“Hugo per tutta la vita mi ha calpestato, io sono l’idiota, lui è il saggio. Lui ha tutto e io non ho niente. L’ho appena capito. Io sono un uomo felice, lui no.” E’ questa una delle ultime frasi del film che James Cagney/Biff Grimes dice all’amico e confidente barbiere in Bionda fragola (1941). Si riferisce a Jack Carson/Hugo, l’amico d’infanzia che negli anni ha sfruttato l’amico per diventare ricco, gli ha “rubato” la ragazza di cui era innamorato, lo ha mandato in carcere per 5 anni al posto suo utilizzandolo come utile idiota per firmare documenti compromettenti. Ad inizio film Biff è appena uscito dalla galera, ha aperto un piccolo studio dentistico e vive, alla fine dell’800, con la moglie Olivia de Havilland/Amy in difficoltà economiche e con una rabbia interna che lo rende stizzoso con i vicini. Inizia qui un lungo flashback, praticamente tutto il film, come ad esempio anche in La città è salva, in cui si racconta quello che è successo tra lui, Hugo e Rita Hayward/Virginia, la “bionda fragola” del titolo e miglior amica di Amy; una caratteristica, quella del passaggio tra presente e passato, ricorrente nel cinema di Walsh. “Si trova qui uno dei segreti dell’arte classica di Walsh, una maniera di legare tra loro forze dell’ordine e del caos, attraverso un gioco di vasi comunicanti.” (*) Rita Hayward (in forma splendida soprattutto quando indossa un lungo vestito nero fasciante e scollato) interpreta il personaggio perno del racconto. Civettuola, la tipica ragazza che fa fischiare gli uomini al suo passaggio, vola come una farfalla di fiore in fiore facendo innamorare sia Biff che Hugo (questo forse più che innamorato vuol vincere la competizione con l’amico…) e scegliendo quello che ha i soldi, sposandolo, anche se probabilmente avrebbe preferito l’altro. Questa ambiguità che amplia la crepa tra i due ex-amici continua quando lei intercede con il marito per assumere lo spiantato Biff (che nel frattempo ha sposato Amy) e nella stupenda scena in cui durante una cena tra le due coppie, mentre vi è un black out, Virginia bacia in bocca Biff… Se la Hayward è splendida, chi vince la competizione tra star è Olivia de Havilland capace di dare brio e serietà, allo stesso tempo, al personaggio di Amy in un’interpretazione magistrale; così come Amy, fondamentalmente seconda scelta rispetto a Virginia, vince la gara verso la felicità con Virginia la quale sotto sotto rimpiange di aver scelto il borioso e fondamentalmente stupido Hugo rispetto a Biff. Il film è una commedia romantica e morale con momenti veramente divertenti (le due ragazze che ridono insensatamente, i quattro che cercano di mangiare gli “esotici” spaghetti del cuoco italiano Giuseppe senza esserne capaci, l’interpretazione da saltimbanco di Cagney che non sta mai fermo e finisce in un bidone durante un’acrobatica capriola…) e con inaspettati momenti musical. Walsh dà il suo meglio nelle scene con molti personaggi con piani sequenza che partono da punti insignificanti per arrivare verso i protagonisti della scena dopo aver inquadrato varie scenette (principalmente quella del ristorante in cui mangiano Biff e Virginia). “Non solo racconta una storia molto umana, crea anche un’atmosfera, ricrea un periodo storico” (New York Sun) (voto 7-). Bock beer nel product placement.
“Questa comunione di psicanalisi e western non sembra molto rappresentativa dell’estetica di walshiana che privilegia l’azione alla psicologia. E infatti: è più che altro farina del sacco di Niven Bush, glorificato dal successo di tre anni prima di Duello al sole di King Vidor, e vero architetto del progetto (tanto che il ruolo di protagonista femminile è affidato alla moglie, Teresa Wright)” (*) Western e psicanalisi dunque in Notte senza fine (1947) di Raoul Walsh che potete recuperare gratis su Rakuten; connubio che poi piacerà molto ai migliori registi italiani di spaghetti-western. Robert Mitchum è il tormentato protagonista, Jeb Rand (e quante volte lo abbiamo visto in questo ruolo con il suo volto duro e asimmetrico che sembra segnato dalla vita a dispetto di un fisico imponente). Nel suo passato vi è stato un avvenimento traumatico e violento da cui è stato tratto in salvo (e gli è tenuto nascosto) da una donna, Mrs. Callum (Judith Anderson di acida e controversa tenerezza) che lo accoglie bambino insieme ai suoi due figli naturali, un ragazzino e una ragazzina. Crescendo Jeb e la sorella adottiva Thorley (la Wright) si innamorano ma il loro legame sarà interrotto dal passato che ritorna sottoforma di odio e vendette. Walsh è al suo meglio utilizzando il bianco e nero come se fosse un noir, inquadrando i primi piani con violenta intensità, “una particolare violenza formale, (…) una frontalità panica che è un tratto “classico” solo apparentemente, (…) altrettanto delirante quanto la violenza, più moderna, di Bresson, Rossellini o Hitchcock” scrive Daney (vedi *). Ma è nella composizione delle scene drammatiche che dà il meglio sfruttando la profondità e la prospettiva nel posizionamento dei volti, dei corpi. Su tutte l’intensissima scena in cui Thorley spara a Jeb per poi scoprire che il suo odio è amore e avvinghiarsi a lui. Bellissimo. “E’ uno di quei film – giusto un pugno – che dimostrano in maniera definitiva il potere del cinema, quando è tra le mani di un artista geniale, come accade qui con Raoul Walsh. Western psicanalitico da una parte, poema e affresco cosmico dall’altra, il territorio e l’ambizione del film sono immensi, quasi illimitati (…) I cieli neri, le rocce, gli interni appena illuminati di James Wong Howe sono delle acqueforti che paragonate a queste, in qualche momento, l’arte plastica di un Dreyer sembra uno schizzo di un debuttante.” Così scrive Jacques Lourcelles, uno che di Walsh è chiaramente fan accanito (**). “Un western d’annata, firmato da Walsh, narrato con quei toni impareggiabili, spogli ma efficaci che contraddistinguono il suo stile” (Morandini). “Un western anomalo e psicoanalitico (…) dove i protagonisti devono combattere più i propri mostri interiori che i nemici esterni (…) perfettamente equilibrato nell’intreccio tra presente e flashback, il film utilizza la recitazione genialmente teatrale dei personaggi (…) e la capacità di mostrare la natura non come paradisiaco rifugio ma come nemico ostile e incombente per dare concreta corposità ai temi psicologici del racconto. Una grande riuscita” (Mereghetti). “Revenge-western cupo ed esteticamente bello” (Maltin) (voto 7,5)
Un film che galleggia tra il thriller poliziesco, il noir e il film di gangster, è uno dei capolavori di Raoul Walsh, La furia umana (1949). I primi 30 minuti sono da scuola cinema per come riesce a far avanzare senza intoppi una trama che basterebbe per un film intero. Ci viene presentato l'assoluto protagonista, Cody Jarret con l'iconica e indimenticabile interpretazione di James Cagney, in "media res" ovvero mentre sta per effettuare una rapina ad un treno, rapina sanguinosa con omicidi gratuiti e crudeli. Le fasi della rapina sono impeccabili e avvincenti come lo sarà la parte iniziale di La città è salva con la difesa del poliziotto Humphrey Bogart di un testimone d'accusa dalle minacce di morte. Inquadrature e montaggio lasciano poco respiro allo spettatore che viene coinvolto in questa azione, poi chiamato a seguire le rapide e incalzanti indagini della polizia al comando di Philip Evans (John Archer). Nel frattempo Cody si è rifugiato con la banda e la madre in una casa isolata. Qui in pochi minuti ci viene presentata una situazione di rapporti psicologicamente complessi. Il rapporto edipico del capobanda con la madre (una strepitosa quanto arcigna Margaret Wycherly disposta a tutto per il figlio come vedremo in seguito); quello con la moglie femme fatale del film, Verna (Virginia Mayo, una delle attrici meglio votate al ruolo di maliarda nel cinema hollywoodiano), donna fascinosa quanto bugiarda, traditrice e voltagabbana; quello con il braccio destro, il truce Big Ed (Steve Cochran anch’esso con la faccia giusta per il ruolo), che vorrebbe prendere il posto del capo nella banda ma anche a fianco di Verna. Infine lo scontro con la polizia in cui Cody ferisce Evans e fugge in Illinois per confessare una rapina al Palace Hotel di Springfield (realmente esistito ma già chiuso in quegli anni e quindi non local placement), rapina incruenta che gli costa due anni di galera ma che lo scagiona da quella al treno che gli costerebbe la sedia elettrica! Ed è passata solo mezz’ora scarsa vi ricordo… Inizia così una seconda tranche di film, un carcerario in cui Cody deve vedersela con un sicario mandato da Big Ed e con l’amicizia di un altro detenuto Vic Pardo (Edmond O’Brien), apparentemente suo sodale ma in verità poliziotto che collabora con Evans. Tutto costruito tra tensioni e vita comune all’interno del carcere (con tratti quasi documentaristici) fino alla fuga di Cody e Pardo a seguito della notizia della morte di Ma Jarret che voleva vendicare il figlio nei confronti di Big Ed e Verna che si sono messi insieme nel frattempo. Inizia poi un torbido noir in cui Cody vuole andare a regolare i conti con i due amanti. Ombre lunghe da cui escono personaggi scuri, poca luce, notte dark. E vento, tanto vento che sottolinea la pazzia di Cody. Il momento più suggestivo è quello, magistrale, in cui si confrontano gli impauriti Big Ed e Verna e in un serrato campo/controcampo veniamo a sapere che la madre di Cody è stata uccisa da Verna che le ha sparato alle spalle mentre questa minacciava Big Ed. Ma la fedifraga e viscida Verna usa le armi del fascino per ribaltare le cose e far credere a Cody che la colpa è tutta di Big Ed. La parte finale con la ripresa delle indagini poliziesche e i tentativi di Pardo di comunicare con la polizia è molto più convenzionale ma ha un momento altissimo quando, per dimostrare la freddezza e l’indifferenza di Cody all’omicidio, James Cagney, con il suo volto grintoso e beffardo, mangia una coscia di pollo allo spiedo e contemporaneamente uccide senza remore un traditore. “Raoul Walsh riattualizza e rinnova il genere accentuando tre delle caratteristiche già presenti prima della guerra, ma mai portate a questa grado di audacia e d’incandescenza: la violenza, il realismo documentario, il comportamento nevrotico e patologico dell’eroe.” (**) Eroe negativo, psicopatico e mammone, feroce e ingenuo (è tradito da tutti, ingannato da amici e amante) che Walsh sia nelle scene di dialogo che in quelle di azione sa caratterizzare al meglio: “l’aspetto metallico della fotografia, le folgoranti scelte nelle inquadrature e la concatenazione dei piani, il ritmo incalzante imposto alle sequenze esprimono l’energia demoniaca di questo personaggio” (**) “Ideologicamente appartiene agli anni ’30: ne ha il ritmo veloce, il forsennato dinamismo, la recitazione spiccia, la mancanza di preoccupazioni sociali. Con una novità di carattere psicoanalitico: il gangster megalomane ed epilettico di Cagney è dominato da un forte complesso edipico” (Morandini). (voto 7/8) Product placement per Cadillac, Buick e Seagram’s Seven Crown whisky.
Sempre con la sceneggiatura di Niven Bush è anche un altro western successivo, Tamburi lontani (1951), in cui Walsh va più diretto con il suo cinema che avanza per avvenimenti, che si dà un obbiettivo e ci mostra le azioni per raggiungerlo: “fin dall’inizio si costruisce come una concatenazione di avventure: dal viaggio strano e meraviglioso lungo il verde e brillante fiume in una terra selvaggia disseminata di coccodrilli e serpenti fino alla caratterizzazione del capitano Wyatt, dentro/fuori dell’esercito e della civiltà (soldato e vagabondo, gentiluomo e selvaggio)”(***). Tutto si basa su una missione (che di solito appartiene più ad un film di guerra che non ad un western, tanto è vero che il film è considerato come una specie di remake di Obiettivo Burma, film di guerra dello stesso Walsh), che vede coinvolto il capitano dell’esercito Quincy Wyatt (“Gary Cooper capace di esprimere e, al tempo stesso, trattenere, contenere, il tormento, l’inquietudine”)(***) “tipico personaggio walshiano: è insubordinato e la sua arditezza sta nel saper infrangere le regole depistando, oltre che i nemici se stesso e i suoi compagni d’avventura” (***) che qui sono un manipolo di soldati. La suddetta missione consiste nel penetrare in una fortezza in cui alcuni contrabbandieri di armi fanno affari con gli indiani Seminole, permettendo loro di armarsi e di diventare aggressivi conquistando (meglio sarebbe dire riconquistando) territori in Florida. Una volta dentro devono far saltare tutto e fuggire. Qui però incontrano un’avventuriera, Judy Beckett (Mari Aldon), con la cameriera al seguito, che i soldati si portano con loro. Attaccati dai Seminole per salvarsi devono inoltrarsi nelle impervie paludi delle Everglades… Ma attenzione perché il film d’avventura è anche una storia d’amore e di rivalsa. Sia Quincy che Judy hanno un passato doloroso alle spalle e una rabbia vendicativa che si portano dentro. La fuga attraverso i pericoli della palude e il confronto con gli indiani (assieme ad incontri a chiar di luna tra alberi e vegetazione dei due) porteranno alla consapevolezza che non si può vivere con la voglia di vendetta e odio contro gli altri, più importante è rifarsi una vita, cambiamento suggellato da un bacio atteso fin dall’inizio. “Salvarsi significa prendere e condurre l’essenza alla sua manifestazione, ri-soggettivarsi disvelando ciò che è nascosto, avvolto nel silenzio o invischiato nella devozione per ciò che essenziale non è, e portarlo alla luce.” (***) Nonostante il film sia girato in esterno nei territori della Florida risente decisamente dell’aria da studio, tipico dell’Hollywood più classica che rivisti oggi sanno un po’ di posticcio, con attori sempre ben vestiti, che non sudano e non soffrono, che spesso sono ripresi davanti a matte painting e con animali di gomma o presi da immagini d’archivio. Anche il Technicolor che solitamente dà quell’aria sognante e quei colori impattanti al cinema d’allora, qui contribuisce ad un look un po’ falso. Nonostante ciò secondo Lourcelles “Distant drums rappresenta la quintessenza del film d’avventure americano (…) Il cinema, qui, non solamente sposta le linee, ma le dirige tutte verso una meditazione morale, semplice ed evidente, dirette da un regista che filma come respira.” (**) Ma Lourcelles, da cui attingeremo spesso per la sua adorazione per il cinema walshano, è fan estremo del regista, ad esempio l’americano Halliwell è meno entusiasta: “Una saga d’azione eccessivamente lunga, con momenti noiosi compensati da una star dominante e da alcuni episodi vivaci.” (Halliwell’s film guide). Per Mereghetti: “L’eroe (…) sa coniugare scelte pratiche e rigore morale (…) con la stessa composta eleganza con cui Walsh racconta le sue avventure, senza fronzoli o inutili compiacimenti. Una grande dimostrazione di classicità espressiva. (voto 6+)
Sempre del 1951 è La città è salva, poliziesco serratissimo con protagonista Humphrey Bogart. La regia fu attribuita al regista Bretaigne Windust che, dopo aver girato un po’ di materiale, fu licenziato dalla produzione e la Warner lo affidò a Walsh ed è a tutti gli effetti un “suo”film. L’incipit è subito una sorpresa perché assistiamo al tentativo di tenere vivo un testimone da parte della polizia. Al comando delle operazioni c’è il procuratore distrettuale Martin Ferguson (Bogart) e a dispetto di una situazione su cui molti ci hanno fatto film completi, Walsh decide di far morire subito il testimone ma non perché venga ucciso (anche se un tentativo lo fanno) ma perché per la paura cerca di andarsene fuggendo sul cornicione del palazzo e cadendo in basso. In pochi minuti ci viene presentato un quadro di per sé potentissimo, vi è un tentativo di omicidio e un tentativo di salvataggio drammatico da parte di Bogart verso l’uomo che sta per cadere. “I primi quindici minuti sono un’esplosione di tensione potente e rapida, come non ricordo da stagioni a questa parte” (iv). E adesso inizia il film! Infatti il nostro Ferguson non ha nessuna intenzione di lasciar andare il supercriminale contro cui doveva testimoniare il morto, ma ha solo sette ore per trovarne un altro. Come? Allora, insieme ad un suo collaboratore, decide di ripercorrere tutta la vicenda che ha portato all’arresto di tal Mendoza, il quale era alla testa di un’organizzazione di assassini a pagamento. Inizia un lungo flashback (e a momenti anche un flashback dentro il flashback in un gioco d’incastri temporali che sempre sono piaciuti al regista) in cui si sviluppano le indagini partite da un uomo disperato che si presenta alla polizia dicendo di esser stato costretto ad uccidere la donna che ama. Da qui un incalzante passaggio da indizio ad indizio per rincorrere vari personaggi fino ad arrivare al vertice di una piramide di crimini. Il film diventa quasi un’apnea per lo spettatore immerso nel nero di notti fumose e ombre inquietanti tipiche del genere noir. E il finale sono “quindici minuti che potrebbero far piangere d’invidia Hitchcock” (iv). “Poliziesco fatto di ombre e vicoli, lampade basse e tagli di luce noir, dove il plesso dell’azione narrativa è costituito dalla voce attorno alla quale si dipana il racconto, la voce che tenta di smascherare questo reale, di registrarlo, di cozzarlo.” (***) (voto 7) Product placement per Bock Beer.
Tra il 1951 e il 1953 (anni prolifici per Walsh che ha diretto 11 film nel triennio) il nostro gira ben 4 film marinari, il primo dei quali è Le avventure del capitano Hornblower (1951). Ambientato quasi interamente sui mari, prima sul Pacifico poi sulle coste tra la Francia e la Spagna (ma in realtà tutto girato nel Mediterraneo e sulle coste francesi, in particolare a Nantes), le avventure del capitano si svolgono durante la guerra di Inghilterra e alleati contro Napoleone. Il temuto e rispettato capitano (Gregory Peck che rivedremo protagonista anche del successivo Il mondo nelle mie braccia) è uomo tutto d’un pezzo, ma che nasconde un cuore grande ed un senso di giustizia impeccabile. E’ un temerario e quando gli viene assegnata la missione di andare a sobillare una presa di potere in America Latina contro i possedimenti spagnoli, lo fa mettendo a rischio l’intero equipaggio che, dopo sette mesi di navigazione, si trova senza viveri e con poca acqua. Arrivato in loco nonostante tutto, dà man forte ad un crudele dittatore, pur di portare avanti i suoi compiti, ovvero di indebolire la Spagna che è alleata di Napoleone, conquistando una grossa nave spagnola e consegnandole al pessimo personaggio. Quando verrà a sapere che durante il viaggio la Spagna ha cambiato sponda ed ora è alleata agli inglesi, corre a riparare l’errore andando a rincorrere e distruggere (nonostante l’inferiorità della sua nave) l’imbarcazione consegnata al dittatore. Nel frattempo sulla nave è salita la sorella del Duca di Wellington, Lady Barbara (Virginia Mayo che torna a lavorare col regista dopo Furia umana), accolta malissimo dal capitano che non la vorrebbe sulla sua imbarcazione. Durante la battaglia che porta alla distruzione della barca spagnola però la donna si rende utile come infermiera, sostituendo il dottore defunto, e qui scatta una scintilla tra i due che si innamorano, ma la loro unione è bloccata dal fatto che lui è sposato e lei promessa sposa ad un ammiraglio… Altre imprese eroiche seguiranno da parte di Hornblower nella battaglia contro Napoleone con la sua nave, fino al finale in cui i due possono coronare il proprio amore senza infrangere leggi e… codice Hays, dato che entrambi diventano vedovi! E pare ne siano anche ben contenti… Il film scorre via veloce tra una battaglia e l’altra sui mari la cui soluzione di continuità viene interrotta solo dall’intermezzo romantico e da brevi scene ambientate a terra. Immagini spettacolari ben organizzate da Walsh (su tutte la distruzione della barca spagnola) che ottiene l’attenzione empatica dello spettatore con due grandi scelte registiche. La prima quando dopo un incessante incedere avventuroso, alla fine della battaglia vinta, si stacca sul dramma di un ragazzo che sta morendo e che scambia Lady Barbara per la madre chiedendole di baciarlo, come faceva quando era bambino, prima della morte. Uno stacco emotivamente improvviso e per questo impattante. L’altra quando Lady Barbara viene portata via dalla nave dal promesso sposo e, nella magistrale soggettiva con zoom che arretra, c’è tutta la tristezza del capitano che vede allontanarsi il proprio amore allontanandosi sempre più da lei nonostante resti fermo e desolato in coperta. “Questo superbo divertissement hollywoodiano dove il Technicolor è re, è senza dubbio il più sontuoso film d’avventure marittime del dopoguerra (…) L’azione e l’avventura contano più di coloro che le vivono. Filando a tutta velocità, questi sono come uno specchio affascinante teso allo spettatore perché vi si immerga con la febbrile immaginazione dell’infanzia (…) Ricama tra Peck e Virginia Mayo, in un registro che non gli appartiene particolarmente ma in cui riesce ad essere nonostante tutto geniale, delle scene d’amore pudiche dalla dolcezza e dell’eleganza incomparabili” (**) “Avventura narrata eccellentemente attraverso la compenetrazione di interno e esterno, emozione e azione, grazie al ritmo del montaggio e alle magnifiche inquadrature, in particolare le carrellate” (***) (voto 6)
Il mondo nelle sue braccia per il capitano Jonathan Clark (Gregory Peck), detto “Il bostoniano”, è la donna che ama, la dolce, piccola e graziosissima Contessa Marina Selanova (Ann Blyth), nipote dello zar e in fuga dalla Russia dopo la rivoluzione. La stringe a sé in un finale romantico davanti al timone della sua barca (Titanic arriverà 45 anni più tardi…) dopo mille peripezie che Roul Walsh ci ha raccontato, al solito senza prender fiato, tra ironia, avventura, scazzottate e corse a vela su mari agitati. Il mondo nelle mie braccia (1952) è una commedia romantica che si fa spazio in una struttura da avventura per marinai tosti e macho, in cui la figura di Clark è quella di un pirata dal cuore buono, un duro che sa menar le mani, rispettato da tutti e che dà filo da torcere ai russi in Alaska andando a sottrarvi pellicce di foca rovinando loro un business notevole. Ha con sé spalle comiche come “Il profeta” che parla per aforismi, l’inuit “Testa di ferro”, fortissimo e sgradevole per il suo odor di pesce che lo contraddistingue, e il nemico/amico, l’infido e inaffidabile “messicano” interpretato da Anthony Quinn. Anche questo film ne contiene almeno… tre. Nella prima parte la combriccola ne fa di ogni in quel di San Francisco, dando al film un ritmo di caos irrefrenabile, fino a che il buon Clark, a cui nessuno riesce a tener testa, diventa un tenerone innamorato della contessina (che le si presenta come una semplice dama di corte) che sta fuggendo da un matrimonio combinato che non vuole. Inizieranno così i guai per il marinaio che, quando la contessa viene rapita dal principe russo Seymon che la doveva sposare, corre in Alaska sfidando venti e marosi, rischia di essere impiccato e alla fine, ben prima de Il laureato, si precipiterà alle nozze per riprendersi l’amata. “Nella prima parte che va fino al rapimento della contessa da parte di Seymon, humour, truculenza, leggerenza e pittoresco servono da introduzione allo slancio romantico che spinge il capitano e la contessa l’uno verso l’altro prima della loro brutale separazione (…) La seconda parte è un marinaresco ammirabile, uno studio dei movimenti attraverso i quali Walsh rivela un altro lato del suo talento: quello di dipingere gli elementi e l’energia umana di fronte agli elementi. La terza parte è una recita d’avventure da feuilleton, fantasiosa, hollywoodiana se si vuole, dove il Technicolor è re” (…) Infatti il film è girato in uno splendido Technicolor, fotografato da Russel Metty, ed è interessante per come intreccia entertainment e storia (i nobili russi fuggiti dalla terra madre, l’acquisto dell’Alaska da parte degli americani); le uniche ad uscirne male sono le povere foche, massacrate dai russi ma anche dai “buoni”, anche se questi hanno un’etica… nell’ucciderle… I personaggi di quest’opera sono “Selvaggi e indisciplinati, guasconi e dispendiosi, spensierati e liberi (…) che con la loro genuina spontaneità si contrappongono agli ufficiali della nobiltà russa, ingessati e disciplinati, contratti e incarogniti… fiacchi e civilizzati. Banda rizomatica senza disciplina né strategia che disgrega e sbaraglia con un’azione da guerriglia l’esercito russo irrigidito nella disciplina e strategicamente formalizzato. (…) Film avventuroso di una forza inaudita, selvaggia, rizomatica, con alcuni tra i momenti più gaudenti e energetici del cinema di Walsh” (***) “E’ uno di quei film emblematici di Walsh che sembrano ogni volta riassumere la sua intera opera facendola allo stesso tempo progredire.” (**) “E’ un film d’avventura alla vecchia maniera, di ritmo vivace e di ariosa libertà inventiva che sa coniugare l’epica con l’umorismo, l’emozionante col divertente.” (Morandini). (voto 6,5)
Nel 1957 Walsh gira uno dei suoi film più potenti, una specie di risposta strong a Via col vento di cui recupera il protagonista invecchiato di poco meno di una ventina d’anni, Clark Gable. Mettendo sullo schermo il romanzo di Robert Penn Warren (quello di Tutti gli uomini del re, libro e film che danno un disilluso ritratto di un politico americano populista, attuale eccome ancora oggi…) La banda degli angeli, Walsh ci immerge nel pieno sud degli Stati Uniti d’America nel periodo prima e durante la Guerra Civile raccontando la storia della bellissima Amantha Starr (Una Yvonne De Carlo a tratti di sensualità ai limiti del codice Hays), figlia di un proprietario di una piantagione e di schiavi, che alla morte di quest’ultimo scopre di essere figlia di lui e di una schiava di colore, quindi bianca ma con sangue nero. Da padrona a schiava e la sua vita cambia da un giorno all’altro nella razzista regione. Viene acquistata da un personaggio ambiguo Hamish Bond (Clark Gable che ha dalla sua la temperanza dell’età rispetto allo sbruffone del film citato del 1939), ricchissimo proprietario di piantagioni che tratta benissimo i suo schiavi ma ha un passato a dir poco da seppellire. Tipico eroe walshiano, sempre ai limiti e oltre la legge ma con una bontà di fondo, appunto, eroica. Se ne innamora ma quando scopre il suo passato gli sfugge. Walsh rende racconto e personaggi mai tagliati con l’accetta, l’ambiguità e la disillusione di Bond è anche quella dei nordisti che, giunti a liberare gli schiavi, trattano a loro volta sudisti e neri con superiorità e razzismo; quella dello schiavo nero Rau-Ru (Sidney Poitier) che, nonostante sia stato trattato come un figlio da Bond, si rivolta contro al suo “padrone” per rivalsa di razza sottomessa ai bianchi; quella degli americani che, dopo la Guerra Civile, abolito lo schiavismo resteranno comunque razzisti per un altro centinaio d’anni e più… “Non-riconciliazione è quella messinscena in Banda degli angeli. Film critico, intenso e fiammeggiante – come la fotografia di Lucien Ballard. Esibizione autoriflessiva della crisi e sulla crisi (…) L’opera cinematografica di Raoul Walsh transita e trasmuta incessantemente in rovesciamenti di fronte, sobbalzi e scossoni. Temperie della natura e violenza umane. E’ questa la costellazione in cui s’inscrive Banda degli angeli. Le cesure e i conflitti provocano il crollo senso-motorio (e lo schema senso-motorio è ciò su cui si regge il classicismo) di Amantha, e provocano il vacillare e lo sfaldarsi di orientamenti, riferimenti e distinzioni.” (***) “Tanto sul piano plastico che drammatico, la maestria, la tranquilla maturità dello stile di Walsh appaiono costantemente nella sua maniera di evocare con distacco un universo in rottura sul quale passa il vento della storia, o altrettanto quando costruisce con trattenimento ma precisione i tormenti, le ferite segrete dei personaggi.” (**) “Ne esce il suo film più faulkneriano, sostenuto dalla stupenda fotografia di L. Bllard e dagli interpreti che si prestano bene all’inversione dei ruoli dei rispettivi personaggi.” (Morandini) (voto 7,5)
(*) Raoul Walsh, le monde est à lui, Josué Morel, Cahiers du cinema n.801, 2023
(**) Jacques Lourcelles, Dictionnaire des films, Bouqins Ed.
(***) Raoul Walsh o dell’avventura singolare, Tony D’Angela, Bulzoni Ed.
(iv) Critica d’epoca sull’Observer riportata sulla Halliwell’s Film Guide, Paladin.