Dopo aver letto gran bene di lui come rappresentante di punta (misconosciuto) del cinema superindipendente, recupero tramite la meritoria Mubi le tre/quattro opere (una è “doppia”) di Patrick Wang. Devo dire, guardando il suo primo film In the family (2011) che non mi accodo all’esaltazione generale, vi trovo una fotografia piatta, un’interpretazione mediocre (in primis quella di Wang stesso) e una scarsa capacità di sintesi (quasi tre ore per raccontare una storia piuttosto scontata e già vista in altri contesti, sono veramente troppe). Tutto da buttare? Certo che no. Non sto dicendo che tutti quelli che ne parlano bene hanno preso un abbaglio (anzi probabilmente ci hanno visto più lungo di me visto che poi l’autore ha dimostrato poi di essere interessante), ma mi sembra che ci sia stata una sopravvalutazione, almeno nel caso di questo esordio. Joey e Cody vivono una felice vita di coppia gay con il figlio di Cody avuto dalla defunta moglie. Il bimbo è intelligente e ben contento di avere due padri. Purtroppo Cody ha un incidente d’auto e muore. A questo punto entra in scena la sorella di Cody, Eileen, e il marito di lei che fino ad allora avevano trattato benissimo Joey, chiedendo ed ottenendo che il bambino passi sotto la loro tutela non facendolo più vedere al compagno di Cody. Per la particolarità della vicenda, dato che Joey e Cody erano solo una coppia di fatto senza legami riconosciuti, per di più omosessuali, tutti gli avvocati a cui si rivolge Joey rifiutano la causa perché la danno persa. Finchè un loro collega ormai in pensione interviene e convince l’uomo a cercare più che una vera causa un confronto di apertura e dialogo, ottenendo così il risultato di riavvicinare Joey al piccolo e ad Eileen. La sceneggiatura affronta un argomento importante con costruzione intelligente ma travolge, soprattutto nel finale “giuridico”, con fiumi di parole e sarebbe sicuramente stata più idonea per una serie televisiva, caratteristica che ha tutto il girato più televisivo che non cinematografico. (Voto 6-) Nel film troviamo qualche brand, Coca Cola, Ford e birra Hite.
Secondo film di Patrick Wang in cui il regista indipendente sinoamericano continua la sua narrazione “famigliare” e intimista, anche se a differenza del suo esordio (il cui soggetto e la sceneggiatura era di Wang stesso) nasce da un libro della scrittrice Leah Hager Cohen poi sceneggiato dal regista. La scrittura è sicuramente la parte interessante dell’autore Wang ma in questo secondo film anche la parte visiva è decisamente più curata, con utilizzo migliore delle potenzialità del digitale e ben lontano dalla piattezza di In the family. The grief of others (2015) narra di una famiglia che si sta sfaldando a causa di un evento traumatico, la perdita del terzo figlio da parte della madre. L’arrivo di un’adolescente, figlia del marito, nata da una relazione precedente, cambia le cose nella casa. Lei stessa è incinta e pure lei perderà il bambino. Questa seconda perdita funge da onda d’urto per far superare alla famiglia (padre, madre e due figli, maschio e femmina) il dolore mai metabolizzato e a ritrovare l’unità famigliare. Tutto molto semplice ma anche intenso. (voto 6,5). A parte la presenza di una Toyota non riscontriamo product placement.
Infine l’opera più importante di Wang, divisa in due parti, A bread factory (2018). E’ un film che ci riporta allo spirito nouvelle vague, tra Rivette e Rohmer, in cui il teatro e la cultura sono di fondamentale importanza. Nella prima parte si narra la lunga disputa tra gli animatori del centro culturale installato a New York all’interno di una fabbrica del pane dismessa, centro importante per i giovani della comunità e diretta da due anziane intellettuali, Dorothea e Greta, e un nuovo polo teatrale d’avanguardia chiamato May Ray, diretto da artisti orientali, in cui troviamo gente raffigurata come boriosa e presuntuosa e con poco da dire se non vuota apparenza e snobismo per la cultura classica. La decisione del consiglio comunale di dover elargire dei finanziamenti, che se dirottati sul May Ray porterebbero alla chiusura della Bread Factory, finisce in una specie di dibattito in cui le due parti devono convincere il sindaco (corrotto da finanziatori cinesi) dell’importanza del teatro tradizionale rispetto a quello dei nuovi, approdati con le loro idee alternative ma vuote. Wang mostra il lavoro teatrale delle due compagnie e segue alcune vicende private dei componenti della Bread Factory, insegnanti e studenti, con una scrittura decisamente più complessa ed articolata che non nelle sue opere precedenti, più lineari e “sentimentali”, insomma un’opera più matura seppur sempre libera ed indipendente. E’ chiaro lo schierarsi di Wang a favore di una rappresentazione culturale che si rifà ai classici greci e alla poesia contro l’avanguardia artistica che dipinge come inutile e fuorviante. In verità questa presa di posizione non può essere condivisa da tutti e ci sembra un po’ manichea (anche ridurre il cinema mainstream ad un coglione dal bell’aspetto ma totalmente interdetto ci pare semplicistico). La parte migliore del cinema di Wang, che evidentemente progredisce sia come regista che come scrittore ad ogni film, anche grazie a interpreti di livello (su tutti Tyne Daly), è la seconda parte di A bread factory, una fantasia teatral-musicale il cui riferimento principale più che Broadway è sempre il cinema francese, in questo caso Jacques Demy. Mentre si fanno le prove per mettere in scena la tragedia greca Ecuba e si arruolano nuovi attori, continua la diatriba con il duo May Ray e la cittadina viene invasa da turisti canterini che si muovono per la città e nei locali cantando e ballando. Così, pur non convincendomi totalmente l’esordio In the family devo ammettere che le capacità in embrione mostrate allora da Patrick Wang sono uscite e ora abbiamo nel panorama indipendente americano un regista con un futuro interessante, se riuscirà a continuare a lavorare. (voto 7) Il Mac Apple e qualche auto asiatica (Hyundai e Nissan) non sembrano essere in vista come product placement ma necessari alla realizzazione del film.