Nella canzone che introduce il film Una vecchia signora indegna (1965) c’è già tutto il senso del racconto di Brecht da cui ha preso spunto René Allio (fino a quel momento regista teatrale di un certo peso) per il suo esordio nel lungometraggio. Canta Jean Ferrat che ci si sposa presto per fare figli che ci occupano le giornate, tra la spesa e le faccende di casa non si vede il tempo che passa e dalle finestre vediamo la giovinezza passare… Una vecchia signora indegna è, come riassume il nipote a fine film, la storia di una donna che ha vissuto due vite, la prima come ragazza, moglie e madre, la seconda semplicemente come signora Berthe. La prima è durata 60 anni, la seconda 18 mesi. Ed è di questi 18 mesi che il film narra. Alla morte del marito, la vedova Berthe invece di struggersi nel dolore e lasciarsi sopraffare dalla depressione per il lutto, comincia “a vivere”. Va al cinema, si fa degli amici, va al ristorante (cosa inusitata visto che lei era abituata a far da mangiare anche per dieci persone…), addirittura se ne va in vacanza! La qual cosa crea panico tra i figli che, principalmente perché la mamma si è messa a spender soldi, non riescono a tollerare questo cambiamento. Renè Allio gira un esordio clamoroso, che riceve premi e riconoscimenti internazionali, in un bianco e nero delicato, con una protagonista a cui non puoi non voler bene (l’attrice Sylvie è perfetta per grazia e pacatezza “superiore” a ciò che la circonda) nella sua privata e particolare lotta per l’autoindipendenza. Il film è anche un omaggio alla propria città, Marsiglia, e contiene passi autobiografici, ad esempio la madre del regista, diventata vedova, vendette tutti i beni contenuti in casa come fa la protagonista del film. “C’è tutto il cinema di René Allio condensato che si declinerà di film in film. Ammiratore del neorealismo italiano, il regista vuole evitare tutte le stilizzazioni e cerca di mostrare dei personaggi che cambiano, più o meno volontariamente, in una città in mutazione, attraverso una serie di sequenza documentarie. Scopriamo la città di Marsiglia tale quale era nel 1964, con i suoi caffè e i grandi magazzini, il suo porto e il suo ippodromo, fino ai suoi cantieri di periferia.” (Marguerite Vappereau, La vieille dame indigne, Les histoires de René Allio, Presses Universitaires de Rennes, 2013. Trad. mia) (voto 7+). Proprio alcuni locali di Marsiglia popolano il product placement del film. Il bar Amical ad esempio, o Phenix e al loro interno i soliti noti dei bar, Cinzano, Martini e, in Francia, Ricard. Poi uno spottone per Coca Cola mentre due marche d’auto appaiono. Una Mercedes ambita dal nipote di Berthe e una due cavalli Citroen (“la più economica e la più robusta”) acquistata da Berthe per lei e Rosalie.
Si può vedere il film Les camisards (1972), come hanno fatto in molti, come inno alla rivolta, come atto politico contro la guerra del Vietnam e a favore delle rivoluzioni in atto in Sudamerica di quel periodo. Le parole di Allio al riguardo sembrano più virare verso un’insoddisfazione personale, una lotta degli artisti e di coloro che non sono potenti (noi eravamo noi stessi dei Camisards) contro il potere costituito, contro le istituzioni, contro quelli i cui interessi sono unicamente il denaro, il potere e la posizione (nel film vediamo nobili, soldati e preti mangiare, amoreggiare, pavoneggiarsi, mentre i contadini nei dintorni faticavano per permettere la loro vita agiata). Film sicuramente brechtiano, influenza fondamentale per Allio, che si basa su avvenimenti realmente avvenuti nelle Cevennes nel 1685 quando Luigi IV decretò la fine delle libertà concesse ai protestanti con l’editto di Nantes costringendo la popolazione di questa fede a convertirsi al cattolicesimo o ad andarsene. I contadini delle Cevennes non si inchinarono a queste decisioni e si organizzarono per combattere contro l’esercito francese. Nel raccontare questa storia è evidente da che parte sta Allio, e non per difendere la religione protestante, ma a favore della libertà. Se dovessimo basare il valore del film solamente su questo spirito di rivolta però non arriveremmo a dargli quel che merita dato che tanti film (a cominciare dallo Spartacus di Kubrick) hanno una simile evoluzione narrativa. E’ proprio la sua realizzazione e come Allio ha ricreato l’atmosfera del tempo, come inquadra la vita contadina in maniera pittorica (sembra di vedere le opere di Millet ad esempio), come imposta la narrazione con la lettura del diario di uno di sopravvissuti ad accompagnare gli avvenimenti. Una capacità di mischiare attori professionisti e non, non comune e che si esalterà nel successivo Moi Pierre Riviere… Les camisards è un gran film perché lontano dal mainstream, con la pulizia narrativa di Rossellini, lo spirito indipendente nouvelle vague e il rigore straubiano. “Un lavoro di eccezionale originalità sul trattamento cinematografico della storia. Per la scelta di girare in scenari reali, per la sobrietà, l’austerità dei costumi, dell’illuminazione e dei dialoghi, René Allio si allontana dalla norma del film storico spettacolare per farne una storia dal basso, tentando di ricostruire dall’interno, con figuranti originari della regione, l’universo corporale, verbale e mentale dei ribelli delle Cevennes.” (Dimitri Vezyroglou, Les camisards, articolo su Les histoires de René Allio, Presse Universitaires de Rennes, 2013, trad. mia). (Voto 7)
Rude journée pour la reine (1973) è uscito in Italia con il titolo Una giornata amara e si riferisce a quella della protagonista del film Jeanne (Simone Signoret), una donna insoddisfatta sia del lavoro (donna delle pulizie) che della vita famigliare (sposata con il frustrato Albert, guardiano in un supermercato) che trova i suoi riferimenti nella Molly Bloom di Joyce e nella “vecchia signora indegna” di Brecht (e dello stesso Allio). Ma mentre le due “eroine” della letteratura la rivolta alla loro noiosa vita la facevano con azioni ben precise, Jeanne si ritrova a vivere la sua rivoluzione personale nei “sogni” ad occhi aperti. Prendendo le parti del figliastro Julien, finito in carcere e ripudiato dal padre Albert, lo vuole aiutare a riprendersi moglie e figlio dopo l’uscita dalla cattività portando una lettera che per lei diventa una missione tra lo spionistico e il thriller. Julien diventa il suo amante scandaloso e un rivoluzionario sessantottino, mentre Albert addirittura il re Luigi XIV e lei la regina. Tutto questo naturalmente nella sua immaginazione che passa tra varie epoche. Il potere rivoluzionario dell’immaginazione, via di fuga e riscatto per il proletariato sfruttato. Allio “Vuole realizzare una commedia sulla gente ordinaria. L’humour domina nettamente questo film che mischia i toni senza eliminare gli slanci melanconici, particolarmente nella figura di Albert. Jeanne, sempre imprigionata nei suoi sogni, si perde e compone una sapiente miscela di generi passando dal poliziesco allo spionistico, e costruisce un universo composito, popolato da tutta una galleria di personaggi in permanente metamorfosi, sottomessi ai capricci della sua immaginazione.” (Marguerite Vappereau, Rude journée pour la reine, articolo su Les histoires de René Allio, Presse Universitaires de Rennes, 2013, trad. mia) (voto 6). Soprattutto Gitanes il product placement del film ma anche Vittel, M&M’s, Fischer, Eminence, Suze, Klorane.
Tutto comincia da un dossier di Michel Foucault su un fatto di cronaca avvenuto nel 1835 quando un contadino di nome Pierre Riviere uccide la madre, una sorella e un fratellino. Da questo dossier che contiene anche un dettagliato diario di Pierre scritto in prigione (ed è sorprendente come un povero contadino non scolarizzato riescisse a scrivere in bella calligrafia e con un francese appropriato le sue memorie), in cui racconta la vita famigliare e come è arrivato al triplice omicidio. René Allio da questo dossier trae un film, Moi Pierre Riviere ayant égorgé ma mère, ma soeurs e mon frère… (1976), in cui ricrea il mondo contadino della prima parte dell’Ottocento con uno stile realistico e ricercato allo stesso tempo. Fa recitare i contadini da attori non professionisti e gli uomini delle istituzioni da professionisti. Stilizza il lavoro della campagna e le frizioni famigliari (nonostante facessero figli in continuazione, i genitori di Pierre vivevano separati e in contrasto; la moglie faceva continuamente debiti che misero in seria difficoltà il marito) riferendosi a Bresson e la parte “nobile” di avvocati e tribunali, con sequenze che sembrano uscite da De Oliveira. Ottiene così una raffinata opera sempre in bilico tra finzione e documentario (vi sono anche interviste, replicando le reali contenute nel dossier, a interpreti di vicini di casa e conoscenti della famiglia Riviere), dandoci uno spaccato di vita in maniera allo stesso tempo materico e poetico. Purtroppo Allio fa fatica a trovare i finanziamenti e a diffondere la propria opera e, nonostante la qualità, ad esempio di questo film, non riesce ad essere popolare. “Innovatore, ambizioso e sobrio, il film beneficia, alla sua uscita, il 27 ottobre 1976, d’una critica favorevole, sulla stampa quotidiana come sulle riviste di cinema. La distribuzione, purtroppo, non lo è altrettanto e Moi, Pierre Rivière… si può vedere solo in due sale parigine del Quartiere latino. Bisognerà attendere vent’anni perché Arte decida di diffonderlo e di renderlo facilmente accessibile, commercializzandolo su supporto VHS…” (Myriam Tsikounas, Moi Pierre Riviere ayant égorgé ma mère, ma soeurs e mon frère…, Les histoires de René Allio, Presses Universitaires de Rennes, 2013. Trad. mia). In Italia nemmeno l’ombra di un’uscita neppure nel circuito d’essai. (voto 7+)
Il fascino del diario, del manoscritto, del racconto di vita vissuta è quasi sempre il punto di partenza di René Allio per le sue opere. La più originale di queste “scintille” che accendono la curiosità del regista è quello che è contenuto in una “sceneggiatura”, così la definisce subito il suo autore Emile Guinde, di un “signor nessuno” che ha messo la sua vita su carta e l’ha proposta ad Allio. Una vita in vero articolata dato che Guinde fu marinaio ad inizio secolo, poi legionario per sfuggire ad un doppio amore (si innamorò della governante di un Ufficiale della Marina e pure di sua moglie, nel film interpretata da Dominique Sanda, ricambiato da entrambe) e dall’accusa ingiusta di aver ucciso un proprio commilitone. Attraversando il periodo della Seconda Guerra Mondiale, dato per morto, tornerà tra le braccia dell’amante, ora vedova, prima che, nei sobborghi marsigliesi (altro omaggio del regista alla sua città) quest’ultima non finisca in un complicato e mortale intrigo di droga e malavita. Allio decide per una ricostruzione teatrale e flamboyant e, anticipando la moda del postmoderno, gira come fosse un film degli anni Trenta. Forse il film non è particolarmente riuscito con quella sua fotografia leccata, l’interpretazione trattenuta degli attori, la trama che sembra quella di una “sceneggiata napoletana”, ma ha il suo fascino. “Questo testo (…) poteva senza dubbio, con qualche arrangiamento, uscire in una di quelle collezioni di cui numerosi lettori si dimenticano il titolo e il resto dal momento che abbandonano il libro sulla panca di un treno (…) è testimonianza però di tutto un immaginario patriottico-esotico-coloniale che raggiunge il suo massimo d’intensità negli anni venti e trenta. Riesce nello stesso momento a riunire in un solo individuo i due personaggi emblematici dell’epopea coloniale, il marinaio e il legionario. René Allio (…) che ha riconosciuto la sua fascinazione per l’immaginario detto “popolare” (…) non poteva non essere sedotto da tale soggetto. Restava da trovare il tono. C’era materia per una facile parodia, o, qualcosa di vicino alla parodia, anche involontaria, scatenando avventure africane e marittime (…). Lui ha scelto il rigore e il rispetto. Rigore attraverso la sobrietà della recitazione degli attori, le inquadrature precise meticolose disegnate in anticipo, la precisione delle sequenze.” (Gauthier Guy, “Les imaginaires populaires”, La Revue du Cinema, 401, gennaio 1985, trad. mia) (voto 6-) Byrrh nel product placement “storico”.