain Resnais 6)

Senza i suoi ormai abituali interpreti, Resnais, nel 1989 si imbarca in un omaggio agli amati comics girando in inglese una commedia piuttosto bislacca, Voglio tornare a casa, un tentativo di fare, ancora una volta, qualcosa di diverso. Si inventa insieme a Jules Feiffer, autore completo di fumetti che sceneggia e disegna (proprio come il protagonista del film interpretato dal musicista e cantautore Adolph Green in un incrocio di arti e mestieri che deve aver elettrizzato il regista) ma che è anche stato sceneggiatore per il cinema di Conoscenza carnale di Mike Nichols, Piccoli omicidi di Alan Arkin e del Popeye di Altman, il personaggio di Joey Wellman, autore di fumetti piuttosto famoso anche se ormai sul viale del tramonto, che viene chiamato a Parigi per partecipare ad una convention in cui sono presentate alcune sue opere. L’uomo, accompagnato dalla compagna di vita Lena (Linda Lavin) accetta solo per poter andare a trovare la figlia Elsie (Laura Benson) che vive nella capitale francese da due anni per completare gli studi universitari. Questa è una fan accanita di uno scrittore sbruffone e dongiovanni di nome Gauthier (Gerard Depardieu) che cerca di conoscere da sempre per fargli leggere la propria tesi universitaria e diventare scrittrice. Mentre l’acredine per il padre (che non ha mai perdonato per aver lasciato lei e la madre tempi addietro e che probabilmente per reazione disprezza la cultura popolare di cui lui come artista fa parte) fa in modo di cercare di evitarlo, sarà proprio il genitore, di cui a sua volta Gauthier, appassionato di fumetti, è ammiratore, a farglielo conoscere in tutta la sua… deludente umanità. Il film adotta le animazioni dei due personaggi principali dei fumetti di Wellman, una gattina e un gatto antropomorfizzati, come coscienza “grillo parlante” della figlia la prima e del padre il secondo. Questa è l’unica vera sperimentazione del film che per il resto mette assieme i personaggi (a cui vanno aggiunti la vecchia madre ricca di Gauthier, un regista alcolizzato con moglie fedifraga e altri ospiti americani e francesi) in una lunga sequenza di festa in costume (tutti si vestono da personaggi di fumetti o cartoni animati) nel castello di Madame Gauthier (Micheline Presle) in cui viene inscenata una pochade con intrecci di legami sentimentali sia amorosi che parentali. Tutto questo parlando di fumetti, letteratura, cinema e musica e con tanti luoghi comuni su come gli americani vedono i francesi e viceversa. Resnais fa delle sue passioni un guazzabuglio solo a tratti riuscito non riuscendo a trovare il bandolo del suo cinema non riuscendo a cucire al meglio “L’humour selvaggio, feroce, amaro, caricaturale di Feiffer” che “ è molto conosciuto laggiù (in America ndr) anche se è ben lontano da avere l’unanimità di consensi a causa del suo morente e di sue prese di posizione politiche radicali” che qui manca quasi totalmente. Ma a Resnais interessa principalmente l’autore come autore teatrale “l’elemento decisivo nella mia scelta, è stato il suo teatro” (iv). “La satira degli intellettuali, il rapporto tra vecchio e nuovo continente, quello tra vecchie e giovani generazioni: per una pochade c’è troppa carne al fuoco. Tanto più che i personaggi in carne e ossa parlano con cartoni animati, e che a volte si capita in un musical. Divertimento cerebrale, come ci si aspetta dall’autore della sceneggiatura, Jules Feffer. (ix). (voto 5,5) Sicuramente il principale product placement del film è Air France ma poi è ben mostrata in modo cerchiobottista, vista la doppia produzione, TWA. Poi vediamo una Peugeot, un Total e il Bosford gin.

Dopo una dozzina di lungometraggi di fiction in cui Resnais ha sperimentato montaggio innovativo, manipolazione del tempo finzionale, contaminazioni di generi e l’approdo verso un cinema più “teatrale” e “sentimentale”, non stupisce certo che il successivo film del regista (o meglio due film in uno) Smoking/No smoking del 1993 venga tratto da una pièce teatrale del drammaturgo inglese Alan Ayckbourn, anzi da una serie di pièces raggruppate sotto il nome Intimate exchanges. State a sentire Resnais: “(Ayckbourn) si dedica ad esperienze di costruzione, di manipolazione del tempo e di regia che pochi autori drammatici si concedono” (iv) Non vi sembra di riconoscere il cinema di Resnais tutto dentro questa affermazione? E davanti alla possibilità di costruire due film che derivano da 8 piéces con tutte due finali differenti, quindi 16 diverse possibilità di racconto sollecita il nostro a buttarvici a capofitto. I film sono costruiti partendo da due possibilità, ovvero che la protagonista Celia Teasdale fumi o meno una sigaretta all’inizio delle due parti. Da questo (un po’ forzatamente ma è un dettaglio del tutto trascurabile) cambiano i destini suoi e degli altri personaggi. Rapporti che poi cambiano ulteriormente a seconda di frasi dette o non dette, azioni fatte o non fatte, piccole sliding doors che danno il via a differenti destini degli stessi personaggi (coppie che si disfano, altre che si formano, innamoramenti ossessivi, mariti ubriaconi che secondo l’agire loro o di altri si ravvedono o meno, funerali e matrimoni che cambiano con il cambiare di un piccolo particolare), tutte anticipate da quadretti disegnati da Floc’h, autore del filone ligne claire della bande dessinée amato dal regista. Ma non finisce qui, infatti tutti i personaggi (9, 5 donne e 4 uomini) sono interpretati da due soli attori: Pierre Arditi e Sabine Azema, ciò permette a Resnais di estremizzare il lato teatrale facendo sempre in modo che “in scena” restino due personaggi e non di più. “Il film supponeva un certo numero di paletti: essere tutto girato in studio, due soli attori che interpretavano quattro o cinque ruoli ciascuno, personaggi che non potevano mai trovarsi insieme sullo schermo” (iv). Un film che si potrebbe scomporre in vari segmenti che potrebbero essere montati diversamente, addirittura appartenere ad un film o all’altro, senza che cambi nulla della visione delle 4 ore e 40 di girato. “La ricorsività dei personaggi, delle azioni, dei tempi nasce da quella piattaforma algoritmica, e così il procedimento di andirivieni nel tempo e nello spazio, comune a tutto il cinema di Resnais e qui semplicemente matematizzato, <<mappizzato>>” (*) I toni del film sono quelli della commedia, alcuni episodi sono esilaranti, ma non mancano momenti di assoluta tristezza ed altri melodrammatici. Naturalmente la scelta di Resnais per i due interpreti non poteva che cadere su Pierre Arditi e Sabine Azema a cui è data possibilità di mettere in mostra tutto il loro talento interpretativo. “Smoking/No smoking è un parco giochi da re: cinque personaggi da comporre, in un tono prossimo al cartoon vivente dove lei (Sabine ndr) può lasciare libero corso alla sua fantasia. Più lei interpreta qualcuno di classe sociale bassa, più lei utilizza le parti basse del suo corpo. In classe alta, la matrigna aristocratica sta molto dritta e non muove le mani quando cammina; in classe bassa, lei fa camminare la serva come un’anatra, le chiappe indietro e grattandosi l’interno coscia come un gorilla (…) La donna ninfomane, l’interpreta come Jim Carrey o il lupo di Tex Avery” (xii) “E’ stato un lavoro colossale ma appassionante: il lavoro sulle differenti interpretazioni, la costruzione dei decors, i costumi e il trucco, ecc. Le riprese sono durate sei mesi (…) Ma Sabine e io, siamo usciti carichi e completamente rinvigoriti da queste riprese” (xi) Al solito Resnais è apprezzato da Morandini: “La struttura è da delirante rompicapo, ma non c’è nulla di astruso nella scrittura di Resnais che punta su una regia invisibile in cui la raffinatezza coincide con una trasparente semplicità al servizio dei dialoghi aguzzi e sornioni di Aykbourn, giocoliere di geometrie drammaturgiche: un cocktail di Ernst Lubitsch, Noel Coward e Sacha Guitry. (vi) Meno da Mereghetti: “L’intreccio di farsa e melodramma, buffo e patetico è sempre in punta di penna, con un senso molto british del paradosso e dell’ironia sui luoghi comuni (…) Ma il rudimentale ipertesto di Resnais, con i suoi ritorni indietro che costringono lo spettatore a un ingrato sforzo mnemonico, è più adatto a un medium interattivo come il laser-disc, dove si possa scegliere il destino dei personaggi, che alla pellicola o alla videocassetta, dove il tempo scorre in un senso solo. Il divertimento, in tal modo, è dimezzato. (ix) (voto 7) Va da sé che il product placement principale è quello delle sigarette Player’s (una di quelle è quella fumata o non fumata da Celia…). Pure ricorrente è una scatola di arance, vuota, della marca Outspan. La Mercedes è citata in un episodio.

Un altro film che aspettavamo prima o poi dal regista francese è un musical, guardando a Demy che ammirava. Con Parole, parole, parole (1997) (il titolo italiano è proprio preso dalla versione francese della canzone italiana portata al successo da Mina e Alberto Lupo inserita nel film e cantata da Dalida e Alain Delon) però Resnais fa, ancora una volta, qualcosa di diverso e di originale. Infatti non è il tipico musical in cui gli attori, doppiati o meno, cantano interi brani tra un dialogo e l’altro, qui gli interventi musicali sono tratti da spezzoni di canzoni, i cui testi si adeguano con logica ai brani, li sostituiscono, che attraversano tutta la tradizione autoriale francese (da Maurice Chevalier e Josephine Baker, per passare da Edith Piaf e Charles Trenet, fino ad arrivare ai più contemporanei Charles Aznavour, Albert Becaud, Serge Gainsbourg, Johnny Hallyday e altri). L’idea gli è venuta da un metodo analogo che utilizzava lo sceneggiatore televisivo inglese Dennis Potter per alcune delle sue serie tv. “Mi interessava avere degli estratti molto corti, tagliati qualche volta a metà, che è ciò che corrisponde al procedere del pensiero.” (iv) Altra stranezza, nell’ultima mezz’ora, nella lunga sequenza di una festa dove i rapporti tra i personaggi si disfano o si ricompongono, il montaggio separa i “siparietti” inserendo una medusa che aleggia sugli interpreti… “Il montaggio pare letteralmente annullato dalla logica corale della recitazione, a causa degli interventi delle canzoni, delle meduse che si fondono in sovraimpressione con i raccordi dell’ultima sequenza. (…) Il montaggio o quello che ne prende il posto (…) è serve a una rinnovata trascendenza verso l’impersonale (…) Questa via intrapresa da Resnais è sottostimata e mal compresa.” (v) Diciamo che l’esperimento, sicuramente gradevole e “teorico”, è particolare perché spesso si mal sincronizza con i movimenti della bocca degli interpreti del film. “Le riprese sono state un vero piacere anche se il play-back è stato duro da gestire all’inizio. (…) Resnais voleva veramente che la canzone arrivasse senza che lo spettatore l’avesse vista arrivare, nel mezzo di una frase o di uno sguardo. E’ molto importante questo modo di sorprendere la vita con il canto. Questo modo di sorprendere si può dire che è l’immagine della carriera di Resnais, per il quale la vita e il cinema non erano mai questo o quello, ma tutte due le cose insieme.” (xi). Gli attori sono, al solito, Sabine Azema, Pierre Arditi e André Dussolier, con l’aggiunta di Agnes Jaoui e Jean-Pierre Bacri (autori della sceneggiatura del film) e di Lambert Wilson per i personaggi principali. La Azema e Arditi sono (infelicemente) sposati, lei è la tipica donna manager che nella coppia vuole prevaricare il marito; lui, molto pacato e insofferente dei capricci della moglie, si rifugia in un rapporto extraconiugale. La Jaoui è la sorella della Azema ed è una guida turistica che sta prendendo una laurea su un argomento storico particolare che “interesserà dieci persone al mondo”. Fragile e malaticcia, si innamora del “vuoto” e vanesio Lambert Wilson mentre per lei spasima il colto e molto più affine a lei Dussolier (che, ironia della sorte, è vessato sul lavoro dal suo capo che è proprio Wilson…). Bacri diventa amico della Azema ed è odiato dalla sorella Jaoui e anche lui ha un rapporto giunto quasi alla rottura con la moglie Jane Birkin (una piccola apparizione per l’attrice). Insomma ritroviamo la struttura da pochade e da commedia romantica de La vita è un romanzo ma con maggior predominanza della parte leggera ed ironica, le storie che si intrecciano potrebbero essere altri episodi di Smoking/No smoking… “Sono contento di dire che andava sempre più verso la vita, questo non si diceva abbastanza, perché non si osava toccare <<l’icona Resnais>>, grande cineasta intellettuale. Durante i trent’anni in cui io l’ho conosciuto, ho sentito che cambiava, che andava verso una forma di abbandono, così come nella sua maniera di vivere. Prima era qualcuno di molto disciplinato, molto controllato (…) uno che andava a letto alle 22. Verso la fine della sua vita, guardava film fino alle 2 di notte. C’era un parallelo con il cambiamento nei suoi film” (x) (6,5)

Molto più classico e… molto più musical (nel senso che qui le canzoni sono scritte apposta e cantate realmente), è il successivo Mai sulla bocca (2003) che è la trasposizione con poche innovazioni di un’operetta del 1925 scritta da André Barde, già portata sullo schermo da Nicolas Evreinoff e Nicolas Rims. Un film teatrale con solo due décor utilizzati, una grande stanza (per un’ora e venti minuti) e una garçonniere con cortile (per i restanti venti, in pratica un secondo atto breve). Entrambi spazi da palcoscenico in cui si alternano vari personaggi, le sorelle Gilberte e Arlette Poumaillac, il marito e due spasimanti di Gilberte, l’amica Huguette. Siamo negli anni Venti del Novecento tra flapper dress e canzoni che richiamano il cubismo e il dadaismo, la pochade che vede protagonisti i citati personaggi viene accelerata dall’arrivo del primo marito di Gilbert, l’americano Eric Thompson che, scherzo del destino, è stato il primo marito della donna all’insaputa del marito, il quale si vanta di non poter mai essere tradito perché “il primo uomo conosciuto da una donna resterà per sempre il solo suo amore”… La trama e le schermaglie dialettiche sono molto semplici ma le canzoni gradevoli e la grazia della regia di Resnais rende il tutto estremamente piacevole. Siamo di fronte ad un’opera girata con divertimento e senza troppi rovelli di innovazione cinematografica (forse è la prima volta che Resnais non mette qualcosa di “strano” narrativamente o visivamente nel suo cinema, eccezion fatta per i personaggi che ogni tanto si rivolgono direttamente allo spettatore rompendo la quarta parete, come a teatro si rivolgono alla platea). Sabine Azema (Gilberte) e Pierre Arditi (il marito) fedelissimi al regista sono della partita come Lambert Wilson anch’esso già interprete per Resnais. Tra gli altri attori troviamo una fresca Audrey Tatou, il navigato Daniel Prevost e la divertente e autoironica Isabelle Nanty. Il film è stato girato come riempimento di un altro che tardava ad essere prodotto. “Eravamo di fronte all’eterno problema degli esterni reali, che impongono di far coincidere il piano di lavoro con la durata delle stagioni e la disponibilità degli interpreti. Come girare rapidamente un nuovo progetto, sapendo che la scrittura di una sceneggiatura impegna facilmente per due anni? Ho suggerito a Persery di fare un film <<senza sceneggiatura>>, partendo da un film di cui io avrei ripreso i dialoghi parola per parola, oppure un film muto, o una pièce teatrale (…) Ho finito per suggerire il repertorio delle operette degli anni 1920 (…) questo universo mi era famigliare. All’età di undici o dodici anni, nel 1933-34, ho assistito a varie rappresentazioni del genere durante le vacanze famigliari a Parigi. (…) Sono stato colpito dalla follia del libretto di André Barde, il suo sviluppo musicale dell’assurdo. Ho trovato un testo molto scritto, un gioco con le parole, con le sonorità che mi intrigava.” (iv)

Con il successivo film, Cuori (2006), Resnais torna ad attingere da una pièce dell’inglese Alan Ayckbourn, quello di Smoking/No smoking. Il titolo originale del testo teatrale era Private fears in public places ed è certamente meno da commedia, seppur con derive drammatiche, e molto più malinconico. Si narra di alcuni personaggi, sei per la precisione, che si ritrovano a dover far fronte alla tristezza della solitudine e della mancanza di affetti, o perché li hanno perduti o perché non li trovano. Anche chi vive in coppia come Dan (Lambert Wilson) e la moglie Nicole (Laura Morante) si sentono soli, lei per la mancanza di vitalità di lui che, dopo esser stato cacciato dall’esercito, non sopporta più la presenza della moglie e si ritrova tutti i giorni ad ubriacarsi al bar di un hotel. In quel bar dove lavora Lionel (Pierre Arditi) vedovo e assillato dall’unica presenza in casa di un padre ormai avviato verso la demenza. Ma si sentono soli anche Gaelle (Isabelle Carré) giovane e bella ma senza legami e il fratello Thierry (André Dussolier), agente immobiliare che ha un debole per la collega Charlotte (Sabine Azema), una bigotta con “l’inferno dentro”. Proprio quest’ultima è il personaggio più interessante, cattolicissima (la sua lettura principale è la Bibbia) ha però una specie di seconda personalità che le fa regalare alcune vhs apparentemente innocue ma che contengono scene di suoi balletti sexy e probabilmente masturbazioni in coda (le regala a Thierry ma anche ad Arditi) e fa alcuni “servizietti” all’allettato ed irascibile padre di Lionel… che finisce in ospedale felice! Resnais utilizza quattro location tutte al chiuso (dell’esterno vediamo solo la neve che cade), il bar dell’hotel, la casa di Wilson e la Morante, quella di Arditi con il padre allettato (che non si vede mai) e l’ufficio di Lionel e della Azema. “L’arte della costruzione scenica peculiare (delle prime opere del regista ndr) si trova in maniera più discreta nei suoi ultimi film. Un esempio è come i differenti personaggi di Cuori appaiono ciascuno per la prima volta sullo schermo: sempre dietro a vetri, tendine di perle o di ghirlande. Il loro viso diventa indissociabile da una sorta di velo opalescente, lo stesso che letteralmente vela i loro pensieri e rende a chiusura stagna il loro affetto (…) E’ la suddivisione spaziale dell’ambiente a confinare i sentimenti.” (v). Piccola deviazione qualche immagine di altri appartamenti visionati dalla Morante insieme a Therry. Ciò basta per allontanarsi dal teatrale puro di Mai sulla bocca in cui in pratica si era su un palcoscenico arredato con per lo più piani fissi uniti ogni tanto da una veloce carrellata, ma anche la macchina da presa è molto più mobile, gira attorno ai personaggi, vi sono piani sequenza e un montaggio che a tratti ricorda gli inizi artistici del regista. Nel chiuso delle stanze vi è il gioco degli incontri tra i personaggi in una ronde tipica degli ultimi film di Resnais ma qui come non mai sterili. Poi la neve, reale e metaforica. Nel film nevica ininterrottamente, gli abiti si sporcano di bianco, gli stacchi tra una scena e l’altra sono divisi da dissolvenze in cui nel nero brillano i fiocchi di neve e, coup de theatre delizioso, in una delle ultime, emozionanti scene, la neve entra e scende anche dentro alla casa di Arditi… “La ripresa delle mani posate sulla tavola ricoperte di neve è breve ma avvincente. Fissa allo stesso tempo una spolverata di neve fugace e un momento eterno che sfida la tristezza e la morte, e il motivo ricorrente della neve, che sia all’esterno o sullo schermo televisivo, la quale ha anche l’aria di una pioggia di cenere”. (v). “All’epoca si diceva che era un film crepuscolare, testamentario, ma quello che più mi colpiva era la solitudine, la depressione, più che la morte.” (x) (voto 7) Insolitamente abbondante, per Resnais, il product placement che vedi in evidenza Mac Apple, Philips, Hervé L. Leroux Paris e Maalox!


 

“Io penso che lui ringiovanisse tramite il lavoro, e che portasse il peso di un’infanzia forse soffocante (…) Era una macchina per pensare, continuamente al lavoro, a riflettere, ad interessarsi di tutto. E’ vero che i personaggi dei suoi film sono spesso depressi, deprimenti, però lui non era così (…) Resnais era anche così, un bambino. Un bambino molto intelligente, riflessivo, colto, coraggioso. Veramente coraggioso. E scaltro, anche” (x)

*Sergio Arecco, Alain Resnais o la persistenza della memoria, Le Mani, 1997

**Jean-Loup Passek, Dictionnaire du cinéma, Larousse

*** Georges Sadoul, Storia del cinema Mondiale, Feltrinelli economica

IV) François Thomas, Trente ans avec Alain Resnais Entretiens, Les Impressions Nouvelles, 2022 

V) Joachim Lepastier, A la taille de l’amour, Cahiers du cinema Aprile 2014

VI) Morando Morandini, Il Morandini 2011, Zanichelli

VII) Cyril Béghin, Le montage à travers les ages, Cahiers du cinema Aprile 2014

VIII) Tullio Kezich, recensioni riportate su Il Millefilm e su Il film ‘80, Oscar Mondadori.

IX) Paolo Mereghetti, Dizionario dei film 1996, Baldini&Castoldi

X) Intervista con André Dussollier di Stephane Delorme e Jean-Philippe Tessé su Cahiers du Cinema, Aprile 2014 

XI) Intervista con Pierre Arditi di Stephane Delorme su Cahiers du Cinema, Aprile 2014

XII) L’enlèvement de Sabine, Laetitia Dosch, Cahiers du Cinema, Aprile 2014

 
Stefano Barbacini

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