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CINEMA
17 Febbraio 2017 - 00:42

DIARIO VISIVO (Stuart Gordon)

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King of the ants (Stuart Gordon, USA, 2003)
DIARIO VISIVO (Stuart Gordon)

Ad un certo punto, dopo il 2001, Gordon si stanca di essere il regista che era. Quello delle atmosfere ormai vintage dei suoi horror lovecraftiani, alcuni anche molto belli ma ancorati ad un tipo di cinema da anni ’80. Si deve essere stancato di cercare di completare il suo agognato kolossal di fantascienza visto che più o meno tutti i suoi tentativi sono stati mezzi fallimenti se non totali.

Allora il nostro si reinventa in una specie di trittico dell’horror che irrompe nella vita quotidiana. Protagonisti sono uomini e donne “normali”, frustrati e insoddisfatti che si trovano ad affrontare situazioni al di fuori del “normale” fino a superare il punto di rottura.

Il primo antieroe è lo Sean di Chris McKenna protagonista di King of the ants, solitario e senza un lavoro fisso che si presta ad impieghi occasionali. Proprio mentre sta imbiancando un appartamento incontra il braccio destro di un gangster che lo chiama con sé e insieme al suo capo lo convince ad un lavoro “immorale” ma redditizio. A tirare le fila vi è uno della famiglia Baldwin, Daniel, che interpreta  il balordo istrionico Matthews nei guai a causa di uno zelante contabile che ha scoperto alcuni suoi sporchi traffici. L’incarico per Sean è quello di seguire il contabile e poi di ucciderlo. Chissà se l’uomo avrebbe accettato l’incarico se durante l’inseguimento non si fosse innamorato della moglie della prossima vittima, Susan (una Kari Wuhrer in gran forma e per cui non è difficile perdere la testa, soprattutto per uno “sfigato” come Sean). Fatto sta che il delitto è consumato con imperizia e impaccio ma comunque efficacemente.

Alla resa dei conti però Matthews non mantiene i patti e Sean lo minaccia nascondendo un dossier contenente le prove delle malefatte del gangster. Questo si incazza un tantino e sequestra Sean assieme alla sua banda (vi troviamo fior di caratteristi hollywoodiani tra cui gli impareggiabili Vernon Wells e il ciccione George Wendt) e con loro si diverte a colpirlo in testa a più riprese con professionali mazze da golf. Il nostro così colpito, invece di lasciarci le penne scopre un mondo terribile ma a suo modo affascinante, tutto dentro la sua testa, in cui incontra tra i vari incubi Kari Wuhrer completamente nuda ma munita di enorme fallo e un viscido mostro mangiamerda.

Con la testa deformata e la mente allucinata (i colpi sono per lui una vera e propria droga) viene liberato da un amico e si ritrova ferito e sporco, barbone tra i barboni, presso un’associazione di beneficienza dove opera proprio l’amata Susan. Il “nuovo” Sean, una volta recuperato un aspetto decente, riesce ad infiocinare la donna dell’uomo che ha ucciso ma troppo tardi perché le colpe vanno scontate. E’ così che persa traumaticamente la donna che ama e che finalmente era riuscito ad avere si vendicherà, in un cruento finale, ai danni della banda.

Gordon conduce il thriller, apparentemente convenzionale, con visionari deliri mentali e connotati psicologici non banali riuscendo a coinvolgere lo spettatore al di là dello spettacolo della violenza e delle forti emozioni che colpa, amore e vendetta procurano naturalmente nell’animo umano.

Poco product placement limitato alle ADIDAS sempre indossate da Sean e alle varie auto tra cui una JEEP, un van FORD e la VOLVO della bella Susan.

GRIBICHE

Gribiche de Jacques Feyder appartiene a quel filone del cinema francese dei primi anni del secolo che getta un’occhiata non banale sull’infanzia. Film solitamente realistici ma che utilizzano la loro storia per parlare anche dei problemi connessi della società dove vivono. In questo caso Feyder adatta il romanzo di Frederic Boutet in cui si narra la vicenda di Antoine Belot, detto Gribiche, che vive con sua madre, una donna sola che lavora cercando di mantenere il figlio al meglio con sacrificio. Un episodio cambierà la vita del ragazzino: una ricca signora (interpretata da Francoise Rosay, moglie di Feyder) perde il portafogli e il piccolo glielo restituisce. Colpita dalla sua onestà la donna fa di tutto per conoscere lui e la madre con l’intenzione di adottarlo. Gribiche fa in modo che la madre accetti perché pensa di essere d’impaccio alla vita della donna che aspirerebbe a sposarsi con un bravuomo ma tentenna a causa del figlio.

Arrivato nella sua nuova famiglia Gribiche ne scoprirà gli agi ma pure le costrizioni dovute al bon ton da rispettare e alla rigida educazione a cui è sottoposto. La situazione si farà insopportabile e, chiarito con la madre il problema del matrimonio, che avviene quindi felicemente, tornerà da lei.

E’ evidente che l’interesse del regista è tutto sull’evidenziare la differenza sociale tra la piccola borghesia e la nobiltà (quindi grande attenzione all’arredamento delle due diverse dimore e alla descrizione degli abiti e dei costumi degli appartenenti alle due diverse classi) e lascia sulle spalle del bravissimo Jean Forest, che già abbiamo visto in Crainquebille  dello stesso Feyder, il non semplice compito di districarsi tra le due realtà compiendo una camaleontica trasformazione recitativa.

Feyder riprende cercando di illustrare più che di mettere la propria enfatizzazione tecnica (come invece faceva in Crainquebille), tranne che nei racconti del personaggio della Rosay che riporta più volte alle amiche l’episodio del portafogli perso e recuperato grazie a Gribiche esagerando sempre più le condizioni del ragazzino che nell’ultimo racconto diventa un orfano mendicante ricoperto di stracci, il tutto per rendere sempre più importante il suo gesto da pigmalione dimostrando come il suo atto è dovuto non tanto ad affetto o pietà ma al poter mostrare il pargolo alla società evidenziando la sua magnanimità.

La ROLLS ROYCE lussuosa della ricca signora spicca tra il product placement del film in cui troviamo pure una pubblicità del vino CLOS DU POSTILLON, un pianoforte PLEYEL e i quotidiano PARISIEN. Location placement per la panetteria MAISON CHRISTOPHE.

Stefano Barbacini

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