LA FIGLIA DELL’INGANNO – Luis Bunuel (1951)
Provincia messicana, un padre di famiglia povero ma lavoratore onesto che ama la moglie e la figlia. Lo vediamo partire col treno a guadagnarsi il pane spronato dal migliore amico a non arrivare in ritardo.
Ma la regola di sempre, mai rientrare a casa in anticipo senza avvisare per evitare dispiaceri, è infranta, complice un problema al treno la cui partenza è posticipata di 8 ore.
Quintin Guzman (interpretato dalla star del cinema messicano Fernando Soler, ormai al terzo film come protagonista per Bunuel) commette questo errore e trova l’amata moglie a letto con l’amico.
Dato che siamo in Messico negli anni Cinquanta e per di più in un paesino di provincia, il calmo e posato Quintin esplode in tutta la sua furia sparando dalla finestra al rivale in fuga e cacciando la moglie di casa minacciando di non farle più vedere la figlia. Volano schiaffoni e rivelazioni (la moglie gli dice che la figlia non è sua…).
L’uomo disperato arriverà ad abbandonare “la figlia dell’inganno” davanti alla porta di un’altra famiglia lasciando una lettera in cui promette una rendita mensile se la bambina verrà cresciuta in salute. Marta, la bambina, verrà accolta dalla donna della casa che tra l’altro ha appena partorito un’altra figlia.
E’ questo l’incipit de “La hija del engano”, film del 1951, concepito dalla stessa “squadra” di “El gran calavera” con Dancingers produttore, Bunuel regista, i coniugi Alcoriza sceneggiatori e Soler protagonista. La bella compagnia affronta ancora una volta una commedia morale ma su un testo, non più dello spagnolo Torrado ma dei conterranei Carlos Arniches e Antonio Estremera, del 1924 “Don Quintin, el amargao”, incentrato su una critica del maschilismo e del patriarcato.
Dopo la prima parte in cui vengono narrati gli eventi del dramma di Quintin Guzman, ci ritroviamo vent’anni dopo (il passaggio dei vent’anni viene mostrato dal regista con un semplice escamotage: si chiude un armadio con il punto di vista della cinepresa dall’interno, buio totale e dialoghi in sottofondo che ci fanno capire il passare del tempo e riapertura delle ante del mobile da parte di Marta a 20 anni, unico sprazzo di classe di Bunuel in questa opera di secondo piano) a seguire le vicende della ragazza impegnata, infelice, a sopravvive nella casa in cui è cresciuta con il padre adottivo ormai vedovo tra sevizie e povertà (la moglie è morta dopo una vita di vessazioni e botte da parte del marito perennemente ubriaco intento a sperperare tutti i soldi affidatigli) e con la sorellastra a cui invece vuole un gran bene.
Nel frattempo il padre naturale ha abbandonato morigeratezza e onestà aprendo un nightclub/casa da gioco, luogo di perdizione, con cui diventa ricco e tramite il quale può dar sfogo alla sua misantropia.
Quando la moglie ripudiata si trova sul letto di morte a causa di una malattia lo fa chiamare e gli confessa di aver mentito e che la figlia è proprio sua non di un altro.
Quentin, pentito dell’abbandono della figlia, si precipita dal padre affidatario per riprendersi la ragazza. Purtroppo per lui Marta nel frattempo è fuggita dal genitore acquisito e dalle sue prepotenze per accasarsi con un bravo giovane.
Da questo momento tutto il resto della narrazione è improntata sulla ricerca disperata di Quentin della figlia perduta e sugli equivoci che nascono da un incontro/scontro avuto dallo stesso Quentin con la coppia formata da Marta e dal marito senza che però si riconoscano come parenti e il tutto rischia di finire in tragedia.
Uno dei film meno interessanti di Bunuel in cui non ci si trova praticamente nulla dello stile del maestro, perennemente indeciso tra la commedia (scadente e sorretta da due personaggi di contorno, gli attori comici Nacho Contla e Ruben Rojo non particolarmente a loro agio in questo lungometraggio in cui cercano di inserire elementi da slapstick comedy) e il dramma e con un finale che è probabilmente il più risibile di tutti quelli girati da Bunuel.
Tra il product placement riappare la CORONA Extra, frequentemente regina nei bar messicani fino a questo punto visitati nei film di Bunuel, anche se stavolta è accompagnata da pubblicità anche di altre bevande, ROYAL CROWS e DELAWARE PUNCH.
Piazzamento tradizionale per QUAKER STATE (motor oil) che appare in un enorme cartellone stradale a fare da quinta all’incontro su di una strada secondaria tra Marta e il futuro marito.
Più azzeccato quello del juke box ROCKOLA che va ad aprire una scena con un primo piano e immagino si preparasse l’esplosione di vendite anche in Messico con la nascita del rock’n’roll.