Come va affrontata la vita? Domandone… se scegliamo una metafora tennistica le due opzioni sono quella della “miglior attacco è la difesa”, trincerandosi a bordo campo e ribattere una dopo l’altra le palle che arrivano dall’avversario, oppure quella dell’attacco diretto, dello scendere a rete a colpi di volée… Su questa base costruisce il suo film Il maestro (2025) Andrea Di Stefano, che ricorre ancora a Pierfrancesco Favino come attore protagonista, già lo è stato per il precedente L’ultima notte di Amore. Pietro Milella è un tennista con un passato professionistico (è arrivato agli ottavi negli Internazionali d’Italia) ed ora, duramente provato da una vita sregolata (donnaiolo, alcolizzato, dolorosamente separato dall’unica figlia la cui madre ha abbandonato, in preda ad attacchi di folle rabbia se non prende gli psicofarmaci prescritti…), cerca di raddrizzarsi proponendosi come maestro per giovani aspiranti tennisti. Felice (Tiziano Menichelli, attore quindicenne già scafato nella professione) è un giovanissimo il cui padre (uno tipo quello ritratto nell’autobiografia di Agassi…) vuol far diventare a tutti i costi un vincente. Pieno di quaderni di regole scritte dal genitore, la prima delle quali è quella della difesa sopra a tutto e quindi starsene in fondo al campo da vero pallettaro, poi le regole ferree di allenamento, divieto di distrazioni (divertimenti e ragazze…), viene affidato allo sregolatissimo Pietro (anche agonisticamente il suo esempio è Vilas, tennista imprevedibile e inclassificabile). I due cominciano nelle loro due opposte posizioni di sport e vita un road movie attraverso il circuito tennistico per la penisola, che diventa un addentrarsi nel proprio passato per il maestro e una crescita esistenziale per l’allievo. Tra il gioco tedioso e senza piacere a fondo campo e il gioco spavaldo d’attacco e divertimento, probabilmente, fuor di metafora, è nell’incrocio delle due componenti riuscire ad avere una vita soddisfacente. Di Stefano è regista che conosce il mestiere, sa dosare atmosfere, commedia e amarezza, senza mai alzare i toni ma se tutto questo era perfetto per il suo precedente, bellissimo noir, qui, pur licenziando un film di tutto rispetto, resta un po’ troppo sul fragile e forse proprio il paragone con L’ultima notte di Amore lo penalizza. (voto 6+) Il film è un grosso spottone per la Fila, il marchio sportivo è di gran lunga il product placement più evidente dell’opera che contiene anche altre marche sportive come Australian e Head ma si vede anche una Volkswagen.
Subito dopo Il maestro, mi è capitato di vedere un film francese del 2019, Chanson douce di Lucie Borleteau, anche lei come Di Stefano attrice in molti film e poi regista di cui ho molto apprezzato il precedente Fidelio, l’odyssée d’Alice[sb1] . Ma i parallelismi non finiscono qui, i due film, pur essendo completamente diversi, una commedia amarognola il primo, un dramma domestico il secondo, vedono due protagonisti che hanno gli stessi problemi psicologici, quelli dovuti ad una mancanza, quella della figlia, seppur nel primo caso è dovuta ad un abbandono e nel secondo ad una separazione giudiziaria. Ma le reazioni sono simili, l’inadeguatezza alla vita, lo straniamento dalla realtà, il ripiegare per una rivalsa su giovani considerati propri figli anche se non lo sono. Così era Felice per Pietro nel film di Di Stefano, così lo sono i due bimbi della famiglia di Myriam e Paul per cui Louise, la citata protagonista, è babysitter e con lo scorrere del tempo vuol essere qualcosa di più… Un legarsi ad affetti mancanti entrando in vite non loro. Anche in Chanson douce vi è (come Favino ne Il maestro) un’interprete navigata e senza reticenze nel calarsi in una situazione di problematiche mentali ed esistenziali come Karin Viard. La Borleteau riesce a portare il suo cinema denso, pieno di inquietudini e incertezze, incalzando con musiche che tendono progressivamente ad oscurarsi nel tenebroso (dopo aver iniziato con un ballo al ritmo del twist italiano di Guarda come dondolo di Edoardo Vianello!) e si conferma specializzata nell’esplorare visi e corpi con pause espressive ed enigmatiche al tempo stesso. (voto 6+) Nel product placement troviamo Franprix, Coca Cola e dolcetti alla… Nutella.
Ai due film qui descritti possiamo accostare anche un terzo film appena visto (su Prime) ma bisogna fare una convergenza parallela un po’ azzardata. Sto parlando dell’horror che ancora mi mancava tra quelli unanimemente ben recensiti dell’anno 2025, Bring her back: torna da me (2025) dei gemelli australiani David e Michael Philippou che già avevano esordito con un horror, Talk to me del 2022, anche questo accolto piuttosto bene. Pure qui vi è una figura di donna sola e addolorata per la perdita della figlia, in questo caso perché proprio defunta, annegata. Rispetto ai due protagonisti dei film precedentemente citati la psicologa Laura (Sally Hawkins che in qualche modo replica la sua interpretazione in La forma dell’acqua) è decisamente più estrema, una specie di incrocio tra una strega e un mad doctor, e nella sua casa approdano due orfani, fratello e sorella (quest’ultima ipovedente come la figlia perduta di Laura). La ricerca di una figlia per interposta persona qui è portata a conseguenze radicali perché Laura per avere per sé la ragazza farà di tutto per screditare il fratello che vorrebbe portarla via da lì. In tutto ciò si inserisce una strana figura di mostro-ragazzino oltremodo disturbante (come spesso lo è il film) che è degna di restare nella memoria del genere. La narrazione procede verso un gotico moderno che porta agli estremi il bisogno di avere una famiglia con una particolarissima elaborazione del lutto. I fratelli registi riescono a mantenere l’intrigo a livelli altissimi di emoglobina senza mai far calare l’attenzione orrorifica dello spettatore. (voto 7)