Dopo L’amico del padrino con cui Frank Agrama (questa specie di meteora di altri mondi approdato al cinema) continua ad operare nel cinema di genere action proseguendo anche in Europa quanto fatto nella sua terra di nascita, il regista si butta nel cinema parodico andando a recuperare il King Kong di Schoedsack e facendone una versione tutta al… femminile. La gigantesca scimmia che terrorizza l’isola Lazanga where they do the konga (!) è femmina e la sua vittima è un sosia di Mick Jagger giunto quivi al seguito di una troupe cinematografica agli ordini di una regista che lo ha reclutato con metodi non ortodossi… Quindi Fay Wray diventa Ray Fay e la gorilla se ne innamorerà rapendolo come nella storia del 1933. Catturata, la regina delle scimmie, verrà portata a Londra e finirà sul Big Ben invece che sull’Empire ma (spoiler??) non verrà uccisa, una rivolta “femminista” delle donne inglesi fermerà il suo abbattimento e quindi potrà continuare la sua storia “d’amore” con Ray che sembra… accondiscendente… Detto ciò se volete recuperare Queen Kong (1976) sappiate che siamo di fronte a un trashone clamoroso che si dà arie di film femminista mettendo insieme trucchi amatoriali (Kong-femmina è un costume indossato da un attore, i dinosauri sono di carta o qualcosa di simile, le sovraimpressioni e i modellini clamorosamente riconoscibili), rimembranze di cinema fantastico che ci riporta alle terre dimenticate dal tempo facendo “combattere” la gorilla con dinosauri (che abbatte con… calci nelle palle… vedere per credere), brevi intermezzi musical, sketches comici con giochi di parole verbali che riprendono frasi di film di genere, squali di gomma con cartelli che specificano che di squali-femmina si tratta e tante donne in bikini che richiamano i monster movie ambientati sulle spiagge. Insomma una cosa da vedere per una serata tra amici per un divertimento di basso livello da angolo trash appunto. Anche per il product placement si sceglie la parodia come la grossa pubblicità della Konga Cola o come il detersivo Kongajax utilizzato sull’isola. Ma birra Skol e American Express sono pure della partita.
Pochade alla siciliana di non altissimo livello questo L’adolescente (1976) del prolifico Adolfo Brescia con alcune stelline del cinema erotico italiano: la protagonista Daniela Giordano è una ricca ereditiera che ha un amante sposato e che deve farsi impalmare per ereditare il patrimonio del padre, per questo intorta Tuccio Musumeci, siciliano di rientro dal Nord, a cui però è decisa a non darla mai; per questo il nostro baffuto protagonista si fa l’amante Dagmar Lassander, qui nei panni di una russa, segretaria... particolare. Nel groviglio di mogli, mariti e amanti si inserisce la falsa ingenua Sonia Viviani, nel film nipote della Giordano, che fa impazzire di desiderio Tuccio con lo scopo di mandare a monte il matrimonio per poter esser lei ad ereditare le ricchezze. Solo a tratti divertente, per lo più triviale e insipido, il film ha come note positive le generose nudità delle tre attrici (nel film appare anche Malisa Longo simpatica macchietta di psicologa teutonica ma sempre con i vestiti addosso...) e un attacco non profondo ma esistente alle ipocrisie che ammantano la società del tempo rivoltando i luoghi comuni del maschio predatore e della donna moglie e puttana purchè nessuno lo venga a sapere... Insomma una tipica commedia erotica per un pubblico non troppo esigente. Molti primi piani e dettagli di cosce, culi e seni ma anche della bottiglia di acqua Eureka (che stavolta soppianta Pejo e San Pellegrino...) inquadrata insistentemente e ovunque. Fanno parte del Product placement anche l’onnipresente J&B, Fiat 500 e, nella scena finale, Honda.
Usando come traccia La piccola cineteca degli orrori (Edizioni Bur Rizzoli) dei fondamentali (per il cinema di genere) Manlio Gomarasca e Davide Pulici, ovvero parte consistente della banda di Nocturno, mi metto alla ricerca di Disco Delirio aka Disco music fever instant movie del 1979, unico film diretto da Oscar Righini, sulla scia del “delirio” generale per il cult La febbre del sabato sera. Ne trovo una copia in vhs in versione tedesca (quindi mi perdo le chicche dei dialoghi non propriamente brillanti) tra l’altro la più “castigata” dato che vi manca la scena citata ne La piccola cineteca… in cui Erminia Cristoforo fa uno strip in discoteca mentre un pittore le dipinge il corpo. Pare infatti che esistessero diverse versioni del film, alcune piuttosto erotiche. Nella versione che ho visionato solo Ada Pometti fatica a non far vedere completamente l’abbondante seno che mostra comunque indossando una maglia vedo-non vedo. A parte questo il film può interessare solamente agli appassionati della disco music d’antan e dei balli scoordinati alla John Travolta dei poveri. Gli attori sono fondamentalmente dei ballerini (alcuni anche piuttosto bravi) e moltissime sono le scene in cui si scatenano soli o in coppia nelle discoteche del milanese (Esplanade e Ganesh club di Binasco principalmente, ma anche il Charlie Brown di Novate). Il film per il resto non ha trama, qualche amoricchio, qualche corsa in moto (una tragica nel finale che non ha alcun senso nello spirito del film, messa lì tanto per…) e fondamentalmente la gara finale che vede fronteggiarsi 10 coppie di ballerini (in realtà sono quattro quelle seguite). E’ invece interessante come dia uno spaccato d’epoca (il baretto con la macchietta milanese che beve il Vov al mattino, la spesa “alcolica” alla Coop, la commessa che nel weekend si trasforma in ballerina, le camminate per i vialoni e i parchi di Milano) anche grazie all’esposizione del product placement di marche che allora andavano per la maggiore nei film di genere e che ora sono meno viste. J&B naturalmente, Crodino, Agip, Alfa Romeo, Kawasaki, felpe Sartana, amari e, appunto il Vov. Insieme a queste le intramontabili Coca Cola, Marlboro, Martini e Campari. (voto 5--)
Sempre da La piccola cineteca degli orrori colgo l’invito di andarmi a vedere, sulla base di un poster che vede raffigurati Spiderman, Capitan America e Il Santo, 3 dev adam aka Three giant men aka Turkish Spiderman aka Turkish Capitan America del 1973. Era il periodo in cui la cinematografia turca se ne fregava bellamente di pagare i diritti a Marvel, Bonelli o ad altri detentori degli stessi portando sullo schermo Zagor, Kriminal, Star wars e, appunto, i Supereroi senza farsi troppi problemi. O perlomeno vi portava versioni turche con attori nazionali che indossavano costumi più o meno simili agli originali. In questo caso vi è un team-up inedito tra Capitan America e Il Santo che devono fronteggiare un cattivissimo Spider (mentre i due eroi hanno costumi più o meno credibili, lo Spiderman cattivo indossa un’inguardabile calzamaglia verde vomito con un ragno ridicolo sul petto, probabilmente non è stato trovato nei negozi turchi un costume vero di questo Supereroe). Nessuno ha superpoteri o armi particolari, quindi niente scudo per Capitan America (che indossa però una tuta antiproiettile…) e niente ragnatele per il Ragno, ma solo cazzotti e acrobazie. I due eroi coadiuvati dalla donna de Il Santo e da un poliziotto locale devono sgominare la banda di Spider che traffica in statuette di immenso valore archeologico (rubandole ai proprietari che vengono uccisi in modo spietato, chi troncandole la testa con motori a elica, chi infilzandoli in coppia sotto la doccia…) e in denaro falso. Dopo varie vicissitudini, scazzottate, scene in strip club, torture con topi che divorano la faccia al malcapitato, si arriva al finale non malvagio con la lotta finale di Capitan America che deve fronteggiare non uno ma più duplicati di Spiderman dentro ad una fabbrica di mattoni. I ragnetti vengono tutti massacrati dai macchinari della fabbrica dopo esser stati presi a pugni dall’eroe in una lunga sequenza in verità non malissimo coreografata. Insomma una specie di trashone alla I 3 Supermen e compari di Parolini e Albertini con in più un po’ di exploitation. (voto 5,5) Vat 69, Coca Cola e Johnny Walker come product placement.