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CINEMA
17 Marzo 2024 - 09:45

DIARIO VISIVO (Ingmar Bergman)

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I primi film
DIARIO VISIVO (Ingmar Bergman)

“Questo è un dramma quotidiano quindi è quasi una commedia. Si apre il sipario” una voce fuori campo apre così Crisi (1946) e la carriera di regista cinematografico di Ingmar Bergman. Dramma, si apre il sipario, commedia, tutte parole che provengono dalla carriera teatrale che finora è stata peculiare per la formazione di Bergman, come pure teatrale è il testo di un autore danese da cui prende spunto il film. Il dramma è quello vissuto da Ingeborg, donna sola che ha cresciuto per diciotto anni Nelly come fosse sua figlia, in verità la vera madre se ne è andata alla nascita. Le due donne vivono nel contesto di un paesino di provincia dove tutto è uguale a sé stesso, si vive in una bolla senza tempo. A rompere questo status quo arriva la vera madre di Nelly, Jenny, una donna con alle spalle una vita ben diversa tra vizio e paillettes, nella grande città. Arriva per riprendersi la figlia assieme all’amante più giovane Jack, personaggio che pare uscito da un film americano degli anni trenta, capace di affascinare ma menzognero, truffatore e fallito. I due portano una ventata di novità (ad esempio al ballo locale coalizzeranno i giovani a suonare una musica con ritmi moderni) e scandalo quando Jack seduce Jenny. I tre se andranno verso la città lasciando Ingeborg, ammalata, alla sua triste e solitaria vita. I rapporti tra Jenny, Nelly e Jack sono complicati e pieni di rovelli esistenziali in cui gli affetti più che naturali sono strappati gli uni agli altri. Questo periodo rappresenta la crescita della ragazza che si scontrerà con i piaceri e i dolori del passaggio da adolescenza a maturità, passaggio mai avvenuto in Jenny e Jack. E’ questa la parte più teatrale e più bergmaniana che trova qualche felice soluzione anche registica per un film appena sufficiente e fallimentare dal punto di vista dell’accoglienza generale. Il ritorno a casa dopo il suicidio di Jack davanti al proprio fallimento rappresenta il ritorno alla tranquillità esistenziale e all’affetto materno di quella che a tutti gli effetti era la vera madre. “Nel primo periodo il giovane Bergman si caratterizza per la critica del determinismo sociale e dell’autoritarismo, ritraendo una gioventù ribelle ed esprimendo un esistenzialismo e un fatalismo che ricordano il realismo poetico francese degli anni che precedono la guerra. Pur in una posizione di rottura rispetto alla società, egli s’iscrive in una continuità estetica relativamente datata, diversamente da quanto accade nello stesso periodo in un’Italia direttamente ferita dal fascismo, dove un cineasta come Roberto Rossellini pone le basi di una liberazione estetica e di una morale della regia che sarà cruciale per il cinema moderno. Bergman recupererà questo “ritardo” solo successivamente” scrive Jacques Mandelbaum nel fascicolo dedicato a Ingmar Bergman della collana Maestri del cinema dei Cahiers du cinema. (Voto 6)

Nel secondo film realizzato con meno tribolazioni ma, come confessa lui stesso, con una conoscenza tecnica del mezzo espressivo ancora non perfettamente assimilata, Bergman cerca il suo cinema andando ad attingere dalle opere che ama e ha amato al cinema. L’inizio e il finale guardano decisamente a Frank Capra e alcune sequenze attingono a piene mani dall’amato cinema francese degli anni 20 (Epstein, Feyder) e in particolare quella della bettola in cui il protagonista va a cercare se stesso dopo che ha saputo che l’amata è incinta di un altro e quella delle sovraimpressioni che rendono incalzante l’accusa al processo; Bergman comincia a specializzarsi nell’inquadrare i volti e i corpi in primo piano, sua caratteristica distintiva nei suoi film migliori (nel tempo il regista diventerà il più grande nella restituzione poetica del primo piano del volto umano e questa gli deriva proprio dai registi “teorici” e “visionari” dell’ultimo periodo del cinema muto). Per il resto si può riscontrare anche l’amore per il realismo poetico francese in Piove sul nostro amore (1946), il film di cui stiamo parlando e che narra la storia di un ex-galeotto e una donna perduta (senza soldi e lavoro e senza un posto dove andare con in grembo un bambino probabilmente dovuto ad una violenza sessuale) che si incontrano in una notte di pioggia intensa, entrano illegalmente in una casa di campagna e qui incontrano personaggi strani: il padrone di casa che regge le fila del loro destino forzandolo anche con la truffa, due simpatici ladri-vagabondi, un fiorista dominato da una moglie bisbetica e cattiva, un prete più burocrate che umano, un esattore del catasto irritante, un donna rozza e burbera ma dall’animo buono e giusto. In mezzo a tutto ciò tanti temi bergmaniani come il narratore che aleggia sul film e accompagna la storia dei due ragazzi diventandone anche l’avvocato difensore (“forse è un angelo”), la figura un po’ diabolica del padrone di casa, la rigidità del perbenismo borghese che trova l’apice nel processo finale, più processo morale che giudiziale, l’attenzione al fascino femminile con l’indugiare sull’erotismo del giovane corpo della protagonista Barbro Kollberg. Il film nasce da un testo teatrale ma questa volta Bergman non disprezza le riprese della natura e, soprattutto, della pioggia e della neve. “Traversie di due giovani amanti, perseguitati dall’ipocrisia e dai pregiudizi sociali (…) Si sente l’influenza del Carné prebellico in certi personaggi e in un clima alla Prévert” scrive Morandini. Due asterischi come anche il Mereghetti, “dramma dell’ipocrisia e dell’indifferenza, nel quale sono già presenti risonanze allegoriche” scrive. (voto 6+). Nella prima immagine viene ripresa una colonnina pubblicitaria con AGA radio e, soprattutto, Cinzano in bella evidenza, product placement voluto?

Quando arrivi a distruggere tutte le cose che hai raccolto negli anni e la stanza che è il tuo rifugio e che hai arredato con quegli oggetti che rappresentano il tuo desiderio, la tua passione intima, quando in pratica arrivi a distruggere tutto ciò che rappresenta il tuo sogno, allora non ti resta che buttarti dalla finestra o comunque attendere la morte. Questo è quello che succede al capitano Blom, uomo che ha finito le speranze, sta per diventare cieco e sa che “il problema non è diventare cieco, è la consapevolezza di non aver mai visto niente”. Blom è uno dei personaggi cardine di questo dramma teatrale, trasformato in dramma marino da Bergman, La terra del desiderio del 1947. Il protagonista è invece il figlio, Johannes, che vediamo all’inizio tornare al paese natio dopo sette anni di navigazione e incontrare la donna che sappiamo in passato ha amato, Sally, rinchiusa in una stanza in stato di disperazione, probabilmente diventata una prostituta. Inizia così un lungo flashback (praticamente tutto il resto del film salvo un epilogo finale) in cui si racconta delle operazioni di recupero di un relitto da parte della famiglia Blom e un paio di aiutanti. Scopriamo che il capitano Blom odia il figlio perché nato debole e gobbo, che la vita insoddisfacente con la moglie lo ha portato a girovagare per locali notturni e bettole in cui si ubriaca e che trova nella soubrette Sally una speranza di cambiamento vitale prima di diventare definitivamente cieco e avviarsi verso la morte. Sally però è giovane e attraente e, nonostante abbia come filosofia di vita di farsi “comprare” da qualcuno “per un buon lavoro, un buon salario, non troppo lavoro, un cappotto di pelliccia, forse una macchina e un cane per il pavimento del mio salotto”, si innamora di Johannes. Questa loro unione con minaccia di fuga porta il padre a cercare di uccidere il figlio, a distruggere il proprio lavoro e alla scena iniziale che ho raccontato. A questo punto Johannes e Sally si devono separare per mancanza di soldi. L’epilogo vede i due ritrovarsi e partire per una vita finalmente serena, si spera, perché “c’è bisogno di qualcuno da amare se no potresti anche esser morto”. La terra del desiderio mette in evidenza la capacità visiva di Bergman che di film in film diventa sempre più abile, continuano le influenze “francesi” (in questo caso forse il riferimento è Jean Vigo), l’alternanza tra teatro (presente come teatro di marionette e teatro di varietà) e natura nordica (mare, scogli, mulini sulla scogliera) e il coté sentimentale che nei film più personali si trasformerà in crudeltà dei rapporti, cinismo e passione devastante. Il terzo film di Bergman trova critiche più favorevoli da parte di Mereghetti (“Tra le sue opere giovanili, questa è una delle più compatte sotto il profilo stilistico e narrativo.”) che gli dà tre asterischi nel suo dizionario ma non da Morandini (“melodramma di second’ordine, ma l’ambiente portuale è messo in immagini con una certa forza poetica e i personaggi sono vivi, intensi, commoventi.”) che gli dà due asterischi come al precedente. (voto 6+)

I due film successivi di Bergman sono tra i meno citati e quotati tra tutti quelli girati dal grande regista. Lo stesso regista afferma di non ricordarsi neppure questi film (come anche i precedenti in realtà) e nel “Castoro” a lui dedicato da Sergio Trasatti sono liquidati in poche righe. Il primo è Musica nel buio (1947) di cui scrive che “presenta la vicenda di un pianista che diventa cieco e di una ragazza orfana che conduce una grama esistenza di cameriera. Fu finalmente un successo, anche se modesto, grazie principalmente all’attivismo del produttore”. Il produttore è sempre Lornes Marmstedt e l’attore protagonista sempre Birger Malmsten (al terzo film consecutivo con Bergman e sempre nel ruolo principale), mentre la cameriera è interpretata dalla futura regista Mai Zetterling (bella, romantica e anche primo nudo girato da Bergman). Il film in effetti è un dramma sentimentale piuttosto piatto e che si trascina stancamente nonostante sia girato con una certa cura formale e contenga qualche freccia tipicamente bergmaniana come l’accento sullo snobismo dei ricchi nei confronti di chi ha un lavoro più umile e, soprattutto, un’ironica frase sui religiosi “in chiesa o c’è il prete devoto e l’organista ateo o… viceversa…”. Vi è anche una sequenza iniziale tra il sogno e l’incubo, per riprodurre la mente in coma del protagonista, che ricorda Bunuel e che faceva sperare in meglio. (voto 5,5)

L’altro film “non memorabile” del periodo ed insuccesso di pubblico è Città portuale (traduzione letterale di Hamstadt perché il film non è mai uscito in Italia). Siamo nel 1948 e le poche note che si rintracciano sul film tendono a considerarlo un film neorealista. In realtà non basta seguire in modo quasi documentario il lavoro di alcuni operai portuali per farne un film neorealista (già in La terra del desiderio l’approccio descrittivo di Bergman al lavoro dei recuperatori di navi dei protagonisti era simile ma con valenza metaforica ovvero il recupero di rottami alla deriva come tentativo di recuperare il tempo passato da parte del vecchio e disilluso padre). Il tentativo iniziale di suicidio di Berit, la protagonista di Hamstadt, la sua vita passata tra incomprensioni famigliari e riformatorio, l’incontro con l’ex-marinaio Gosta apparentemente comprensivo e innamorato, il flashback sulla vita passata della, per altro, ancor giovane ragazza, fanno pensare più al cinema americano che non al neorealismo. C’è, è vero, il capitolo dell’aborto dell’amica di Berit che è decisamente forte per il periodo, con tutto il discorso della povertà che costringe a farlo clandestinamente rischiando di morire, e quindi un discorso sociale forte, ma il neorealismo aveva anche una sua forma e una sua particolarità lontana da quanto messo in scena da Bergman (alcuni passaggi da film noir, la banda da cui fosse stata costretta Berit che si perde poi incomprensibilmente nel flashback, lo scontro a pugni tra Gosta e alcuni uomini, il finale frettoloso, il cambiamento psicologico dell’uomo quando viene a sapere che la ragazza ha avuto precedenti amanti, il finale frettolosamente conciliatorio) in questo film che resta ancora tra quelli impersonali del regista che, grazie alla lungimiranza del produttore indipendente Lorens Marmstedt, riuscirà, nonostante gli insuccessi, a continuare a dirigere e ad approdare già con il film successivo verso l’espressione artistica propria del Bergman più maturo. (Voto 5.5) Una bottiglia di whiskey Schenley non sembra messa lì per caso e quindi probabile product placement.

STEFANO BARBACINI

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