“Renato Polselli (…) è probabilmente il più talentuoso regista di erotici e hardcore che mai il cinema italiano abbia avuto. La sua strabiliante visione del “sesso” e la sua eccellente conoscenza della filosofia – materia in cui è laureato – integrate con la maestria dell’uso della cinepresa, fa che i suoi film (…) siano molto speciali, una discesa nell’abisso della depravazione sessuale umana, ripresa da un grande regista.” L’entusiastica presentazione che Massimo F. Lavagnini fa del regista italiano in apertura allo speciale con intervista contenuto in Draculina n. 30 di Giugno del 1997 è da riscrittura della storia del nostro cinema… Travolto dall’entusiasmo di Lavagnini, ripercorro la sua filmografia recuperando anche i film che ancora non avevo visto. E chissà che alla fine non riesca a condividere cotanta passione per il suo operato non certo condivisa nel mondo della critica…
Polselli negli anni ’50 fu uno che andava a cena a Roma con Pietro Germi e Michelangelo Antonioni e tutti e tre giravano attorno alla voglia di far cinema. Inutile dire che le carriere dei primi due si siano avviate su strade ben diverse. Ma gli inizi di Polselli non furono distanti a ciò che facevano i registi medi di allora, cinema popolare in bianco e nero votato al melodramma e al cinema elegiaco. Il suo esordio (dopo un lungo periodo da organizzatore) da regista avviene nel 1951 con Ultimo perdono, melodrammone introvabile nei circuiti normali di visione al momento. Poi arriva Delitto al Luna Park (1952) in cui fa capolino il genere giallo e il noir ma in un contesto ancora da melò. In un Luna Park vive una ragazza, Silvia (Franca Marzi), che abita in un carrozzone con il figlioletto della sorella, una prostituta che si vergogna di farsi vedere dal figlio, e ha una storia d’amore con il musicista Roberto (Renato Baldini). Silvia si esibisce nel teatrino del Luna Park dove si tengono giornalmente numeri di varietà (con uno piuttosto divertente di Dante Maggio) e la Marzi, che da quel mondo proveniva, performa come cantante. Quando incontra un elegante e ricco personaggio (Harry Feist di luciferino aspetto) vede davanti a sé un futuro luminoso lontano dalla miseria dei baracconi. L’uomo la porta in un elegante night per lanciarla come cantante e le presenta un ricco gioielliere. Silvia però non sa che il suo pigmalione è una spece di demiurgo malvagio che ha mire di arricchimento senza scrupoli arrivando anche all’omicidio… L’operina, girata con professionalità ma senza discostarsi dagli standard del tempo e da una moralità scolastica, scivola via fin troppo veloce verso soluzioni scontate anche se non manca qualche buon momento. (voto 5,5)
Ambientato in una Roma post-guerra, nel 1954 Polselli torna al melò con Il grande addio, altro film praticamente invisibile fino a che poco tempo fa non è stato riesumato alla visione da Canale 34. Il film è da un certo punto di vista una piccola chicca. L’antefatto è quello di un soldato dell’aviazione americana, uomo di colore, che partecipa al bombardamento di un luna park, per errore, uccidendo dei bambini. A terra, sconvolto dal fatto, cerca rifugio al cospetto di un’anima persa, la prostituta Wanda (Luisa Rossi sorprendentemente trasformata in una Magnani in minore: il lavoro con attrici e attori non di grande fama di Polselli in questi primi film è eccellente) che mette incinta prima di sparire dalla circolazione. Ritroviamo la donna con il figlio dalla pelle nera ancora bambino qualche anno dopo in un ambiente di povertà e ostilità. Wanda nel frattempo si è accompagnata ad un bandito di bell’aspetto (Jacques Sernas) ma crudele che la trascina a finire in carcere dove la donna si ammala e muore. Il bambino viene adottato da una coppia di attori di cinema (ancora Dante Maggio mattatore) che lo accolgono in casa. Torna anche il padre afroamericano che punisce sé stesso per i sensi di colpa dei bambini morti facendosi frate. Incontrerà il bambino che riconoscerà come suo figlio in un drammatico finale. Il film non è un semplice melodramma, a cui comunque Polselli si adatta rispettando i canoni cinematografici del genere. Questa prima parte di carriera vede il regista sapersi adeguare agli standard del tempo nei vari generi mettendovi però elementi spuri, principalmente l’erotismo (qui una lunga scena di balletto su un set cinematografico con belle donne discinte), ma anche i drammi sociali della povertà e la carità cristiana (che si esalterà nel film successivo). Qui in più vi aggiunge il poco frequentato, dal cinema, dramma dei figli dei soldati americani con donne italiane poi abbandonati dai padri, in questo caso “aggravato” dal fatto che il bambino è di colore e quindi visto come diverso e figlio della colpa dai poco caritatevoli abitanti del quartiere. “(Polselli) si avvicinò al cinema nel 1951 dirigendo alcuni film melodrammatici destinati principalmente al mercato periferico. Dopo qualche esperienza di discreto interesse nel genere horror classico, proseguì contaminandolo con elementi macabri e soprattutto erotici che lo relegarono definitivamente nella categoria degli autori ignorati dalla critica.” Così scrive di lui Roberto Pioppi sul Dizionario del cinema italiano, I registi dal 1930 ai giorni nostri, Gremese Editore. (voto 6+) Product placement confinato all’interno di un nighclub dove sulle pareti si pubblicizzano Coca Cola, Martini, acqua Corallo e Birra Peroni.
Chi si aspetterebbe da un regista che poi ci darà titoli come Riti, magie nere e segrete orge…, Mania, Oscenità, Torino centrale del vizio ecc., di veder realizzato nel 1957 un film elegiaco su un prete, Salvatore D’angelo, che ebbe il merito di creare Il villaggio dei ragazzi, un luogo in cui radunò gli orfani e i ragazzini randagi, lasciati alla sopravvivenza dei piccoli furti e poi dello sfruttamento nei campi di lavoro, per educarli e dargli un futuro? Ebbene, questo film esiste ed è Solo Dio mi fermerà (1957), come è esistito realmente Salvatore D’angelo (qui interpretato dal francoargentino Gerard Landry) e come esiste tuttora il suo Villaggio dei ragazzi a Maddaloni in provincia di Caserta. Tra l’altro il film è un’insolita biografia, per i tempi, in cui il soggetto è ancora vivo al momento in cui il film è stato girato (D’angelo morirà nel lontano, rispetto alla data dell’opera, 2000). Solo Dio mi fermerà rispetta quello che deve essere, cioè un film agiografico con buona dose di buonismo e modo di girare piuttosto classico per il cinema popolare di allora, ma non è affatto male. Infatti Polselli gira sul posto, a Maddaloni e sfrutta bene le ambientazioni inoltre riesce ad innestare elementi di commedia e di critica antiborghese. Don Salvatore era infatti un prete distante dai canoni dei protagonisti della Chiesa di allora ed era mal visto sia dai notabili del paese (che volevano sfruttare i bambini per il lavoro dei campi sottopagato), sia dalle donne di carità che vedevano l’aiuto ai bambini come status sociale più che come reale bisogno di far del bene, ma anche dalla povera gente che vedeva con sospetto il prelato dato che portava “la sottana” che era simbolo di uomini che professavano la parola di Dio ma erano ritenuti “venduti” ai desideri della borghesia più che a quelli di carità cristiana. Ma l’ostinazione di Don Salvatore nel voler aiutare questi bambini lasciati allo sbando fu tale da sconfiggere tutti i problemi: i mezzi di sussistenza, la ritrosia dei bambini ad abbandonare l’idea del furto, il luogo dove radunarli (praticamente “occuperà” una caserma), avendo come alleato solo il maresciallo interpretato da un sempre ottimo Memmo Carotenuto. Film popolare, dicevamo, ma con ampi spazi di critica sociale che Polselli traduce nel grottesco della rappresentazione di avvocati e nomenclatura e delle signore perbene e in un inno alla democrazia esaltando il concetto per cui chi decide è sì la maggioranza, ma senza trascurare i bisogni della minoranza (cosa che sempre più spesso anche nelle democrazie moderne viene dimenticata). Fenomenale l’interpretazione del coprotagonista bambino Nottola interpretato da Giancarlo Zarfati famoso attore bambino scoperto da Aldo Fabrizi quando aveva 5 anni (nel film di Polselli ne ha 9) e esploso nel film Bravissimo (1955) di Luigi Filippo D’amico. Fu interprete di 24 film dai 5 ai 17 anni per poi abbandonare l’attività cinematografica. (voto 6+)
Con L’amante del vampiro (1960) Polselli comincia ad esplorare i campi che più lo caratterizzeranno nel suo cinema futuro, l’erotico e l’horror gotico. Il film è uno dei primi gotici vampireschi italiani (ad un paio d’anni da I vampiri di Freda. E’ un film che ripresenta le caratteristiche più peculiari dei classici del genere, dai primi Dracula ai film Hammer sia come fotografia (un bianco e nero lugubre), sia come ambientazione (il castello isolato e creduto disabitato). Vi sono però inserti di balletti da varietà del tempo, molto italiani, con belle e brave ballerine con cosce al vento a rimpolpare la parte erotica del film. Un erotismo che si sprigiona anche nel rapporto tra la castellana-vampira e il suo servo/padrone dal volto deturpato che ringiovanisce se succhia sangue a belle ragazze. Il rapporto tra i due è ambiguo e quasi sadomasochistico, piuttosto forte per i tempi, e la castellana interpretata da Maria Luisa Rolando cerca di uscire dalla propria situazione di sedicente prigioniera del vampiro conquistando il fidanzato della bella Luisa facendosi trovare sul letto scosciando polpose gambe nude. Effetti super-artigianali ma godibili e una scena soggettiva dall’interno di una bara che fa da ponte inaspettato tra Dreyer e Tarantino. Il riferimento cinematografico è direttamente al Dracula di Terence Fisher come afferma Polselli nell’intervista sul numero di Draculina già citato, sempre di Massimo F. Lavagnini: “Vidi un film che mi piacque molto, Terence Fisher’s Dracula. Fu un manager di produzione folle, Umberto Borsato, che mi convinse a fare un film horror (…) Ebbi subito un accordo con Mr. Bolognese (sic… si riferisce a Bruno Bolognesi, produttore attivo tra gli anni ’50-’70 di film di genere italiani ndr) e cinque giorni dopo fui già sul set de L’amante del vampiro con un piano di lavorazione di 3 o 4 settimane. Per diversificare il mio film dagli standard americani, inventai un clima sexy con qualche balletto, che a quei tempi era considerato molto rischioso.” Le ballerine sono le ragazze che vengono portate in un casolare di provincia per provare un balletto agli ordini di un azzimato e fisicato coreografo con baffetti alla Amedeo Nazzari (Gino Turini as John Turner…) e dell’impresario Luca (Isarco Ravaioli) il cui scopo principale è quello di impalmare la bella Francesca (Tina Gloriani già vista nel precedente film di Polselli). In una sera in cui si perdono per i boschi sotto ad un temporale finiranno nel castello-covo della coppia di vampiri già citata ed inizierà la parte gotica del film… Il “mostro” vampiro è interpretato da Walter Brandi, attore che per tutti gli anni Sessanta fu piuttosto presente in film sexploitation e horror delle mitiche produzioni di serie B italiane. “Vampiri all’italiana, anzi alla Renato Polselli. Poverissimo, ma divertente” per il Giusti (Stracult, Speling&Kupfer) (voto 6+)
Nel suo girovagare tra i vari generi del cinema popolare, con la traccia del melodramma da seguire, con il successivo, Solitudine (1961), Polselli affronta la sceneggiata napoletana: fratelli coltelli, la mamma, una donna contesa, o’malamente… c’è tutto quanto, mancano solo le canzoni di Merola… Ma anche qui vi è la cinefilia e la voglia di mischiare le carte del regista che inizia con una sequenza che potrebbe stare benissimo ne La terra trema di Visconti, quindi neorealismo, poi volge verso la commedia con la scelta di caratteristi clamorosi come Nino Imparato, Tecla Scarano e Gianna Fierro in ruoli di impiccioni simpatici, per finire in un noir all’americana con inseguimento tra barche, femme fatale (nota di merito alla caratterizzazione sexy di Annamaria Ubaldi, qui con parrucca biondissima), pistole e cattivi che finiscono male. Due fratellastri, uno introverso, scontroso e litigioso Alfredo (Rosario Borelli) pescatore segnato da una vita infelice ed inviso alla matrigna (una Franca Dominici, esperta), l’altro Paolo (Antonio de Teffé prima di diventare Anthony Steffen nei western successivi di cui diventa presenza costante) lavoratore retto e affettuoso con la genitrice. I due si contendono anche una donna, Tina Gloriani (una habituée in questi primi film di Polselli), innamorata da Alfredo che però non riesce ad amarla per il suo carattere e i suoi sensi di inadeguatezza e che allora viene ambita dal fratello Paolo. Tutto tracolla e finisce in dramma quando si scopre che Paolo ha una seconda vita, è tutt’altro che il bravo ragazzo creduto dalla madre e ucciderà un contrabbandiere con cui fa affari… (voto 6) Coca Cola che spicca in una pubblicità affissa in un bar e una 600 Fiat “coupé” come product placement.
Ultimatum alla vita (1962) è un’incursione in un altro genere ancora, il film di guerra ma incentrato su quattro donne in una prigione nazista anticipando il “women in prison” dell’imperversante genere nazisploitation di un decennio dopo. Franca Bettoia, figlia di un capo partigiano, la silenziosa e traumatizzata Valeria Moriconi, una prostituta interpretata da Didi Perego, la pazza Cristina Gaioni e la battagliera Tina Gloriani sono incarcerate in un castello trasformato in prigione dal comandante di occupazione nazista Claudio Gora (con una perenne sigaretta tra le labbra), un uomo moderato con a seguito il figlio Hans, un giovane innamorato della fascinosa Mara (la Bettoia). Quando alcuni gruppi partigiani minacciano la postazione tedesca, il luogotenente, ben più crudele e senza scrupoli del comandante, interpretato da Antonio de Teffé (ancora scelto da Polselli per interpretare un “cattivo”) comincia a tormentare Mara per sapere dove si trova il padre, arrivando a minacciare di morte la di lei sorellina. Le ragazze infuriate si rivoltano a suon di mitra e, mentre una di loro, la Gaioni, viene aiutata da Andrea Cecchi (che interpreta un fascista che passa con i partigiani) a raggiungere la resistenza, Mara prende in ostaggio Hans e si rifugia su una torre del castello sparando all’impazzata. Finale con scontro spettacolare tra partigiani e soldati nazisti con tragedia finale. Un film che ricorda atmosfere alla Castellani in cui Polselli inserisce elementi di stilizzazione tecnica (scelte di montaggio e inquadrature che drammatizzano le scene clou) arrivando a ricordare atmosfere hitchcockiane, e non lesinando (per quel che si poteva mostrare nel periodo) violenze carnali e morti drammatiche. Interessante anche il taglio psicologico che dà al comportamento dei capi degli opposti schieramenti che si trovano a dover scegliere se intervenire e rischiare di ammazzare il figlio o lasciar scappare Mara, da parte del nazista Gori; o se mettere a rischio la vita dei compagni per liberare la figlia oppure sacrificarla da parte del comandante partigiano. (voto 6,5)
Piccolo film che racchiude attorno ad una camera di hotel vari episodi di “letto”, in cui alcuni personaggi tentano di consumare un rapporto sessuale senza mai riuscirci; questo film è Avventura al motel (1963) con cui Polselli si avvicina al cinema di serie B italiano che negli anni seguenti perverserà e verrà esportato nel mondo. Sessualità e commedia, i pilastri degli erotici italiani che dopo pochi anni arriveranno sugli schermi. Sketch da varietà con comici come Erminio Macario (interpreta un marito frustrato da una moglie megera che va con prostitute non per il sesso ma per poter… comandare in casa), Aroldo Tieri (un pilota d’aereo che quando fa scalo a Roma dà appuntamento all’amante al motel ma qui gli succede sempre qualcosa che impedisce la copula…), Franco e Ciccio (che per i soliti malintesi finiscono… a letto fra di loro), Memmo Carotenuto (un marito fedifrago che viene trovato in mutande dalla moglie con l’amante e viene fatto rinchiudere in manicomio). Ma vi è anche il solito Anthony Steffen che fa una scenetta di coniugi che pensano ai loro amanti invece che accoppiarsi fra di loro e l’ormai dimenticato (ma allora famoso) calciatore italo-argentino di Fiorentina e Roma e della nazionale (solo 8 presenze), Francisco Ramon Lojacono che scherza sull’impossibilità dei calciatori di consumare regolarmente con la propria moglie a causa delle trasferte, degli allenamenti e per il controllo dei dirigenti sulla loro vita per averli in forma alle partite (qui il dirigente è interpretato con un cameo di pochi minuti da Gino Cervi). Oltre alle scenette comiche, il fine principale del film è mostrare attrici “maggiorate” in negligée: Eva Bartok, Margaret Lee, Miranda Martino, Claudia Mori, Liana Orfei, Michela Roc, Gina Rovere scosciano allegramente senza troppo badare alla snellezza che invece è obbligatoria di questi tempi. (voto 5+) Preponderante product placement per Alitalia e Caltex presenti in più scene, ma importante piazzamento anche per Baci Perugina e Cinzano.
Nella filmografia di Polselli Il mostro dell’opera è posizionato dopo Avventura al motel, in realtà è un film gemello a L’amante del vampiro, girato nel 1961 e distribuito solo nel 1964. “Qualche critico pensa che io abbia lavorato tre anni su questo film, in realtà ho avuto grossi problemi con la distribuzione ed uscì tre anni dopo che fu finito. E’ un film che contiene considerevoli innovazioni tecniche con la cinepresa.” (*). Anche qui protagonista è una compagnia di ballerine (non le stesse attrici dell’altro però) che decide di occupare un teatro da anni dismesso per le prove di un nuovo spettacolo. Non sanno però che all’interno di questo vive un vampiro con un servo, entrambi pluricentenari e, naturalmente, le ballerine diventano prede di Stefano (così si chiama il vecchio dai canini aguzzi, un “nosferatu” italico…), in particolare la star Giulia (Barbara Hawards, ballerina di professione e attrice attraente e di notevole appeal mai più usata dal cinema) reincarnazione della donna amata in passato dall’uomo. La trama a cui ha contribuito un Ernesto Gastaldi alle prime armi pilucca un po’ da Dracula, un po’ dal cinema delle old dark houses, ma anche dai gotici romantici e, come indica il titolo, da Il fantasma dell’opera creando un notevole pasticcio considerando che ben più di metà film è un insieme di numeri di comicità e balletti, insomma ancora il buon vecchio varietà italiano, non certo memorabili e che poco hanno a che fare con il gotico all’italiana. E’ vero che Polselli ha felici intuizioni di regia soprattutto nella sequenza iniziale girata dietro le quinte del teatro e in altre tra cui ricordo quella del balletto-sabba che si scatena alla presenza del “mostro”, e quelle girate nei sotterranei in cui si trovano alcune vampirizzate discinte e incatenate con un fumo/nebbia che ammanta le azioni del vampiro, sempre in bilico però, tra suggestione e cadute nel ridicolo. Vi sono anche alcune scene che accennano al lesbismo ed un erotismo di fondo tipico del regista prima di diventare esplicito nei primi anni Settanta della sua carriera. Tra le attrici vi è anche Milena Vukotic, che iniziò proprio come ballerina, che è l’unica che avrà un futuro radioso nel cinema. Il Giusti che lo definisce un film e un cast di serie Z, riporta da Italian Horror Films of the 1960s il commento “Un thriller fantastico molto debole, che soffre della regia senza immaginazione di Polselli”. Che sia un filmetto di non gran valore ci può stare ma che la regia sia senza immaginazione è decisamente opinabile (voto 5+)
(*) Articolo di Massimo F. Lavagnini su Renato Polselli con commenti ai suoi film del regista stesso su Draculina n.30 del 1997.