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CINEMA
14 Aprile 2024 - 21:27

DIARIO VISIVO (Ingmar Bergman 4)

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da Una vampata d'amore a Sorrisi di una notte d'estate
DIARIO VISIVO (Ingmar Bergman 4)

Dopo il trionfo visivo della sensualità di Monica e il desiderio grazie anche alla presenza di Harriet Andersson, l’attrice è confermata anche in Una vampata d’amore (1953) film di cui il regista scrive anche soggetto e sceneggiatura e prende in mano definitivamente la sua arte. Ancor più del precedente (tra l’altro è il primo film in cui inizia il sodalizio con Sven Nykvist) è un film “adulto” e a mio parere anche migliore. Più compatto sia iconograficamente che narrativamente, nessuna “facile” (critica che alcuni hanno mosso a Monica) metafora tra paesaggio e psicologia (anche se tutta quella pioggia e quel fango…), ma un’opera “nera”, come è stata definita, cupa e piena di disperazione umana. Ambientata nel mondo del circo, mette ancora in contrapposizione la ricerca di indipendenza e libertà dalla società (il circo) e la stabilità piena di limitazioni della vita “borghese” (la moglie del direttore del circo che possiede due tabaccherie con cui mantiene i tre figli). Ma dove sta la vera libertà? La vita pulciosa del circo è sicuramente libertà di viaggiare e di non dover rispondere a nessuno ma poi diventa una gabbia essa stessa quando manca il sostentamento, quando mancano gli agi. Invece la donna “arrivata” dice al marito di essere ora “libera” lontana dal circo ce le faceva “paura” (l’instabilità versus la stabilità). Un’alternativa potrebbe essere il teatro di serie A dove si trovano attori con una vita più stabile ma anche la loro è una vita di finzione, dove l’inganno è pratica comune. Il direttore del circo Alberti (Albert/Ake Gronberg) vive in un carrozzone con Anna/Harriet Andersson, la cavallerizza dello spettacolo. Il loro legame sembra stabile anche nella sofferenza, due disperazioni che si sostengono proprio nella loro unione, fino a quando Albert non decide di tornare, dopo tre anni, a trovare la moglie e i tre figli. Anna non la prende bene perché sospetta (non senza ragione) che l’uomo voglia abbandonarla, lei e il circo, per un focolare domestico. Allora lei si concederà ad un attore di teatro che la intorta promettendole un gioiello preziosissimo che, venduto, le permetterebbe di vivere indipendente e libera (allora solo il denaro dà la libertà?) per almeno un anno. Frustrate entrambe le speranze perché la moglie non rivuole il marito a casa e l’attore è un bugiardo che ha rifilato una patacca ad Anna, si arriva ad un finale di assoluta disperazione umana in cui Albert e Anna vengono umiliati dall’attore davanti a tutti e capiscono che la loro unica speranza (dei mal vestiti come dice un detto delle mie parti) è continuare nel cammino insieme. Vi è nel film un racconto in flashback di un’altra coppia del circo, quella del clown e della moglie, che preconizza quella principale, in cui Bergman omaggia ancora una volta il cinema muto, in particolare il suo film di culto Il carretto fantasma del suo maestro Victor Sjostrom, ma sono evidenti anche le influenza ejzensteiniane. Il resto del film è arte visiva espressionista pura. Il Mereghetti che già aveva dato “solo” due asterischi e mezzo a Monica si ripete giudicando questo film nel suo Dizionario 1996 (Baldini&Castoldi ed.). Mi trovo più in linea con il Morandini che nel suo di dizionario del 2011 (Zanichelli Ed.) gli dà quattro asterischi (su 5): “Erotismo, gelosia e umiliazione in combinazioni variabili per uno dei film più cupi e disperati dell’espressionismo e incline a metafore e persino allegorie (…) Una delle vette del primo Bergman” che poi riporta le parole dello stesso regista: “E’ un tumulto, ma un tumulto ben organizzato… un film relativamente sincero e svergognatamente personale”. (voto 7/8)

Dopo quello che a me sembra la summa del suo primo periodo, ma che fu un insuccesso, nello stesso anno, il 1953 in cui, ricordiamo, Bergman ha solamente 35 anni e ha già diretto tredici film e innumerevoli spettacoli teatrali, arriva una commedia che apparentemente può sembrare la classica slapstick comedy americana (matrimonio in crisi, lui è un ginecologo “che non sa capire le donne perché evidentemente le vede dal lato sbagliato” che si fa l’amante più giovane, lei ritorna da un vecchio amore, un artista che avrebbe dovuto sposare ma che poi ha abbandonato per il marito; incontro dei due in treno fino ad una schermaglia a tre con l’amante di lei, sottilmente architettata dal marito, che porta al ritorno dei due a stare insieme) ma Una lezione d’amore invece è una seduta di autoanalisi per il regista stesso che porta sullo schermo tutte le sue incertezze sentimentali (ha già avuto due mogli, cinque figli e amanti tra cui Harriet Anderson che qui ha un ruolo interessante anche se non è la protagonista) e i suoi dubbi sui rapporti uomini-donne. Come scrisse Godard: “Solo Bergman è capace di filmare gli uomini come li amano ma li detestano le donne, e le donne come le detestano ma le amano gli uomini”. Il tocco personale di Bergman è stavolta più nella sceneggiatura, nei dialoghi, nei dubbi della figlia (la Anderson) che non vuol essere donna ma vorrebbe diventare un uomo, nella ronde sentimentale tra i coniugi che non riescono ad evitare di interessarsi ad altre donne e ad altri uomini. Ma anche nel dialogo sulla morte del padre del protagonista, nella struttura a flashback; purtroppo non nella ricerca visiva che in questo film non è particolarmente interessante, della commedia classica americana infatti mantiene un’eleganza borghese ma nulla più. I due protagonisti sono interpretati dagli stessi attori (Eva Dahlbeck e Gunnar Bjornstrand) del terzo episodio di Donne in attesa e sembra che su quella base il regista abbia voluto crearvi intorno un passato ed un futuro relazionare. Al Morandini è comunque piaciuto (tre asterischi su 5): “Prima commedia di Bergman: leggera, sorridente, caustica, con punte salaci, dialoghi briosi e 2 protagonisti in gran forma (…) Il vaudeville francese rivisitato con l’ottica del teatro svedese”. Due e mezzo per il Mereghetti (ma su base 4): “Questa volta Bergman affronta uno dei suoi temi prediletti – una gravissima crisi coniugale – con gli strumenti della commedia brillante, orchestrando un film del tutto insolito per le sue corde, che sembra strizzare l’occhio a Hawks, (…) Wilder e Cukor”. (Voto 6,5). In Una lezione d’amore vi è quello che probabilmente è il primo vero product placement in un film di Bergman, difficilmente non può esserlo la Carlsberg che è presente in più sequenze.

Trovo ingiusto il trattamento critico a Sogni di donna (1954), ne Il Castoro dedicato al regista, Sergio Trasatti lo liquida così: “Non aggiunge molto al mondo poetico bergmaniano, ripropone temi abbastanza consueti: il rapporto uomo-donna, le delusioni dell’amore, la necessità di un rapporto non effimero con il partner, la contrapposizione fra le donne, sensibili e sincere, anche se infantilmente suggestionate dal sogno, e gli uomini, freddi, calcolatori ed egoisti”. A parte che non mi sembra neppure ben riassunto il senso del film (due donne, una direttrice di servizi di moda e la sua modella, hanno travagli d’amore, la prima ha un amante che non si decide e non si deciderà mai a lasciare la moglie, la seconda si è appena lasciata con il fidanzato che non voleva andasse per un servizio fotografico a Oslo e qui incontra un anziano marpione ricchissimo che la copre di regali costosi con l’intento di arrivare ad una relazione ma poi si lascia umiliare dalla figlia) dato che le donne non mi sembrano solo sognatrici ed ingenue (forse le due protagoniste ma non certo la figlia dell’anziano, calcolatrice e cinica e la moglie dell’amante forte a dominare il marito e a fronteggiare la rivale) e gli uomini tutt’altro che freddi ma principalmente deboli, ipocriti e pronti a farsi soggiogare dalle donne e dalla morale borghese (“Sono 2 novelle intrecciate che hanno in comune la pavida meschinità delle figure maschili” scrive giustamente il Morandini); mi sembra che sia Trasatti che Mereghetti (“Un Bergman minore, che applica l’analisi dei sentimenti a schemi da commedia”) si limitino a valutare il lato narrativo del film. Il primo quarto d’ora di quest’opera a suo modo visionaria è Bergman ai massimi livelli per quanto riguarda la regia, esalta i primi piani delle “sue donne” con un montaggio che da solo le svela psicologicamente (paradigmatico quello eccezionale della direttrice, Eva Dahlbeck, che medita il suicidio a bordo del treno) e inquadrature di una tale bellezza ed intensità che ho dovuto stoppare un attimo il dvd per elaborare quello che stavo vedendo. Orson Welles, il cinema muto e il Bergman futuro nello splendore del bianco e nero e della pellicola. I primi piani (quasi tutto il film è girato con dettagli, primi piani e piani medi, pochissime sono le sequenze del mondo esterno ai protagonisti) sono veri e propri quadri cinematografici che, vedendo il dvd con VLC, ti viene voglia di ritagliare uno dietro l’altro per conservarli e rimirarli. Poi come non citare almeno la clamorosa interpretazione di Harriet Andersson che qui non recita solo con il suo corpo e la radiosità del suo viso (come ad esempio in Monica e il desiderio) ma dà saggio di grande bravura nel dipingere una ragazza di volta in volta vanitosa, ingenua, ridanciana, capricciosa, addolorata, triste, in crisi di pianto. Insomma, a mio parere un film da rivalutare proprio dal punto di vista dell’abilità registica in sé. (voto 7,5). Citazione per Dior e un pianoforte Gaveau product placement nel film.

L’esplorazione dei sentimenti e dei rapporti tra coppie ritorna con il più “leggero” e divertente Sorrisi di una notte d’estate (1955) che riprende la stessa coppia di attori (Gunnar Bjornstrand e Eva Dahlbeck) del terzo episodio di Donne in attesa e di Lezioni d’amore, le stesse argomentazioni e lo stesso tono di commedia tanto da poter identificare un vero e proprio filone bergmaniano di commedia sentimentale. Girandola di amanti, mogli, serve disponibili e calcolatrici (il presonaggio di Harriet Anderson potrebbe essere accostato a quella di Diario di una cameriera) che si ritrovano tutti attorno ad un desco preparato ad arte dalla demiurgica Desirée (la Dahlbeck come la de Merteuil delle Relazioni pericolose), attrice teatrale di successo decisa a riprendersi per sé l’amante che l’ha lasciata per una giovanissima moglie. La stessa Desirée ha un altro amante, un militare tutto d’un pezzo e macho ma coglione assai, anch’egli sposato con una giovane donna con cui lei stringe un patto, una strategia, per riequilibrare tutti i rapporti sentimentali. “Gun (la moglie di allora ndr) fu il modello di molte donne dei miei film: Karin Lobelius in Donne in attesa, Agda in Una vampata d’amore, Marianne Egerman in Una lezione d’amore, Susanne in Sogni di donna e Desirée Armfeldt in Sorrisi d’una notte d’estate. Nell’incomparabile Eva Dahlbeck trovai la sua interprete. Entrambe queste donne riuscivano insieme a dar vita ai miei testi, spesso piuttosto confusi, e a sostenere così la causa della mai sconfitta femminilità in un modo che mai mi sarei immaginato.” Scrive Ingmar Bergman nell’autobiografia Lanterna magica ed. Garzanti, traduzione Fulvio Ferrari. Ho già scritto che a mio parere questo filone di film erano sedute d’autoanalisi per il regista che dall’osservazione delle donne che frequentava e quelle che desiderava, coglieva gli spunti per scrivere sceneggiature argute e autoironiche (gli uomini in generale si credono quelli intelligenti e quelli che tirano i fili mentre sono le donne in realtà a fare questo) che in Sorrisi raggiunge livelli notevoli. Tra un “come faccia una donna ad amare un uomo proprio non capisco” (Bjornstrand guardandosi ridicolo allo specchio), un “Stavolta ero innocente” (Desirèe colta con l’amante) “vuol dire che non era ancora notte inoltrata” (risposta della madre) e un “L’amore è un passatempo doloroso” ritroviamo il meglio della screwball comedy americana e la causticità della madre di Desirée è sicuramente una delle ispirazioni di quella di Woody Allen. Per quanto riguarda la parte “visiva”, qui le inquadrature non hanno più l’intensità psicologica di Sogni di donna ma un’eleganza barocca (tutti quegli specchi, il riflesso sulle pozzanghere d’acqua, le trine e i piccoli oggetti femminili) molto teatrale. “Bergman mescola la pochade a Pirandello, Shakespeare a Max Ophuls e Renè Clair per trattare, in una chiave solo in apparenza leggera, e comunque per lui nuova, i temi del rapporto tra i sessi e della ricerca della felicità” si scrive sul Mereghetti (ed. 1996 Baldini&Castoldi) (dissento dal fatto che la leggerezza forse per lui nuova visto che invece già l’aveva utilizzata come scrivo sopra…). Sul Morandini (2011 Zanichelli) lo si incensa “Carosello tragicomico di amori incrociati. La migliore commedia del regista, un capolavoro.” Infine Fernaldo Di Giammatteo nella sua Storia del cinema (Marsilio) scrive “Ci si è veduto di tutto, in questo miscuglio di frivolezze orchestrato con sapienza: da Marivaux a Pirandello, da Shakespeare (che semmai lega meglio con Woody Allen) a René Clair. Non ci si è veduto il cinismo di fondo, che è la nota più caratteristica.” (voto 7,5)

STEFANO BARBACINI

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