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CINEMA
13 Dicembre 2024 - 19:12

DIARIO VISIVO (Qualche titolo anni 80)

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Sapore di mare; Un'età da sballo; Orchidea selvaggia
DIARIO VISIVO (Qualche titolo anni 80)

“Piatto e volgare, aprì disgraziatamente il filone nostalgico precontestazione riscuotendo un grande successo nell’Italia del rampantismo incipiente.” (Mereghetti). “Vanzina fa centro con questo Italian Graffiti astuto ma sincero, che s’allontana dal cabaret cinematografico in voga. E’, una volta tanto, un film personale, un “amarcord” autoironico più che lirico di fondo nostalgico.” (Morandini). “Cult straclassico dei Vanzina, che riescono qui nel loro capolavoro, cioè a mettere insieme un cast del tutto perfetto (…), a costruire una storia, anzi più storie credibili, perfino a renderci un po' dei veri anni ’60 in Versilia come erano vissuti dai romani in vacanza. Poco importa se il film è girato a Ostia (…) Allora non a tutti piacque completamente, troppo facile, troppo finto. “ (Giusti) “Gran ritorno del cinema italiano di genere, finalmente svincolato dall’invadenza pseudocarismatica dell’attore, restituito alla coralità piccola e simpatica di venti trent’anni fa” (Buttafava) “I mitici anni Sessanta, d’estate, in Versilia. Avventure sentimentali, tra la pensione e il mare, nell’Italietta del boom (…), fauna balneare, tra commedia all’italiana e beach movie all’americana. E poi ci sono le canzoni, come dei siparietti veloci tra una storia e l’altra. Tutte insieme fanno una colonna sonora niente male, giusta e funzionale, la migliore forse dai tempi di Risi”. (Giandomenico Curi, I frenetici, Arcanapop) “Il segreto della formula sembra quello di non turbare il balletto degli stereotipi con intromissioni sociologiche o drammatiche: c’è appena un filo di malinconia nell’epilogo, quando 18 anni dopo i ragazzi invecchiati si ritrovano e stentano perfino a riconoscersi. Tutto è narrato con programmata superficialità, non senza qualche legittima sguaiataggine, e le presenze dei ragazzi (ma c’è anche una splendida Virna Lisi) sono gradevolmente plausibili” (Kezich). “Sull’onda della nostalgia e sul filo delle più belle canzoni degli anni Sessanta, quando la contestazione  era ancora lontana. Un film abile e fresco.” (Farinotti). Volenti o nolenti Sapore di mare (1983) è un classico. Del film dei Vanzina, poi vituperati nelle seguenti loro opere da molte fonti critiche, ne hanno parlato tutti e, a parte il giudizio tranchant del Mereghetti, che forse è più rivolto alle future opere dei registi che non a questa, tutti gli altri, critici dei quotidiani e esperti di cult e scult (Giusti, il sito Davinotti), ne hanno lodato la spensieratezza, gli amori “estivi” dei ragazzi (e tutti li siamo stati), la ricostruzione romantica degli anni Sessanta. Calà e De Sica qui danno il loro meglio da caratteristi di livello anche perché più calibrati che in altri episodi, e mettono le basi di una comicità su cui vivranno per anni ed anni. Stanno iniziando gli anni ’80 quando il film viene girato, gli anni che poi saranno celebrati per decenni futuri e qui si celebrano invece i mitici Sessanta e, anzi, nel finale proprio la contemporaneità (il 1982) viene dipinta come decadente e priva di felicità. Non si può parlarne male come non si può celebrarlo da capolavoro. Un richiamo alla commedia all’italiana dei maestri Risi, Monicelli e del padre Steno. Questo equilibrio si spezzerà nei vari episodi “vacanzieri” successivi e, peggio, nei “film di Natale” forse perché è il mondo intorno ai registi e agli autori che si è volgarizzato e ha perso l’aurea di spensieratezza di ragazzi fondamentalmente ingenui e “perbene”. Rivisto oggi è un oggetto ancora godibile (Voto 6+). La Porsche è una macchina di grande libidine ricorda uno dei protagonisti, ma Calà gira in Vespa e quando il fratello De Sica si vanta di aver soldi da spendere fa la battuta “i soldi li ha il signor Bic! (con cui firma gli assegni di papà…)”. Anche il product placement non è banale e principalmente riguarda riviste che hanno segnato un’epoca come Radiocorriere TV, L’Espresso, Annabella. Immancabile il Rockola dispensatore di musica. Quasi tutti vestono Lacoste.

Il masochismo del cinefago che è dentro di me non mi ha fatto ascoltare né il duo Gomarasca-Pulici che in La piccola Cineteca degli Orrori (Bur Rizzoli) scrivono: “incredibile come Pannacciò riesca a ridisegnare ogni volta i limiti del triste involontario, del sublime squallore di chi non sa come spendere i pochi soldi a disposizione. Tutto è sbagliato. La fotografia, i vestiti degli attori, la location, il doppiaggio. Stendiamo il velo pietoso, poi, sul cast di anonimi, amici degli amici, tutti quanti fuori parte…”, né le dichiarazioni di Antonio Bonifacio riportate dal Giusti nel suo Stracult (Sperling & Kupfer): “una cosa da non credere… un capolavoro della bruttezza… talmente sconclusionato che abbiamo dovuto girare un sacco di scene aggiuntive perché non si arrivava al giusto metraggio” e non mi ha fatto trattenere dal vedere comunque Un’età da sballo (1983), anche perché è facilmente usufruibile su Prime Video. Magari uno lo guarda per ridacchiare del trash volontario o meno, ma qui non vi è neppure quello, il film è di una noia mortale, un intreccio di storie sentimentali con qualche puntatina di sesso (una delle poche cose da salvare la dolcezza un tantino sfrontata con cui la protagonista Karin Hauser concede di mettere in mostra il suo corpo di adolescente). Uno sceneggiatore cinematografico in crisi con moglie (una pittrice insoddisfatta) e figlia (costretta al collegio per anni e ora tornata a casa cerca un’iniziazione sessuale che la porti ad una libertà propria), ospita a casa sua un collega che fa innamorare la di lui moglie e si invaghisce della di lui figlia. La ragazza però non è preda facile, dopo aver giocato con lui e averlo sedotto le si concede per poi però abbandonarlo subito, ottenuta la desiderata deflorazione, definendolo un vecchio che sbava sulle ragazzine. Si fa fatica ad arrivarci in fondo a questo film, anche ascoltando le canzoni di Tullio De Piscopo e Kim and the Cadillacs che danno un minimo di qualità almeno alla colonna sonora. (voto 4,5)

Ci fu un tempo nella seconda metà degli anni ’80 che sulla scia di Nove settimane e mezzo Hollywood lanciò il genere sentimental-erotico in cui si mettevano sullo schermo i giochi di attrazione tra un uomo e una donna con tanti nudi e tante scene di sesso simulato. Brillava allora la “stella” di Zalman King e la sua trasgressione soft per famiglie. Tutto questo prima che il video e Playboy si impadronissero del settore con le loro storie ultrapatinate. Non che i film di Zalman King fossero molto più interessanti ma almeno la ruvidezza della pellicola dava loro un pochino più di carnalità. Il film più famoso del famigerato Zalman fu Orchidea selvaggia (1989) in cui il regista ripresentava “l’eroe” di Nove settimane e mezzo Mickey Rourke che, tre anni dopo, cominciava già a gonfiarsi e non era granchè più credibile come amante maledetto, solo un insopportabile trombone tutto sorrisini ammiccanti e niente fascino misterioso (come doveva essere). Accompagnato nell’avventura dalla sua vera compagna di vita, la modella Carré Otis (alcuni dicono che la loro scena finale di sesso non fosse simulata…), tanto bella quanto impagliata. Quest’ultima chiamata a lavorare per la donna in carriera Jacqueline Bisset viene intercettata dal personaggio di Rourke, un ricco imprenditore a cui piace andare in moto, fare lo sbruffone e sentenziare con poco credibili frasi letterarie tipo “dobbiamo perderci per ritrovare noi stessi” o altre da studentelli delle medie tipo “non stanno facendo sesso, stanno facendo l’amore”… Spinge all’esasperazione la bella Otis con un ti voglio-non ti voglio mentre lei si fa un affarista con cui poi doveva stringere affari… rischiando la figuraccia. Il desiderio esplode in una Rio piena dell’ingenua felicità brasiliana del carnevale tra viados, balli scatenati e maschere (le scene sono praticamente documentaristiche della festa carioca). Una palla clamorosa in cui spicca un episodio di una certa sensualità grazie al corpo ancora non uniformato al Playboy style di Assumpta Serna. “Banale fumetto pieno di divagazioni turistico-cartolinesche, che scade nel ridicolo involontario. Erotico come una patata lessa, anche se in patria ha avuto problemi di censura” (Mereghetti) (voto 4,5)

Stefano Barbacini

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