127 ore (2010) di Danny Boyle fa parte di quei film che raccontano avvenimenti estremi avvenuti ad individui particolarmente avventurosi e vogliosi di mettersi alla prova “lontano dalla pazza folla”. Di solito storie vere (è questa la storia di Aaron Ralston), un po’ Gerry di Van Sant, un po’ Into the wild, ovvero giovani che affrontano la natura desertica con la sventatezza di chi è sicuro non possa accedergli nulla. Dentro il Bluejohn Canyon, in mezzo ai suoi spettacolari budelli, ai suoi dislivelli rocciosi, alle sue pozze d’acqua nascoste, Aaron Ralson (James Franco superlativo) si trova come se fosse “la mia seconda casa” e visti i rapporti con i genitori e con la fidazata non idilliaci, pensa bene di non avvisare nessuno forte della sua conoscenza del luogo. Non ha fatto i conti con la pericolosità e con l’indifferenza della natura di fronte alla piccolezza dell’uomo. Un masso che inaspettatamente cede, una caduta in una fessura, un braccio che si incastra sotto la roccia. Situazione di prigionia, il nostro con il braccio incastrato non ha viveri e acqua che per un paio di giorni. I mezzi tecnologici sono inutili per comunicare (solo per riprendere se stesso e mandare messaggi in caso di ritrovamento post mortem) ma diventano un modo per avviare un flusso di coscienza per il protagonista. Per vivacizzare una situazione così statica e poco cinematografica, Boyle, finite tutte le possibilità di ammaliarci con i paesaggi di incredibile bellezza, ricorre a vari mezzi, sogni, ricordi, flashforward, flashback, split screen… Riesce così, sfiorando il Malickismo estremo, a tenere interessato lo spettatore per il minimo sindacale dell’ora e mezzo di film. (voto 6+). Quando comincia ad avere incubi per la mancanza d’acqua Aaron sogna bibite fresche e tra le tante spiccano Gatorade e Mountain Dew, sicuri product placement. Ha poi con sé due macchine fotografiche, una Canon e una Sony e in testa per quasi tutto il film un nastro con pila annessa della Petzl.
Non avevo ancora visto Il segreto del suo volto (2014) di Christian Petzold, film che arriva dopo il miglior film del regista (a tutt’oggi) ovvero La scelta di Barbara. Lo recupero. Come solitamente fa, il regista tedesco riesce a creare situazioni accattivanti per lo spettatore in situazioni storiche drammatiche. Qui siamo nel 1945, l’ebrea Nelly Lenz esce da un campo di concentramento completamente sfigurata. Un chirurgo plastico le ricostruisce il volto che però non è uguale all’originale. Lei ha in mente solo un pensiero, ritrovare il marito pianista che non sa bene dove sia finito. Quando lo trova questi non la riconosce e le chiede di impersonare la moglie morta (cioè lei stessa) “facendo finta” di essere sopravvissuta ad un campo di concentramento, impersonandola per poter avere i beni da lei posseduti e spartirseli tra loro due. L’approccio che doveva avvenire per ritrovare l’amore, per Nelly diventa un incubo di dubbi, pare infatti che non solo il marito sia interessato unicamente ai suoi soldi ma che addirittura sia stato lui a denunciarla ai nazisti. La seconda guerra mondiale è un mero sfondo per poter imbastire questa storia di amore folle e ambiguo che potrebbe appartenere ad Almodovar con la differenza che se c’è da creare una storia ai limiti il regista spagnolo la cavalca esasperandola e riempiendola di passione, Petzold invece la raffredda e la stilizza, sicuramente con un certo glamour e eleganza di stile, ma senza colpire lo spettatore al cuore. (voto 6+)
Ho una lista lunghissima di film che negli anni mi sono appuntato di recuperare, molti già presenti in casa mia ma ancora non visti. Ho cominciato la lista nel 2011 ed oggi ho guardato cronologicamente quale film non ancora visto incontro su questa lista. Mi esce Diari (2008) dell’esordiente Attilio Azzola. Mi domando perché io lo abbia inserito, forse qualche articolo sul Giffoni film festival che ne parlava bene? Oppure perché ha vinto un premio a Cannes nella sezione giovani? Fatto sta che me lo guardo e solo la mia cronica cinefagia non mi permette di lasciar perdere dopo un quarto d’ora di film… La protagonista del primo episodio (è un film diviso in tre capitoli in cui il terzo raduna i protagonisti dei primi due) è Leo, una ragazza che vive con la madre perché il padre, un teatrante di origini argentine, se ne è andato di casa dieci anni prima. Il padre torna e i due in qualche modo si riconciliano (“un abbraccio può bastare per sopperire a dieci anni di mancanza?”). Considerazioni da classe media inferiore che si vorrebbero poetiche e filosofiche, un’attrice non professionista mal diretta e assolutamente inadeguata a sostenere un tale ruolo, sentimentalismo costruito e stucchevole. Il secondo episodio, un poco migliore se non altro perché Amine Slimane che interpreta Ali Trabelsi è più a suo agio nel ruolo di un ragazzo di famiglia africana che cerca con la sua arte (disegna manga) e la sua dialettica sui social di accompagnarsi ad una sua coetanea, e perché è più “vivo” con musica rock e problematiche meglio inquadrate (il contrasto tra immigrati di seconda generazione e coetanei indigeni). Il terzo episodio riunisce Alì e Leo attorno ad un vecchio appassionato di tango che ormai è in preda ai primi sintomi di demenza e che si rammarica per la perdita (nel 1964) della donna che amava. I due ragazzi (lei badante, lui giardiniere) si incontreranno e dando una gioia al vecchio supportandolo, probabilmente troveranno l’amore (il tutto finisce con un’animazione con i due che se ne vanno verso il cielo). Il film è un tentativo meritorio di mettere insieme un collettivo didattico di avvicinamento al cinema ma che poi il risultato abbia portato ad un premio piuttosto prestigioso è incomprensibile. Il livello è quello di una recita di fine anno nei corsi teatrali per studenti che di solito restano confinati tra amici e parenti. Infatti, uscito in qualche sala, non lo ha visto quasi nessuno. (voto 5-). Red Bull e pc HP le marche presenti.
Inizio ventesimo secolo, i Bruford contro i Van Peteghem, gli scontrosi e rozzi pescatori di cozze e traghettatori di turisti (non con una barca ma a braccia!) contro i borghesi, automuniti e ricchi snob, i cannibali Bruford contro gli incestuosi Van Peteghem, i primi interpretati da attori non professionisti con le loro facce popolari e caratteristiche e le loro espressioni limitate, i secondi da attori di primordine (Fabrice Luchini, Valeria Bruni Tedeschi, Juliette Binoche) che usano tutta la loro varietà interpretativa per trasformarsi in caricature grottesche di una classe sociale che vive lontana dalla realtà. Tra questi gli avvenimenti. Due comici detective (Stanlio e Ollio i riferimenti), uno grassissimo e incapace di rialzarsi quando cade e che fa rumori sinistri tutte le volte che le giunture si muovono, l’altro piccolo e magro e piuttosto stordito, indagano sulla sparizione misteriosa di vari turisti. Non hanno speranze di risolvere alcunché. Poi la storia d’amore, tra il figlio maggiore dei Bruford e la figlia maggiore dei Van Peteghem, tra la brutalità domata e l’ambiguità dominatrice, un Romeo e Giulietta che neppure la Troma avrebbe immaginato. L’amore non trionfa, la violenza proletaria colpisce l’inganno borghese. Poliziesco, comico, dramma amoroso. Poi la Bruni Tedeschi e il detective grasso lievitano e volano nei cieli, la libertà espressiva (non mi va più di essere realista, voglio esplorare la mistificazione dice Dumont) finisce nell’iperrealismo, nella cura dei dettagli, nell’esaltazione del paesaggio, nel lavoro dei rumoristi. E’ un film folle che affonda le radici nella tradizione comica cinematografica a partire da Tati. Dicevo che Dumont a partire da P’tit Quinquin, miniserie tv altrettanto folle, ha deciso di cambiare completamente il suo modo di fare cinema, libero di fare quel che vuole e insoddisfatto della resa televisiva, licenzia questo Ma loute (2016) da guardare con altrettanto spirito libero. (voto 6/7)