Jean-Patrick Manchette (1942-1995) è uno dei più importanti scrittori di noir della sua generazione. Spesso le sue storie violente e i suoi personaggi dalla psicologia tormentata hanno fornito materiale per il cinema. Ho appena rivisto Una donna da uccidere (dal romanzo O dingos, o chateaux, titolo originale del film Folle à tuer) di Yves Boisset, regista specializzato nei film di genere poliziesco e noir. Leggo su uno speciale dedicatogli da Roberto Curti sui numeri di Nocturno 226 e 227 che la genesi è stata decisamente travagliata trovando il suo culmine in una polemica tra Manchette e Mocky (il primo considerava il secondo un pessimo regista). Alla fine il progetto, fortemente voluto dalla protagonista Marlene Jobert, è stato affidato a Boisset. Saranno stati i problemi di una sceneggiatura rimaneggiata da troppi passaggi o il fatto che il regista si è ritrovato tra le mani un progetto di cui non era del tutto convinto, fatto sta che il film ha perso parecchio del potenziale che invece aveva il libro di Manchette. Non sono solito a paragonare i libri ai film considerandoli due media diversi con le proprie caratteristiche, ma in questo caso è evidente come tutto ciò che avrebbe dato al film spessore e intensità non è stato ben sfruttato.
La storia è quella di una ragazza che ha passato quasi tutta la sua vita in un ospedale psichiatrico perché a 13 anni ha commesso un omicidio. L’ospedale è un’opera voluta da un benefattore di cognome Mostri che solitamente prendeva al suo servizio le persone “guarite” per reinserirle nella società. Questo succede anche a Julie a cui viene affidato il figlio di Mostri per fargli da babysitter ed educatrice perché l’uomo e la moglie sono venuti a mancare. L’incarico le viene dato, così, dal fratello di Mostri e zio del bambino (Michael Lonsdale). Un killer interpretato da Tomas Milian viene ingaggiato da qualcuno per rapire bambino e bambinaia per chiedere un riscatto ma, in realtà, per far credere alla pubblica opinione che è stata la donna a sequestrare il bambino facendole scrivere una lettera di richiesta di riscatto. Poi nei piani vi è di fregarsene del riscatto e di inscenare un omicidio-suicidio impiccando sia il bambino che la donna. Julie riesce a scappare con il pargolo e ad attraversare mezza Francia con gendarmi e gente comune (è apparsa la sua foto in tv come pazza colpevole) alle calcagna. Come dicevo il film manca di mordente e di passione.
All’inizio quando la donna viene inserita nella villa dei Mostri si gettano basi per un film ambiguo, violento e malsano. Il bambino è intrattabile, il padrone di casa ambiguo, l’autista, un ex-serial rapist, perverso, la protagonista disturbata dal suo passato e dalle paure del presente. Il tutto però si incanala verso un normale thriller in cui tutto l’approfondimento psicologico si perde. Peccato. (voto 5,5)
Per il product placement abbiamo solo brand automobilistiche ma del tutto diverse fra loro, una Rolls di proprietà dei Mostri, una Citroen DS e una Simca usate dai malviventi, una pubblicità della Renault.