Facebook Twitter Canale Youtube RSS
CINEMA
12 Febbraio 2017 - 23:48

STEINWAY & SONS VS. KORG: LA TRADIZIONE VS. LA MODERNITA'

 Print Mail
La La Land (Damien Chazelle, USA, 2016)
STEINWAY & SONS VS. KORG: LA TRADIZIONE VS. LA MODERNITA'

Un’avvertenza per chi si reca a vedere La La Land. Il film inizia con un piano sequenza su di un ingorgo su una delle Highway losangeline ma la gente invece di esasperarsi comincia a cantare e a ballare con la tipica sospensione della realtà e della narrazione dei musical. Quando la prima automobilista, una ballerina di colore, scende dall’auto e comincia a cantare e tutti la seguono se non vi scatta qualcosa, se non vi si stringe il cuore e la vostra mente non va ad immagini di altri tempi quando al cinema (ma non solo, le generazioni più recenti ricordano le visioni collettive famigliari davanti ad uno dei due canali Rai…) splendeva in Technicolor il meglio hollywoodiano con i generi americani per eccellenza, il western e il musical, allora non siete adatti a gustare La La Land. Se ne trarrete ugualmente piacere nonostante siete cresciuti a videogiochi, manga e supereroi cinematografici, allora avete buone possibilità di diventare dei malati di cinema.

L’operazione che una volta era di moda etichettare come postmoderna e ora nostalgica, è un omaggio a quel cinema, quello dei divi, delle major classiche. Ma omaggio a tutto il cinema quando ancora era in 35 mm. Infatti il film è stato liquidato con troppa facilità ed approssimazione come rifacimento dello splendore del musical anni ’50, tanto è vero che i riferimenti principali (anche a detta del regista) sono Jacques Demy (e la scena iniziale in primis potrebbe essere una scena tagliata de Les parapluies de Cherbourg) e Woody Allen (i due protagonisti delusi e frustrati che si incontrano al cinema per vedersi Gioventù bruciata sono Mia Farrow che si rinchiude nella sala per sognare in La rosa purpurea del Cairo). Certo, vi sono poi anche i colori di Cantando sotto la pioggia e Gosling che balla con la Stone sulla collina da cui si ammira uno dei panorami notturni di Los Angeles richiama inequivocabilmente Gene Kelly. Ma la storia e le situazioni sono narrati con gusto europeo (e il primo Godard affascinato dai generi del cinema statunitense sotto sotto si sente).

Ma questi sono discorsi cinefili piuttosto soggettivi e alla fine poco utili, come poco utile è disquisire su chi ha ragione ad amare il musical (e la sua “assurdità” diegetica, cioè la sospensione della narrazione per cantare e ballare) o meno, o su chi ci ha visto giusto tra il ravvisare nell’operazione di Chazelle una paraculata giusta per puntare all’Oscar oppure un sentito e riuscito omaggio al cinema che fu.

Il film non esplica il suo amore per il cinema, per un tipo di cinema che non c’è più (ma che forse potrebbe ancora esserci? È questa la questione?) solo con il ritorno al genere con gusto retro, ma motiva anche la sua tesi con la narrazione delle storie incrociate di Sebastian (Ryan Goslin da maledetto a mainstream) e Mia (Emma “occhi di gatto” Stone).

Uno è un jazzista che spera di continuare la tradizione della grande musica fuori tempo massimo, in un’epoca in cui il jazz puro “non lo ascolta più nessuno”, l’altra è un’aspirante attrice (una delle tante immigrate a Los Angeles dalla provincia che si adattano a fare le cameriere sperando di fare successo nel cinema) che vorrebbe proporre un suo teatro, la sua arte ma che non va da nessuna parte. Due delusi che si incontrano e si innamorano, si giurano di tentare insieme di raggiungere i propri sogni (lui di aprire un locale jazz in cui riproporre la tradizione, lei di mettere in piedi uno spettacolo scritto e recitato in prima persona). Il successo che arriverà per altre vie (e vi è un Detour nel film simboleggiato senza troppo sforzo da un’uscita autostradale) e che vedrà lui adattarsi a suonare le tastiere in un gruppo di jazz moderno (con a capo John Legend) e lei a partire per Parigi approdando al cinema mainstream, a discapito dei loro sogni, segnerà anche un contrasto tra di loro e metterà in serio pericolo il loro rapporto.

Chazelle parla di Jazz ma intende cinema. Quando Sebastian accetta di entrare nella band dei Messengers dove l’elettronica stravolge il vecchio jazz, parla del cinema odierno dove il fascino dell’immagine, il pathos degli attori, il “filmico” viene stravolto dagli effetti, dall’azione ipercinetica che tutto, per paradosso, rende uguale. Quando Sebastian perde l’anima, è il cinema a perderla.

Anche se John Legend ha le sue ragioni dicendo a Sebastian che i Monk e i Coltrane erano rivoluzionari ai loro tempi ma proporli adesso risulta conservatore perché la musica ha progredito, è diventata altra, noi, Chazelle e Sebastian non vogliamo ascoltarlo e siamo convinti di essere nel giusto. Dite quel che volete ma lasciate che i nostri sogni e il nostro passato (il passato del cinema) non venga cancellato. Lasciate l’anima al cinema, lasciate che l’amore abbia bisogno dell’ingenuità…

Product placement: non faremo l’elenco dei locali (alcuni veri altri fasulli) presenti in gran numero nel film, invece non possiamo non citare la PRIUS della TOYOTA, auto di Mia più volte presente come non possiamo tralasciare I-PHONE, la macchina fotografica SONYU, l’orologio OMEGA e YOUTUBE canale pubblicitario per i Messengers. Poi tante marche di strumenti musicali: STEINWAY & SONS, KORG, YAMAHA e la rivista musicale MOJO.

Stefano Barbacini

© www.dysnews.eu