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CINEMA
18 Marzo 2024 - 23:55

DIARIO VISIVO

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Commedie da Taiwan e dall'Italia con un Totò televisivo. Su Cielo recupero un erotico non certo indispensabile.
DIARIO VISIVO

Dopo averlo perso al NIFFF e al FAREAST perché abbiamo fatto altre scelte, e poi pentito quando ho saputo che il film era il candidato di Taiwan agli Oscar, recupero grazie a Netflix il film di Wei-Hao Cheng, Marry my dead body (2023). Ahimè la candidatura mi sembra particolarmente incomprensibile, forse dettata dal grosso successo di pubblico di questa commedia pro-gay (ma non è certo questo il problema), a tratti divertente ma per la maggior parte scombinata, spesso irritante per la sua infantilità e che riesce con difficoltà ad inserire anche momenti action e un finale clamorosamente melodrammatico. Un poliziotto omofobico e macho è costretto da strane ritualità orientali a dover sposare un ragazzo morto per evitare la sfiga che altrimenti lo sta perseguitando (finisce investito da un’auto e quindi all’ospedale e altri inconvenienti gli succedono). Il novello sposo gli si presenta come fantasma e con lui riuscirà a sconfiggere il boss della droga che si scopre essere anche il pirata della strada che ha ucciso, investendolo, il ragazzo-fantasma. La trama è piuttosto intricata ma poco avvincente e ne fanno parte anche un cane-botolo piuttosto simpatico, la nonna e il padre del morto, un’agente doppiogiochista, il capo della polizia. (voto 5,5) Un apprezzamento per le camice Muji e varie auto (Volkswagen, Suzuki e  altre) sono il product placement del film.

Su Cielo tutte le settimane trasmettono un film “erotico” più o meno di qualità. Recentemente è passato Instant infini (Il momento infinito, 2017), film svizzero-francese prodotto dalla stessa produttrice di Besson, che a primo acchito sembrava intrigante. L’inizio vede una coppia sposata arrivare in un paese vicino a Ginevra dove lui cerca lavoro. E’ subito evidente che il suo stato di disoccupazione, la moglie che non lavora e una tragedia del passato stanno distruggendo il loro rapporto. Lui cerca lavoro da mattina a sera ed evidentemente ce l’ha con la donna con cui non vuole più avere rapporti sessuali. Lei si masturba 6/7 volte al giorno “perché è l’unico modo per non pensare a nulla” (beh sempre meglio che drogarsi o ubriacarsi…). I due hanno finito i soldi e non hanno neppure più l’auto. Allora lui chiede alla moglie, letteralmente: “visto che ti piace tanto masturbarti perché non lo fai in una chat a pagamento?”. A questo punto la trama sfiora più volte l’assurdo involontario, lei accetta e trova una donna nella chat che accetta di darle 9000 euro, scopre nel giardino uno scheletro, scopre l’assassino e lo costringe ad ucciderla o ad aiutarla a suicidarsi, perché da sola non ci riesce. Alla fine (spoiler da evitare a chi volesse annoiarsi un’ora e mezzo a vedere questo film) viene salvata nei tempi di recupero dal marito, l’assassino diventa un amico da ringraziare (!?) e finalmente i due capiscono che per superare il trauma bisogna fare un figlio e quindi tornare a trombare!!! L’unica, debole, scusante per un film così privo di logica, di approfondimento psicologico e di trovate interessanti (e anche con pochissimo erotismo) è che è stato girato da Douglas Beer (che se lo è anche scritto) con un budget risicato e in soli 18 giorni (notizie IMBD). (Voto 5-) Una vecchia Renault abbandona ad inizio film i due sposi, il Mac Apple è usato dalla protagonista per la chat e Google per le ricerche online.

Il cinema delicato di Gianni Di Gregorio. Le sue sono commedie del vivere quotidiano girate con una grazia da vecchio saggio, una grazia d’altri tempi. Ho visto Lontano lontano (2019) pochi giorni dopo aver guardato Il ritorno di Casanova di Salvatores, così da poter confrontare come due registi del tutto diversi affrontano il tempo che passa, o meglio il tempo che è già passato. Da una parte la versione “patetica” e isterica di due uomini in qualche modo speciali, il donnaiolo Casanova e il regista famoso interpretato da Toni Servillo, dall’altra quella di tre uomini comuni, tre vecchi che hanno un passato normalissimo, un professore di latino, uno scansafatiche che aiutava il fratello ortolano e un venditore di oggettistica di poco valore. La loro è una consapevolezza più pacata come pacato e tranquillo è il film, a loro basta un panino con la porchetta, una fetta di cocomero e una bottiglia di vino, perché i loro vissuti giovanili non sono molto differenti dalla loro vita odierna. Non cercare di rivivere quello che non potrà mai più essere come prima, ovvero vite piene di donne e riconoscimenti, come fanno i due protagonisti del film di Salvatores. I tre “antieroi” di Di Gregorio (interpretati dal regista stesso, da Ennio Fantastichini e da Giorgio Colangeli) hanno un solo problema, quello di rendere più facile sopravvivere con le misere entrate che hanno, pensioni minime o poco più e piccole vendite che rendono pochissimo. Allora cercano di accodarsi ai tanti pensionati italiani che emigrano e progettano di andarsene alle Azzorre dove le poche entrate varrebbero molto di più e permetterebbero una vita più dignitosa. Nel giro di una settimana questo sogno sembra concretizzarsi, poi viene frenato dalla burocrazia e infine si arena contro l’incapacità di lasciare i propri affetti e i luoghi dove i tre hanno sempre vissuto. In un’intervista su Cineforum Nuova Serie numero 0, il cosceneggiatore Marco Pettenello spiega: “quella storia è molto romana (…) perché c’è questa idea di essere lì da sempre, di un’umanità che è sempre stata lì e sempre lo sarà, di un passare del tempo sonnolento e quasi irrilevante”. Allora si resta lì dove sempre si è vissuto, dove ci sono le radici del proprio passato e i pochi soldi preparati per andarsene meglio regalarli a coloro che se ne vanno dalla loro terra con motivazioni più serie, per non morire, come i giovani africani emigrati. (Voto 6,5). La birra Martin è un chiaro product placement nel film dove appaiono anche un pickup Chevrolet e vari luoghi romani come bar, chioschi e ristoranti.

Nel 1967, l’anno della sua morte, Totò è stato ingaggiato dalla RAI per riproporre alcuni suoi sketch teatrali e girarne di nuovi per una serie tv chiamata Tutto Totò diretta da Daniele D’anza. La serie è poi stata rimessa in circolo da una serie di VHS nei primi anni del 2000, episodi che ora si trovano abbastanza facilmente su Youtube. Ho visionato uno dei più bizzarri, ovvero Totò Ciak (1967) dove il comico, ormai stanco e quasi cieco, si ritrova a fare due parodie, una dei film degli 007 ed una dello spaghetti western. Il risultato non è esaltante, anche a causa delle difficoltà di Totò, ma vi sono momenti “crazy” come la presenza prima, dopo e tra i due sketch di gruppi beat italiani, di performance canore di Morandi, Bobby Solo, Anna Identici, Maurizio Graf. Vi sono anche due divertenti “special guest”, Ubaldo Lai che ripropone il suo Sheridan sotto mentite spoglie nel primo episodio e quello di Gordon Mitchell che impersona un Ringo “cattivo” nel secondo. (Voto 5,5). Birra Whurer, Motta e qualche liquore tra il product placement allora “vietato”…

STEFANO BARBACINI

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