Chissà quando avrò il tempo di leggere tutte le riviste vintage di B-movies che anni fa comprai dal mitico Mondo Bizzarro di Bologna (poi trasferitosi a Roma) … Ogni tanto ne piglio una a caso e ne traggo sempre godimento sul filo dei ricordi. Quello che ho ora tra le mani è il n. 30 di Draculina del Giugno 1997 e, a sorpresa dato che la rivista si interessa principalmente di attrici sexy dei film di genere a basso costo, il primo articolo è incentrato sulla figura di Kenny Miller, attore di secondo piano che “deve molto del suo successo nell’essersi trovato sempre nel posto giusto al momento giusto”. Miller ha sempre interpretato ruoli di secondo piano con la faccia del ragazzo della porta accanto, simpatico e dotato anche di buone doti canore. Nei sui 40 anni di carriera ha frequentato i set di numerosi film di serie B. Cosa che mi invoglia a recuperare la visione del film che lo ha reso famoso I was a teenage werewolf.
Miller fece poco più che la comparsa (non citato nei titoli originali) in alcuni film hollywoodiani (addirittura lo si intravvede in La valle dell’Eden) e serie tv (Flash Gordon, The Cisco kid, Dragnet…). Lo si vede ad esempio in Giungla umana (1954), poliziesco di Joseph M. Newman, in cui interpreta un giovinastro sfrontato arrestato dal protagonista assieme ad alcuni suoi amici. Solo un paio di battute poi sparisce. Il film è un buon B-movie, velocissimo, con dialoghi serrati, sequenze all’interno di un nightclub, indagini e processi che portano ad una sequenza finale action deliziosa, hitchcockiana (dei suoi film coevi), all’interno di una fabbrica della birra Pabst Blue Ribbon (che così come product placement supera la Coca Cola vista un paio di volte in precedenza). A seguito dell’ennesimo omicidio nel quartiere di una grande città americana, la polizia classicamente “brancola nel buio” e il capitano di polizia John Danforth (Gary Merrill, habitué di B-movies e serie tv di culto) viene chiamato (nonostante abbia intenzione di dimettersi per la carriera di avvocato) a salvare la situazione. Subito l’uomo applica una legge del terrore arrestando decine di protagonisti del sottobosco cittadino e, con mezzi non proprio ortodossi, vuole ripulire il quartiere e scoprire chi c’è dietro l’omicidio della ragazza. Nonostante una gentile e assennata moglie non sia d’accordo, si spinge ai limiti rischiando il linciaggio sui media e addirittura l’arresto per violenze, e non ha remore a far rischiare la vita ad una cantante di night (e prostituta), interpretata dalla fascinosa Jan Sterling dagli occhi manga e dal fisico prorompente che ci sorprenderà nel finale come perfetta scream queen, usandola come cavia per arrestare il delinquente Earl Swados (l’imponente Chuck Connors che sembra il mostro di Frankenstein senza trucco…). (voto 6)
Ma il suo primo ruolo notevole, seppur secondario, è quello di Vic, uno dei teenager del cult I was a teenage werewolf (1957). Il film è il primo della serie dei teenage horror che rinnovano la tradizione dei mostri della Universal sotto la luce del nuovo pubblico di giovani studenti ribelli alle convenzioni della famiglia tradizionale e attratti dai primi successi del rock’n’roll (non per niente I was… era uno dei film favoriti da Elvis Presley). La storia racconta di un ragazzo del college, Tony (interpretato da un Michael Landon giovanissimo prima di diventare star televisiva in Bonanza e La casa della prateria), che ha grossi problemi a gestire la rabbia. Fondamentalmente un bravo ragazzo ma che cova un’irrequietezza (generazionale?) che lo porta a reagire violentemente per ogni piccolo scherzo o screzio. Gli viene consigliato dalla polizia (per non finire in galera) di rivolgersi dal noto Dr. Alfred Brandon (Whit Bissell già dottore in Il mostro della laguna nera e prof. Frankenstein in La strage di Frankenstein pure del 1957, che poi sarà protagonista nel film L’uomo che visse nel futuro del 1960), uno scienziato pazzo che dovrebbe curarlo con l’ipnosi ma che invece lo tratta da cavia per sperimentare un siero che deve far regredire l’uomo allo stato animale. Infatti Brandon è convinto che l’unico futuro dell’umanità sia quello di far tornare gli uomini al loro stato primitivo (e quindi non si capisce perché diventi un lupo mannaro e non una scimmia… ma vabbeh…). Se lo scienziato vivesse oggi avrebbe modo di sperimentare, senza sieri, le sue teorie visto che ci stiamo tornando a quello stato senza bisogno di sostanze regredenti e, chissà, per assurdo, non abbia ragione e, invece di andare verso la distruzione totale del mondo, non ci sia un futuro di speranza proprio per questo… (atroci dubbi). Tony non diventa un lupo mannaro tipico della tradizione folkloristica, non si trasforma solo quando c’è luna piena (ma in generale quando sente trillare campanelli o telefoni…) e può tranquillamente essere ucciso con normali pallottole non per forza d’argento. Prima di fare la fine che tutti si aspettano, fa a tempo ad uccidere un paio di studenti e studentesse (tra cui la sexy Dawn Richard, modella che proprio quell’anno ha avuto gli onori del paginone centrale di Playboy…) e a farsi giustizia sul dr. Brandon. Nel film vi è anche “Zorro” Guy Williams nei panni di un poliziotto. E il nostro Kenny Miller? Ha un momento di gloria durante un party iniziale in cui canta anche una canzone: “Fu il primo film nel quale cantai. Feci una memorabile canzone intitolata ‘Eenie Meenie Miney Moe’. Normalmente, tu canti una canzone in studio e poi durante le riprese vai in playback. Ma questo era un film fatto drasticamente senza soldi. Io andai allo studio di registrazione e non c’era nessuna orchestra. Mi dissero che quando avrebbero sonorizzato il film avrebbero suonato la musica. Ho anche dovuto ballare con Cindy Robbins a metà canzone senza musica.” La canzone alla fine risultò mal sincronizzata (resta comunque un pezzo piacevole e Miller è bravo) e l’attore racconta che alla premiere si vergognò tantissimo della cosa. Il regista Gene Fower Jr. (più che altro un conosciuto montatore che lavorò con Lang, Fuller e Cassavetes tra gli altri e che ha anche diretto una manciata di film a budget bassissimo) se consideriamo la penuria di fondi fa un discreto lavoro, trucco decente, buone scelte di montaggio e brevi accenni di attenzione all’esagerazione mediatica e alla preoccupazione che la rabbia giovanile possa trasformarsi in qualcosa di criminale se non ascoltata. “Tipico film del periodo con rock’n’roll, danze, pugni e traumi giovanili” (The Psychotronic Encyclopedia of film). (voto 6+) Chissà se l’autofficina di Ed Jones inquadrata ad un certo punto era reale o una ricostruzione scenica, potrebbe essere l’unico product placement del film.