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CINEMA
11 Dicembre 2016 - 02:08

DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI)

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L'argent (Marcel L'Herbier, Francia, 1928)
DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI)

Con L’Argent arriviamo ad uno dei culmini del cinema francese degli anni venti. Marcel L’Herbier è con Feyder e Gance uno dei registri in grado di girare un kolossal (la versione director’s cut era di 3 ore e 30 minuti) francese nell’era del muto. Partendo da una novella di Emile Zola attualizzata negli anni venti (la vicenda narrata da Zola era ambientata nel 1860) si sviluppa una trama che vuole mettere il dito nella piaga del capitalismo delle Borse, della finanza speculativa, anticipando così la crisi del ’29 e, visto che la storia si ripete perché nessuno impara dal passato, quella dei nostri anni, quella dei crolli di Enron, Lehman Bros. E Parmalat.

La storia è naturalmente romanzata e non ha nessuna intenzione di diventare noioso pamphlet politico, ecco quindi la lotta tra due rivali, Saccard banchiere della Banque Universelle (interpretato dal grasso e istrionico Pierre Alcover, monumentale protagonista) spregiudicato, sempre ai limiti della legalità e corruttore, e il gelido Gundermann (il sempre elegante e iconico attore tedesco Alfred Abel già visto in Il Dottor Mabuse e in Metropolis), riflessivo e spietato (terribile nella scena in cui indifferente pilucca un uovo alla coque mentre gli vengono date notizie sulla sconfitta del proprio avversario), giocatore di scacchi e come tale stratega finanziario ben più intelligente di Saccard ma non meno pericoloso…; tra la lotta per il potere dei due banchieri si svolgono le vicende del sognatore Jacques Hamelin, aviatore, personaggio probabilmente creato sullo stampo di Lindbergh che un anno prima riuscì nel suo volo transoceanico senza scalo, che per realizzare le sue aspirazioni accetta il denaro di Saccard con la promessa di trovare il petrolio in Guyana (il tema del denaro che permette ai sognatori di realizzare i propri sogni è molto vicino al problema del regista cinematografico che per realizzare le proprie opere ha bisogno appunto di molto… argent).

Non meno importanti nella trama sono la moglie di Hamelin, Line (la bella Marie Glory che con la sua faccina da graziosa indifesa spiccherà il volo professionale proprio dopo questo film) oggetto di desiderio per Saccard che, a marito lontano, tenterà di corromperla per farla sua, e la ex-amante e spregiudicata baronessa Sandorf, vera anima nera della vicenda (perfettamente incarnata da una eccitante Brigitte Helm). Riguardo a quest’ultima non è possibile non citare la scena in cui sdraiata sul divano sprigiona sessualità conturbante muovendo tremante il suo corpo e la sua bianca pelle fasciati da un vestito attillato, cercando di riconquistare Saccard (e il suo rinnovato conto in banca…).

Come dicevamo il film è stato girato per una durata di 3 ore e 30 ma fu accorciato dal produttore di più di trenta minuti, quindi l’opera visionata (anche da me) è quella tagliata. Forse per questo la vicenda alla fine risulta un po’ sbrigativamente raffazzonata ma non è questo che importa.

Infatti al di là della narrazione il film è un capolavoro di immaginario. Visivamente splendido con L’Herbier che da un lato riproduce le magnificenze dell’amato De Mille e dall’altro anticipa le geometriche coreografie di Busby Berkeley (mi riferisco alla lunga e lussuosa sequenza del party a casa di Saccard); poi s’inventa carrelli traballanti, inquadrature deformate e altre sfuocate con valenza psicologica, indugia su piccole cose riprendendo in dettaglio scarpe e gambe femminili e la frenetica attività di centraliniste telefoniche (di pari passo con le ossessioni e le trovate dell’Hitchcock del periodo muto), cura gli ambienti, quelli enormi e lussuosi delle due banche che intimidiscono gli avventori con le loro stanze enormi e le loro alte e larghe scalinate, quello dadaista della casa della baronessa, quello dignitoso ma povero della casa di Hamelin (con un tappeto stracciato), riprende le attrici con la stessa illuminazione che esalta il loro fascino come nei film hollywoodiani di Clarence Brown.

Insomma fa suo tutto il meglio del cinema suo contemporaneo non trascurando lo sperimentalismo e l’inventiva (come la ripresa circolare che subito sembra quella del mozzo dell’elica dell’aereo di Hamelin ma che poi si rivela una ripresa aerea di un circolo di curiosi in attesa della partenza). Ma non è solo riproposizione che troviamo, infatti molte delle  trovate di L’Herbier sono poi state guardate anche dal cinema successivo, mi viene in mente il pavimento a scacchi delle stanze in cui troviamo Gundermann, che come detto gioca a scacchi sia con la scacchiera che con le vite degli altri, probabilmente base per la scena speculare del pavimento della sala del processo dell’ Orizzonti di gloria di Kubrick.

Parecchi i quotidiani mostrati nel film (PARIS-MIDI, LE TEMPS, LE MATIN, L’ECHO) ma il product placement è presente principalmente nelle insegne del GRAND MARNIER in place de l’Opera a Parigi, dell’hotel LE TOUQUET e della pubblicità GRAMMONT (lampadine). Poi vi è una citazione in una lettera del ristorante CHEZ CHAMPY e l’inquadratura insistita di una bottiglia di un liquore facilmente riconoscibile all’epoca. 

Stefano Barbacini

L argent

Regia: Marcel L Herbier
Data di uscita: 01/01/1928

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