Diventa complicato parlare ancora di un film su cui si è detto tutto in più riprese, all’uscita del 1982 e dopo la versione director’s cut del 1993. Diventa difficile aggiungere qualcosa di un film seminale diventato esempio e ispirazione per mille altri. Ma forse no. Perché mi accorgo sempre più spesso che i giovani, interessati ad altro, non recuperano i grandi film del passato e sono molti a non aver mai visto Blade Runner di Ridley Scott. Vero è pure che pochi di questi leggeranno queste righe…
Ritorniamo a parlare dei replicanti (sorta di esclusi creati dall’uomo ad immagine di se stesso per sfruttarli come schiavi all’unico scopo di fare soldi) e del loro cacciatore il blade runner, appunto, Rick Deckard (Harrison Ford il va sans dire…), disilluso e romantico personaggio che pare uscito dalle pagine di Chandler (e invece è un altro grande che l’ha inventato Philip K. Dick ma sugli schermi il personaggio è diventato vivo e “vero”) costretto ad uccidere esseri probabilmente uguali a lui e a dare la caccia pure alla replicante di cui si innamora (il peggio che possa capitare ad un duro dal cuore caldo), perché è appena uscito il sequel di cui pure tratteremo.
Le vicende si svolgono in un futuro prossimo (rispetto al 1982) il 2019 (il nostro presente che molto assomiglia a quello e non è tanto futuro…) in una Los Angeles dark, piena di rifiuti e vapori, con enormi schermi pubblicitari al led, luci al neon e tanta, tanta pioggia.
Vicenda hard boiled con Rick che controvoglia è incaricato di uccidere i componenti ribelli della banda di Roy Batty, il replicante con le fattezze di Rutger Hauer (nel suo ruolo carriera) alla ricerca del padre (Tyrrell, il costruttore di replicanti) per estorcergli il segreto della vita duratura (bisogna sapere che quel modello di replicanti hanno una “durata” fissa di 4 anni di vita poi si “spengono”) in un rapporto edipico omoerotico. Sulla sua strada incontrerà, prima dello scontro finale con Roy, tre donne-androidi che entreranno nell’iconografia cinematografica per sempre.
Prima di tutto la replicante che si crede umana Rachel (Sean Young) un’algida bellezza dall’indimenticabile acconciatura e avvolta in un abito da regina nera delle fiabe. Rick se ne innamora subito e fuggirà con lei alla fine del film (nel discusso e un po’ appiccicaticcio finale voluto dalla produzione per attirare pubblico). Poi la ginnasta-punk Pris interpretata da una giovane Daryl Hannah che pare uscita da un fumetto pop (con la sua maschera dipinta sugli occhi) che ci regala la mitica presa a tenaglia tra le sue gambe e alcuni volteggi ginnici che fanno sprigionare tutta la sua carica sexy (per la Harley Quinn della DC potrebbe esser stata un modello). Infine la milfona Zhora di una disinibita Joanna Cassidy, stripper che mostra impudicamente i seni in una scena tagliata nella prima versione americana.
Ma il clou del film è la disfida finale tra Rick e Roy. Cioè tra due icone sexy maschili, Harrison Ford (sul cui fascino non c’è bisogno di dilungarsi) e Rutger Hauer, qui in versione vichinga e un po’ nazista che si scopre nel finale neppure così cattivo ma solo rassegnato alla prossima fine, cosa da lui esplicitata in una delle frasi più famose della storia del cinema (“ho visto cose che voi umani…”).
Per finire, in questo denso capolavoro, la questione che ancor oggi appassiona il web. Deckard è un replicante? Il dubbio venne scatenato dall’uscita della versione director’s cut voluta da Scott. Con l’aggiunta di una scena di pochi minuti (tagliata dalla prima versione), cioè un sogno di unicorni nel sonno ubriaco di Rick (Do Androids Dream of Electric Sheep?). Non pecore elettriche ma unicorni come quello lasciato nel finale da Gaff, maestro di origami, nell’ascensore ad instillare il dubbio che il sogno/ricordo di Deckard fosse da lui indotto e quindi non umano e reale.
35 anni erano una temporalità eccessivamente ottimistica per sperare di trovare nel 2019 (come ora sappiamo non è) pianeti abitati, androidi pressochè perfetti e parificabili agli umani ma anche solo auto volanti. Invece i grossi pannelli pubblicitari digitali furono facile profezia e COCA COLA, BUDWEISER, BULOVA e la purtroppo defunta e storic ATARI ne approfittarono per trovarvi un’ottima location per il loro product placement.