Goran Paskaljevic è stato uno dei più importanti registi della ex-Jugoslavia, un esponente del cinema poetico di quella terra, un cinema alla ricerca di un’espressività che contrastasse la violenza e la cattiveria ovvero la bruttezza del mondo. Con il suo film più noto internazionalmente (anche se forse non il più bello), La polveriera (1998), esprime tutto questo mostrando vari episodi ambientati in una notte di Belgrado di inizio anni ’90, gli anni della fine del comunismo e dell’esplosione della guerra di Balcani. Seppur non divisi nettamente gli uni dagli altri, gli episodi si susseguono mostrando la “normalità” della violenza, quella banalità del male che sarà prodromo dei tragici, violenti, assurdi avvenimenti che seguiranno nella nazione poi divisa in tanti stati. Si uccide per gelosia, per senso di colpa, per futili motivi, per vendetta. L’istinto omicida scatta come risposta o come conseguenza della cattiveria insita nell’uomo, per uno stupido orgoglio insensato, per un machismo difficile da togliere dalle menti maschili. La storia diventerà Storia e tutto ha una spiegazione nei comportamenti umani, nella rabbia e negli istinti non governati dalla ragione. Racconto notturno, pieno di black humour e amarezza, di inevitabilità. “Tratto dalla pièce Baruta di Dejan Dukovski (…) con una crudeltà fin troppo esasperata all’insegna di un umorismo nerissimo il serbo Paskaljevic (1947) racconta (…) una quasi cronaca di una catastrofe annunciata, il film, originalmente parlato in serbo e croato, si collega idealmente al cosiddetto “cinema nero” jugoslavo degli anni ’60, accusato a livello ufficiale di dare un quadro deformato e menzognero della società socialista. Alla fine del secolo, esaurite le ragioni di una rivolta, prevale qui una misantropia nichilista che non lascia spazio alla pietas. (Morandini) (voto 7) Un maggiolone Volkswagen ammaccato diventa una caccia all’uomo vendicativa. In un magazzino vi sono scatoloni Grant’s e Marlboro. Lampi di product placement?
Un altro film che si pone temporalmente nel momento del passaggio dal comunismo alla rivoluzione democratica è The paper will be blue (2006). Si illustrano alcuni degli avvenimenti della notte tra il 22 e il 23 dicembre 1989, quella della caduta di Ceausescu. Alcuni uomini della milizia che si aggirano per la città in subbuglio non sanno più bene chi comanda, cosa sta succedendo e cosa devono fare. Uno di loro, Costi, decide di andarsene per raggiungere i rivoluzionari. Il comandante della pattuglia, che vede i sottoposti più come figli che come soldati, cerca di recuperarlo cercandolo per tutta la città. Lui intanto è finito nelle mani di una divisione dell’esercito a causa di uno strano personaggio che non si sa bene da che parte stia tra rivoluzionari (o terroristi come definiti dal governo) e soldati regolari. In questo film la situazione della popolazione e dei militari è più che di rabbia, di paura o di violenza, di disorientamento. Letteralmente qui tutti non sanno cosa devono fare, cosa succederà, come rapportarsi con gli altri, in una situazione vicina all’assurdo. Tutti vorrebbero solo un po’ di normalità, di mangiarsi quelle cotolette impanate che la madre di Costi offre ai compagni del figlio. Il regista romeno Radu Muntean costruisce un racconto volutamente smunto come lo sono i colori del film dominati da un verdastro militare e tinte sbiadite, un racconto che ci restituisce la desolazione e l’amarezza dell’uomo comune costretto a partecipare, in un modo o nell’altro, a supportare decisioni assurde di pochi personaggi assetati di potere. Un film che punta il dito, con notevole preveggenza, su quel che succederà nel mondo dopo la caduta dello status quo stabilito dalla Guerra Fredda, non il miglioramento che tutti pensavano ma un ritorno a quelle posizioni di nazionalismo e razzismo, che hanno portato alle guerre, ai massacri e a divisioni pericolosissime tra popolazioni, odierne. (voto 7+) Si viaggia in Skoda, si vorrebbe bere Pepsi e si fumano sigarette Kent, product placement più che altro “orale”.
Nasce come remake, ma soprattutto come contro-remake il film di Tony Richardson I 600 del Balaklava (1968). Nel 1936 sull’episodio storico che vide, nel 1956 durante la guerra di Crimea, seicento e rotti ussari che componevano la cavalleria leggera inglese, orgoglio dell’esercito della regina, massacrati dall’artiglieria russa, fu girato il film di Michael Curtiz, La carica dei seicento, un film che raccontava la storia in perfetto stile hollywoodiano tra trame d’amore (una donna contesa da due ufficiali che poi si ritrovano in guerra) e atti eroici verso il martirio per la vendetta patria contro i barbari… Chiaramente Richardson, alfiere del free cinema e regista dei suoi tempi sessantottini e pacifisti, stravolge il tutto facendolo diventare un inno contro la guerra e contro l’inettitudine degli ufficiali, ricchi tromboni incapaci, attenendosi alle ricostruzioni storiche sull’avvenimento che proprio questo raccontano. “Sarà un triste giorno quando le armate inglesi saranno comandate da ufficiali che sapranno quello che fanno” fanno beffardamente dire ad uno degli ufficiali gli sceneggiatori del film tra cui l’irriverente drammaturgo John Osborne. Il film è una mazzata contro la gloria dell’esercito inglese che viene ridotto a covo di vipere invidiose e incapaci nei suoi capi. Sul risultato del film bisogna dire che probabilmente Richardson esagera un po’ sia nella lunghezza (due ore e venti eccessive), sia nell’inserimento di animazioni satiriche e figure virate verso il grottesco di cui non si sentiva il bisogno, dato che solo raccontare gli avvenimenti come si sono svolti sarebbe stato comunque potentemente accusatorio. Inoltre non tratta molto bene le figure femminili, mere comparse nel film. Vanessa Redgrave che interpreta (bene) la donna contesa tra marito e amante viene lasciata perdere a metà film, mentre Jill Bennett, spumeggiante interprete di una moglie frustrata e affascinata dal borioso Lord Cardigan (Trevor Howard), viene trattata da vuota puttanella che si dà all’ufficiale in piena battaglia. Resta comunque un appassionato e irriverente opera contro l’assurdità della guerra e delle pulsioni di dominio e di superiorità del Regno. “Richardson è al meglio della sua aggressività, ma qualcosa non funziona nel suggestivo quadro d’ambiente: manca una rigorosa definizione dei vari fili narrativi. C’è una certa confusione, insomma, che non giova alla tesi” scriveva Tullio Kezic nella sua recensione del 1969. (voto 6+)