Nella perfetta cittadina di Suburbicon (tipica provincia americana anni ’50 con le villette monofamigliari circondate da giardinetti ben curati), tanto perfetta da non sembrar vera come quella de “La fabbrica delle mogli”, vi sono sintomi di inquietudine e di “imperfezioni” nascoste. Intanto grande sgomento e preoccupazione vengono causati dai nuovi abitanti appena giunti: una famiglia di “negri”. Tanto scompiglio da radunare il consiglio cittadino rigorosamente WASP in cui si promettono “alte staccionate per coprire la vista dei neri” e si sentono parole pseudoaccomodanti come “noi crediamo nell’integrazione razziale ma solo quando i negri saranno pronti”. “Noi abbiamo il diritto di decidere con chi vivere!”
Dopo questo spaccato di “razzismo umano” che ricorda odierne paturnie, ci addentriamo nella casa della famigliola felice di Gardner/Matt Damon in cui vivono anche il figlioletto e la moglie (Rose) con la sua sorella gemella (Margaret), entrambe interpretate da Julianne Moore. Quadretto idilliaco prima di scoprire che la moglie è costretta su una sedia a rotelle a causa di un incidente di macchina e che un paio di brutti ceffi ce l’hanno con loro (in una incursione notturna dei due la moglie resta uccisa).
Ma cosa c’è sotto alla facciata così per bene della famiglia di osservanza episcopale (non siamo ebrei nonostante il nome lo faccia pensare! ) che fa in modo che Gardner e la cognata affermino di non riconoscere i due malfattori quando questi vengono catturati? E’ quello che chiede loro anche il figlioletto ingenuo e innocente. “E’ una faccenda complicata” risponde papà negando l’evidenza. E come mai ci mette così poco Margaret a prendere il posto della defunta Rose alla faccia del lutto doloroso (anche nei giochini sessuali sadomaso)?
Mafia, becero razzismo, assicuratori senza scrupoli, omicidi, follia collettiva in una grottesca girandola di vizi e ipocresie scaturite dalla penna feroce dei fratelli Cohen che tornano ad esplorare il modus vivendi dell’esemplare americano medio, quello che negli anni si è confermato essere l’egoistico uomo votato al consumismo sfrenato e alla sudditanza del dio denaro che è oggi.
Film massacrato dalla critica statunitense (forse perché gli anni ’50 in USA sono l’epoca d’oro da non desacralizzare…), Suburbicon è invece film feroce il giusto che Clooney conduce alla fine con buona padronanza anche se non con la secchezza dei Cohen registi. I fratelli terribili sicuramente sanno meglio quando fermare il colpo per renderlo più potente mentre il bel George esagera e, per ossimoro, ottiene un risultato meno incisivo.
Nel film viene evitato il product placement utilizzando brand inventate ma ci viene in aiuto in questo senso un acuto spettatore che individua un anacronismo nell’utilizzo di un attrezzo su IMDB: “IL Tonka truck sotto al portico dei Mayers è un modello prodotto dalla Cat Trucks solo dopo il 1975”.