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CINEMA
12 Gennaio 2024 - 07:25

DIARIO VISIVO

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Ancora Debbie, un film dimenticato e da dimenticare, il primo Besson e un Ozon non dei migliori
DIARIO VISIVO

Francois Ozon è forse un regista troppo prolifico, dallo spumeggiante e originale autore che è a forza di far film rischia la maniera. E’ quello che a mio parere gli accade con Mon crime, la colpevole sono io (2022), opera tratta da una vecchia piece scritta da Georges Berr & Louis Verneuil nel 1934 e di esecuzione, seppur raffinata, decisamente teatrale guardando Truffaut. Inoltre il testo degli anni 30 viene modernizzato nei dialoghi, pur rimanendo ambientato all’epoca in cui è stata scritta ricreando la Parigi d’epoca in studio, e diventa un film femminista con molti proclami ultimamente ripetuti continuamente, riprendendo anche una situazione che non è difficile pensare faccia riferimento al caso Weinstein. Una giovane attrice ancora sconosciuta, Madeleine, si reca da un produttore per ottenere una parte e questo le propone una grossa somma per fare sì una particina, ma soprattutto per passare alcune ore a casa sua… al suo rifiuto cerca di violentarla e lei scappa. Trovato morto dalla polizia il suddetto produttore, Madeleine è accusata e di concerto con la coinquilina e amica del cuore Pauline, avvocatessa male in arnese, pensa bene di autoaccusarsi dell’omicidio, che non ha commesso, sicura di ottenere la legittima difesa, cosa che si avvera dando un’enorme pubblicità alle due donne, una diventa una star del teatro e l’altra un’avvocatessa ricercata. Non hanno fatto i conti però con la vera colpevole, un’attrice del muto quasi dimenticata che ora richiede la sua “parte” visto che le due ragazze hanno fatto fortuna grazie a lei. Le tre donne troveranno un escamotage per fare fessi tutti gli uomini che girano loro intorno. Il film non è un noir e neppure un giallo, ma una commedia non particolarmente brillante (e sono sorpreso di leggere una recensione di un utente di IMDB che dice di aver riso a crepapelle dall’inizio alla fine del film… non è che invecchiando sto perdendo il senso dell’umorismo?), sostenuta dalla recitazione fresca delle due protagoniste, Nadia Tereszkiewicz e Rebecca Marder (mentre gli uomini sono tutti caricature), dalle belle ambientazioni teatrali e dalla presenza come sempre impattante di Isabelle Huppert nei panni di Odette Chaumette vecchia star del cinema muto, come sempre stupenda. (voto 5,5)

LUC BESSON. L’esordio di Luc Besson risale al 1983, non so quanti ricordano questo suo primo film girato a basso budget, in bianco e nero e senza una sola parola pronunciata. Apparentemente ha poco a che fare con i blockbusters del cinema francese che incoroneranno Besson come uno dei più popolari registi di cinema d’azione e di genere francese e non. Mi ricordo che lo vidi in un cinema d’essai alla sua uscita e girava come bizzarria d’autore. Il film Le dernier combat è un “postatomico” girato dentro a costruzioni fatiscenti e abbandonate e attorno a rovine industriali. Il protagonista è Pierre Jolivet che all’inizio appare come l’ultimo uomo sulla terra ma non è così. Non vi sono zombie fuori dal suo rifugio ma uomini che per sopravvivere uccidono altri uomini o si riuniscono in bande simil gangsteristiche. Vi è anche Jean Reno che sta combattendo una battaglia personale con Jean Bouise per entrare nella clinica in disuso in cui vive, un confronto che lo fa sembrare le lotte di Silvestro per mangiarsi Titti o Wilcoyote per catturare Beep Beep. Anche da qui si arguisce il riferimento fumettistico che resterà sempre presente nei film di Besson, come lo resteranno le lotte tra uomini. In questo mondo però manca un elemento fondamentale, la donna. Infatti vediamo Jolivet far sesso con una bambola gonfiabile ad inizio film e solo verso il finale capiamo perché tutti questi uomini combattono tra loro. Il motivo è l’esistenza di donne (una nell’ospedale, una nel rifugio della banda) tenute prigioniere come bene prezioso. La conquista della donna può essere vista così come la possibilità di avere ancora un po’ di amore e di speranza ma, dall’altro lato così messa sembra più un oggetto del desiderio da sfruttare a proprio piacimento. Detto questo visto oggi il film mi ha destato meno interesse di non quando lo vidi negli anni ottanta. Il Mereghetti gli concede due asterischi argomentando: “Gran successo giovanilistico per un film furbetto e concitato (…) che finge di avere qualcosa da dire sulla difficoltà degli umani a comunicare tra di loro”. Più positivo il Morandini (tre asterischi): “Più che una metafora, è un esercizio di stile ma, in questo suo limite, c’è una forza narrativa ammirevole e la capacità di renderla per immagini, arricchendola di piccole invenzioni, di notazioni incisive, di sapienti ellissi, di materiale plastico”. (voto 6+) Nel film vediamo scatoloni con Lotus e Primus, si beve Martini e un supermercato ormai abbandonato è un Darty.

DEBBIE DOES DALLAS. Per finire con Debbie & friends, dopo la (ri)visione della pellicola porno del 1978 e il delirante musical tratto dalla pellicola, visiono un documentario sul film che passò sul canale Cult, vecchia versione, di Sky, in italiano intitolato La maledizione di Debbie Does Dallas (Dallas uncovered, 2005), e contenuto in una mia vecchia vhs. Si sostiene la tesi che il clamoroso successo del film sia dovuto a tre fattori. Il primo il richiamo alle Cheerleaders dei Dallas Cowboys (sogno erotico degli uomini americani) e la conseguente causa da parte di queste al produttore del film Michael Zaffarano, boss mafioso che controllava l’industria e la distribuzione dei primi film porno. Il secondo l’operazione clamorosa chiamata MIPORN orchestrata da Bill Kelly, poliziotto famoso proprio per la sua lotta alle derive a cui l’industria del porno era soggetta (utilizzo di violenza, utilizzo di minori, depravazioni, racket mafioso), con l’infiltrato Pat Livingston che portò all’arresto di 53 uomini di Zaffarano e alla morte di quest’ultimo. La terza l’innocenza e l’aspetto “da vicina di casa” della protagonista Bambi Woods e il mistero sulla sua identità mai rivelata e della sua scomparsa dopo il film. Morta di overdose? Oppure tornata alla sua famiglia per vivere una vita normale? Il film non riesce a dare una risposta ma indagando e intervistando i pochi personaggi coinvolti nel film che hanno accettato di farlo, veniamo a conoscenza di una realtà di sfruttamento (gli attori e le attrici erano pagati pochissimo e non hanno avuto un solo dollaro dagli incassi milionari) e di deriva verso depressione e droga (di solito si trattava di attori frustrati che cercavano tramite il porno di lavorare nel cinema senza poi realmente riuscirci). Il documentario in realtà non è particolarmente approfondito (proprio per il motivo di mancanza di testimonianze) e un po’ deludente. (Voto 5,5)

ALLA RICERCA DEL SUCCESSO. Ogni tanto mi piace “farmi del male” andando a pescare dalla montagna di registrazioni su videocassetta che ancora ho in giro qualche film che non ricordavo più di avere (sono tantissimi) e che probabilmente, finiti nel dimenticatoio, non hanno molto valore. Oggi il prescelto è Alla ricerca del successo (The learning curve-1999) di Eric Schwab. Costui è un apprezzato assistente alla regia hollywoodiano visto che è stato regista di seconda unità sull’ultimo Top gun ma in precedenza anche per De Palma, Singer, Scorsese. Evidentemente quando ha avuto la possibilità di dirigere (e scrivere) film in proprio non è riuscito a cogliere l’opportunità dato che dopo questo film (massacrato dalla critica e ricordato da… nessuno) ne ha diretto solo un altro nel 2013 (non molto migliore) e basta. Ma a volte anche nei film peggiori qualcosa di interessante si può trovare, allora andiamo a vederci dentro. Il film è incentrato sulla storia d’amore tra Paul e Georgia, un addetto alle pulizie all’ospedale e una commessa. L’incontro casuale tra i due li fa decidere di licenziarsi entrambi e cominciare a sopravvivere di piccole truffe e ricatti (a volte questo fa l’amore? Mah…). Un giorno però incontrano un vero “squalo” criminale, Marshall, padrone di una casa discografica che gestisce con metodi mafiosi e palazzinaro corruttore. I due scivolano dalle piccole illegalità senza far male a nessuno verso qualcosa di più grande e pericoloso. Lui si fa prendere la mano e diventa “dipendente” da Marshall e dai piaceri della vita, lei capisce tutto e si allontana. Lui finirà male e lei si struggerà per il dolore. La trama così non dice nulla di particolare, potrebbe anche uscirne un film malsano e doloroso invece cosa abbiamo di fronte? Interpreti tipo bello e leccato con poche capacità espressive, dialoghi imbarazzanti, approfondimenti psicologici a dir poco nulli, una delle operazioni di polizia peggio orchestrate della storia del cinema, una protagonista femminile si bellina ma non certo capace di sostenere un ruolo che potrebbe essere tormentato e disperato. Insomma una robetta come De Couteau ce ne ha sfornato a decine. Qualche vezzo registico per far vedere che se ha lavorato per così importanti produzioni qualcosa il nostro sa fare (lo vediamo ad esempio nella fuga finale) e niente altro. (Voto 4,5) A parte Coca Cola, solo mezzi di trasporto nel product placement del film, ovvero Range Rover, Mercedes e una Vespa simbolo di libertà

STEFANO BARBACINI

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