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CINEMA
18 Febbraio 2024 - 21:09

DIARIO VISIVO

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Il Griffith che ha dato il via all'era del lungometraggio, un Huston con Brando e Taylor e il recupero di due film più recenti
DIARIO VISIVO

Fino al 1911 si era convinti che l’attenzione del pubblico non potesse reggere più della lunghezza di una bobina (circa 16-18 minuti) e quindi per non più di quella durata i film erano girati. Fu D.W.Griffith in quell’anno a volere riempire due rulli di girato per il suo Enoch Arden, lunghezza necessaria per raccontare la storia di Enoch, protagonista del poema in versi di Alfred Tennyson del 1864, dramma di mare in cui tre amici, Philip, Enoch e Annie passano insieme l’adolescenza. I due ragazzi sono entrambi innamorati di Annie che alla fine sceglie di sposare Enoch. Nascono due figli ma la povertà mette in difficoltà la famiglia. Allora Enoch decide di partire in barca alla ricerca di fortuna. Naufragherà e sopravviverà restando, tipo Robinson Crusoe, su un’isola solitario per anni. Intanto Annie ormai credutolo morto, dopo molti rifiuti, accetterà di sposare Philip da sempre innamorato di lei. Si riformerà una famiglia unita con l’arrivo di un altro figlio. Enoch riuscirà poi a tornare a casa e quando vedrà, senza essere visto, la felicità dei suoi figli e di sua moglie con Philip, si terrà in disparte e si lascerà morire di disperazione. Il film fu distribuito in due bobine (perché la produzione non era convinta della durata doppia) ma il pubblico si lamentò e fu poi proiettato nella lunghezza intera di poco meno di 40 minuti. Il film sancì l’inizio dell’era del lungometraggio. (voto 6).

“Il più grosso film che abbia mai fatto è Riflessi in un occhio d’oro (1967) di John Huston tutto girato a Roma nello stesso periodo. Strano. Al pubblico non è piaciuto. Era troppo avanti” ricorda Gordon Mitchell che nel film ha una piccola parte come soldato. Il film di Huston potrebbe essere stato scritto da Freud in persona (invece è tratto da un romanzo breve di Carson McCullers) dato che è tutto incentrato su psicopatologie e sessualità repressa. Il grande regista riesce ad orchestrare Marlon Brando (è un maggiore dell’esercito intransigente con i sottoposti, depositario delle norme comportamentali di un comandante che cerca di trasmettere alla scuola ufficiali, uomo apparentemente tutto d’un pezzo ma umiliato dalla moglie e con tendenze omosessuali), Elizabeth Taylor (una moglie adultera e più affezionata al proprio cavallo che non al marito e all’amante), Brian Keith (il colonnello amante della Taylor, amico e traditore del maggiore, col cruccio di una moglie con problemi psichici dovuti alla perdita di un figlio) e Julie Harris (la moglie di Keith, psicolabile e autolesionista che si è mutilata i capezzoli) in un concerto da camera di insoddisfazioni, frustrazioni e malessere interiore. Chi fa avanzare principalmente gli eventi sono però due personaggi marginali, il soldato Williams (voyeur che si introduce nella camera della Taylor per osservarla dormire e annusarne i vestiti) e il servitore/amico della moglie del colonnello, Anacleto, considerato un signor niente ma che causa un clamoroso vuoto quando se ne va. Siamo dalle parti dei drammi psicologici del tempo, tipo quelli di Tennessee Williams. “Elizabeth Taylor era molto nuda, la gente non sa questo (in effetti sullo schermo la si vede nuda ma è un body double n.d.r.). E Marlon Brando ha fatto la parte del frocio, si chiama Pendleton nel film” sempre dichiarazioni di Mitchell che ci fa capire che la sua ammirazione per i due attori è assoluta: “Ciak, (la Taylor n.d.r.) dopo al massimo dieci secondi, si mette a piangere subito. Prima stava baciando Richard Burton. Dopo quaranta, cinquanta secondi di scena, Lizbeth dice a John; <Ti piace?>; lui: <Sì. Va bene, basta>. Anche tutte le scene che ho girato con Marlon Brando, bastava un ciak.” (Le dichiarazioni di Gordon Mitchell sono prese dall’intervista pubblicata su Nocturno N.85 di Settembre 2009). “Portando sullo schermo il romanzo (…) Huston non si fa coinvolgere dalle ambiguità omosessuali del libro e riesce così a mantenere uno sguardo distaccato e neutro su un gruppo di personaggi che vogliono andare fino in fondo ai loro desideri e che innescano una tragedia senza rendersene conto” (tre asterischi Mereghetti). “E’ un film inquietante e suggestivo in cui Huston racconta con distacco lucido i personaggi senza dare valutazioni morali né spiegazioni psicologiche” (tre asterischi e mezzo Morandini). Meno positivo Kezich che ne evidenzia il lato grottesco involontario e ha parole positive fondamentalmente solo per i quattro attori principali. (Voto 7,5). Dove c’è Liz c’è alcol e il product placement principale è il whisky Golden Wedding.

“Sei sessista, razzista, bigotto, donnaiolo, sciovinista, misantropo e anche omofobo” così Helen, la figlia maggiore, apostrofa il padre David Brown (Woody Harrelson). Manca solo “fascista” ma questo se lo dice da solo. In Rampart (2011-Oren Moverman) David Brown è un poliziotto sporco e cattivo, pluriassassino e violento castigatore di cattivi, lui è legge e giustizia, e se ogni tanto ci finisce in mezzo un innocente è uno che incidentalmente è finito dalla parte sbagliata della sua pistola. La sua vita è disordinata, ha una famiglia di sole donne, due sorelle che ha sposato in successione e due figlie avute con loro, è alcolizzato, sex addicted e bulimico. Finge di essere superiore a tutto e tutti ma sa che dentro di sé qualcosa si sta rompendo e la sua vita comincia a finire in pezzi quando si ritrova nell’occhio del ciclone per aver pestato l’ennesimo “delinquente”. Cacciato di casa dalle “sue” donne si aggrappa ad un rapporto ambiguo e sessualmente sfrenato con un’avvocatessa che non si capisce bene da che parte stia. Rampart è il ritratto di un uomo perduto nella sua follia di onnipotenza e di giustizialismo in una Los Angeles sporca, corrotta e marcia che non poteva scaturire che dalla penna di James Ellroy. Moverman sembra un Refn dei primi tempi e finalmente un film americano duro e senza moralismo che non pretende di raccontare la storia con qualche didascalico finale, ma sospendendo narrazione e giudizio. La faccia di Woody Harrelson in questo film trova il suo personaggio più consono e l’attore è circondato da attrici di un passato iconico e prestigioso che mischiano bravura e bellezza dell’invecchiare con dignità come Cynthia Nixon, Anne Heche, Siguourney Weaver e Robin Wright. (Voto 7) Blind Fox beer, Chevrolet, Pepsi, Pacific Dining Car e il franchising di fast food Tommy’s hamburger.

Olivier Assayas, cinefilo e nouvelle vague versione rock, nel 2000 si cimenta nella riduzione cinematografica di un romanzo di Jacques Chardonne con un trio di attori super come Charles Berning, Isabelle Huppert e Emmanuelle Beart; Les destinees sentimentales è un film di tre ore, diretto con classe e precisione ma rispolverando il “cinema de papà”, ovvero quel cinema “perfetto” ma senz’anima che i critici dei Cahiers massacrarono. La storia di Jean Barnery, pastore protestante, divorziato da Isabelle Huppert, spretato e nuovamente sposo ma della più giovane Beart e “costretto” a prendere in mano la fabbrica di ceramiche di famiglia. Attraversa crisi matrimoniale, nuovo amore, la prima guerra mondiale, la crisi del ’29, la malattia con due figli che non gli danno soddisfazioni, ne ha più dello sceneggiato televisivo che non del film d’arte. Le critiche del tempo si dividono tra la professionalità formale e la noia della convenzione narrativa. Io propendo più per la seconda (voto 5,5)

STEFANO BARBACINI

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