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CINEMA
13 Gennaio 2025 - 10:13

DIARIO VISIVO (Recupero film recenti)

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Il selvaggio; L'amore che resta; L'altra Heimat
DIARIO VISIVO (Recupero film recenti)

Amat Escalante è uno di quei registi messicani che fanno film fortemente impudichi: “perché, in Messico, la gente è così impaurita dalla sessualità? La società messicana è basata solo su finzioni: la gente si giudica a vicenda e non vuol sentir parlare di altre sessualità.” (Escalante, intervista su MadMovies). Allora in contrasto ecco la carnalità e la sessualità esplicita di un Ripstein, quella a tratti hard di un Rocha Minter e di Reygadas, e quella pure insistita di Escalante, appunto. Escalante inoltre la inserisce all’interno di percorsi di genere e di cinefilia. Il selvaggio (The untamed, in originale La region salvaje, 2016) è un film di corna e rapporti sessuali insoddisfatti o dominati dalla voglia bestiale, con un elemento, presentato fin dall’inizio (un inizio tipo Hentai giapponese, dove le ragazze vengono riempite in ogni orifizio da tentacoli di animali fantastici) extraterrestre. Infatti vediamo un meteorite cadere sulla terra e una delle due donne protagoniste, Veronica, nuda e penetrata dal tentacolo di una specie di mega piovra rosa e viscida. Veronica (l’esordiente Simone Bucio) entrerà a far parte di un quartetto di uomini e donne instabili sessualmente. Vi troviamo Alejandra (Ruth Ramos, anche lei alla prima esperienza sul grande schermo) sposata, e insoddisfatta, con Angel (Jesus Meza); la coppia ha due figli e un fratello, quello di lei, Fabian (Eden Villavicencio), medico, molto presente, pure troppo, dato che ha una storia omosessuale con il “macho” Angel. Veronica finisce in mezzo a questa situazione, perlomeno bizzarra, conoscendo in ospedale (dove è finita a causa del “mostro”) Fabian. All’esplosione dei rapporti in rabbia e violenza Alejandra verrà presentata al polipone rosa che le darà la felicità sessuale che il marito non le dava più. Il mostrone quindi come elemento fantastico a rappresentare una possibile fuga all’insoddisfazione sessuale? Sì e no perché anche questo quando si stufa delle persone che possiede poi diventa violento… proprio come molti uomini… E allora? Il significato del tutto ce lo dà sempre Escalante nell’intervista richiamata prima: “La creatura permette di esprimere quello che avevo in testa. Lei non è né buona né cattiva, catalizza invece tutto quello che reprimiamo in questo paese.” Omaggio esplicito al Possession di Zulawski: “Il film va al di là dell’omaggio. La region salvaje è una vera e propria estensione di Possession. Io sono nato nel 1981 e mio padre mi ha sempre parlato di questo film, anche se ero ancora un bambino. L’aveva visto al cinema e fu per lui un tale trauma che non ha più guardato film per un anno. Quando a mia volta l’ho visto, anni dopo, l’esperienza si è rivelata all’altezza di questa reputazione” (ibid.). Un film sicuramente insoluto (penso volutamente) ma insolito e stimolante. (voto 6,5) Product placement praticamente inesistente anche se si vedono due brand di sfuggita, Yamaha e Hercon.

Se a Gus Van Sant è venuta l’idea di fare una sua versione di Love story, amore e morte, non poteva che puntare principalmente ad uno sguardo incentrato sulla seconda (mentre il film di Arthur Hiller metteva la lente d’ingrandimento sulla prima). Van Sant continua così nella sua ricerca artistica sulla morte, suicidio, omicidio o malattia; comunque quello che pare affascinarlo è la finitudine inesorabile della vita umana. Il protagonista del suo film L’amore che resta (2011) è Enoch (interpretato dal figlio di Dennis Hopper, Henry) che dopo la morte dei genitori e dopo essere stato morto lui stesso per 3 minuti, ha un’attrazione morbosa per i funerali e i cimiteri. Durante un rito funebre conosce Annabel (Mia Wasikowska, già Alice per Tim Burton e poi eroina da letteratura classica, interprete di Jane Eyre e Madame Bovary) malata di cancro terminale. I due si amano cercando di esorcizzare la morte che ossessiona lui e non pensare al futuro molto prossimo di lei. Il sentimentalismo spinto (non preoccupatevi, amanti del fazzoletto al cinema, il groppo alla gola arriva eccome) è mascherato da fantasie lui “convive” con il fantasma di un kamikaze giapponese (scelta narrativa non necessariamente condivisibile, ma tant’è), lei ama lo studio degli uccelli, l’ornitologia, e insieme passano gli ultimi mesi di vita di annabel cercando di trarne gioia, anche se il tormento, soprattutto da parte di Enoch, continua a rodere la psiche. Impossibile non citare Hal Ashby ma aggiornato ad una generazione di Millennials che comunque guardano al passato alla ricerca di un futuro impossibile da godere. (voto 6,5) Sneakers e M&M’s che Annabel cataloga rappresentano il principale product placement del film.

Altre quasi quattro ore della sua amata Heimat (dopo le più di 50 delle varie miniserie televisive) in L’altra Heimat, cronaca di un sogno (2013). Siamo sempre a Schabbach nell’ Hunsruck ma a metà Ottocento quando in Prussia i contadini facevano fatica a sopravvivere. In questa specie di prequel della saga televisiva, Reitz si concentra sulla voglia di fuga, di emigrare da una terra dura e senza futuro. Un film certo collettivo, un ritratto della vita di un paesino girato in bianco e nero, che però ha una specie di protagonista, Jakob, giovane considerato inadatto alla vita lavorativa contadina dal padre e amato dalla madre; giovane di genio, studioso degli indiani d’America che sogna prima o poi di raggiungere. Jakob ha un debole per Jettchen, una ragazza che sembra essere l’unica a capirlo, ma nella girandola di nascita, sesso e morte che ci accomuna tutti, lui si sente spaesato e viene regolarmente superato dal più concreto fratello Gustav. Quest’ultimo prima mette incinta Jettchen in una serata di festa e ubriachezza, in cui Jakob si trova messo da parte, poi sarà sempre Gustav a riuscire a partire per il Brasile, insieme a quella Jettchen che sotto sotto avrebbe preferito Jakob, costringendo il fratello a restare ad accudire gli ormai vecchi madre e padre. La capacità di restituire l’umanità di un luogo, i dolori, la carnalità, gli amori reali o imposti, le pulsioni istintive di una popolazione paesana, da parte di Reitz lo elevano al livello dei migliori narratori di saghe contadine. L’utilizzo di “pennellate” di colore in qualche immagine ci porta anche verso un mondo di fantasia e di speranze che allontana i protagonisti dalla loro vita molto prosaica e dura; quella speranza che si ritrova anche nella lettera che arriva dal Brasile, di Gustav e Jettchen, in cui si narra di fatica, dolore ma anche di una realizzazione. Cameo di Werner Herzog, grande vecchio compagno di Reitz e con lui appartenente all’ondata del Nuovo Cinema Tedesco iniziata alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Con questo film e con tutta la sua saga, Reitz dimostra ancora una volta di essere restato ancorato ai principi costitutivi del movimento che guardava al neorealismo italiano ma con spirito nouvelle vague francese. (voto 7)

Stefano Barbacini

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