Su Positif n. 751 di settembre 2023 vi è un ampio dossier sulle registe francesi che mi è stato molto utile per rintracciare alcuni film che non avevo visto e per conoscere registe in Italia trascurate o sconosciute (molti di questi film li ho recensiti su questo sito). Un capitolo a parte è dedicato a tre esordi di donne alla regia degli anni ’90, tra il 1994 e il 1995. Tre esordi che furono lodati al tempo ma che non hanno fatto diventare particolarmente famose le loro autrici.
L’esordio di Pascale Ferran fu con Petits arrangements avec les morts (1994). Audierne, un porto di pescatori. Specialità sardine e crostacei. Un’ampia spiaggia e sole. Qui si costruiscono castelli di sabbia, sogni effimeri che un’ondata di marea può spazzare via in un lampo. L’azione si svolge un pomeriggio estivo e il costruttore è Vincent di cui diremo. Attorno a lui agiscono tre personaggi che la regista e cosceneggiatrice decide di ergere a protagonisti dedicando loro un capitolo a testa. Il primo riguarda un bambino sedicente instabile e rabbioso che convive con la morte del migliore amico, evento che ne condizione l’irrequietezza. Il secondo e il terzo riguardano due componenti della famiglia di Vincent. La famiglia è composta da quattro fratelli e sorelle anch’essi condizionati da una morte, quella nel passato di una loro sorellina. Il secondo capitolo centra il focus su François che ai tempi era ancora un bambino e che ora, trentenne, fatica ad avere relazioni affettive, si rinchiude a studiare insetti morti (la morte come si è capito è argomento fondamentale di questo film “falsamente” solare tra spiaggia e mare) e accusa Vincent, di non esser mai stato in grado di dargli quel supporto che un fratello maggiore dovrebbe invece dare. Infine il terzo capitolo è incentrato su Zaza, la maggiore dei fratelli, un’infermiera che per tutta la vita è stata costretta ad “essere forte”, a sopperire alle mancanze dei genitori che dopo la morte della loro figlioletta si sono chiusi nel loro dolore. Una donna che per aiutare i fratellini ha sacrificato amori e felicità. Ora è una donna di mezza età piena di complessi e nevrosi. I capitoli iniziano con un orologio che segna il tempo al contrario e riporta sempre a quel giorno su quella spiaggia. Il gioco sul tempo, sul passato, è il nerbo di questo film. Nel capitolo del bimbo, personaggio che ha poco passato ma ha quel macigno dell’amico venuto a mancare, si parte da una sua marachella per tornare alla genesi di questa, da una sua fantasia (esplora una casa in abbandono come fosse un tempio leggendario) e alla genesi di questa, in un continuo spostarsi avanti e indietro nel tempo. Nell’episodio di François vi è invece l’inserimento di continui flashback che illustrano la vita dei quattro fratelli quando erano bambini con al centro, ovviamente, la morte della sorellina. Nell’episodio di Zaza invece il passato, la memoria ha ormai sovrastato completamente la donna che vediamo chiedere, in spiaggia, continuamente l’ora nel suo dormiveglia che la riporta sempre a ciò che è stato e a ciò che poteva essere… Film interessante per come riesce a dare, con pochi flash del loro vissuto il senso (o la mancanza dello stesso) della vita dei tre (ma sarebbe potuto continuare con altri personaggi ad infinitum) diventando un film intimo e mai invadente. Lascia allo spettatore un senso di vuoto, di tristezza e contemporaneamente un invito ad un’autoanalisi. (voto 6+) Principalmente Marlboro nel product placement del film ma anche racchette Head, una Twingo, Kerastase Paris, un orologio Toyo, Coca cola e Selection Rallye.
Oublie-moi (1994) di Noemi Lvovsky (attrice affermata con una carriera che copre un quarto di secolo e regista di altri 6 lungometraggi dopo questo) esordisce con il ritratto di una donna complesso e intrigante. Poggiandosi sulle spalle di una giovane (allora trentenne) Valeria Bruni Tedeschi compone la figura della ventiseienne Nathalie, una donna che non riesce a trovare la sua strada nella vita. Non ha un lavoro e ha difficoltà ad avere legami. Passa da un rapporto all’altro: ossessiva con un fidanzato che l’ha lasciata, poco empatica con il nuovo compagno, rompe l’amicizia con la migliore amica perché cerca di far sesso con il suo uomo, non ha rapporti con i genitori… Si aggira per la città spaesata senza bene sapere cosa vuole, una personalità vuota che cerca di riempire strappando lembi di attenzione sentimentale e sessuale “come un cane arrabbiato” alle persone che incontra. Il film è ambientato in luoghi cittadini privi di calore, come la metropolitana, le cabine telefoniche, i bagni pubblici (in cui avrà un ruvido rapporto sessuale con uno sconosciuto), le scale dei condomini davanti alle porte, che spesso non si aprono, degli “amici”, le lavanderie a gettone, la terrazza di un ospedale, la vecchia auto (con cui ha un incidente più per vacanza mentale che non per errore nella guida). Vaga senza una direzione, conscia di essere dura, difficile da trattare, di essere come un veleno per gli altri, eppure degli altri ha un bisogno impellente per non restare sola. La Lvovsky è brava a rendere fisica questa ricerca vana di sé stessa da parte di questa donna senza una direzione. Rispetto a Petits arrangements che tratta del passato che scorre via lasciando indietro rimpianti e malinconie, qui si tratta della ricerca di un presente che non viene trovato (forse nel finale?) da Nathalie. (voto 6+) Nel film si fa un discorso apparentemente contrario al fumo quando uno dei personaggi elenca i tumori possibili da lui causato, ma poi tutti fumano continuamente con soddisfazione Marlboro che è parte del product placement del film. Vi è anche grande visibilità per RAPT (buona parte del film, come detto, si svolge dentro la metropolitana), per le lavatrici Miele e per il gin Oldlady. Citazione anche per Coca Cola in versione curativa perché aiuta un malato a fare dei… rutti…
Prima di questo, nell’esordio di Laurence Ferreira Barbosa, Le persone normali non hanno nulla di eccezionale (1993), sempre Valeria Bruni Tedeschi incarna Martine, altra donna dissociata dal mondo, nevrotica e in “crisi esistenziale” come lei stesso si dichiara, si ritrova a passare qualche giorno in una struttura per persone con malattie mentali. Non è internata, può andarsene quando vuole, ma qui trova il suo nuovo “mondo”. Nel cercare di aiutare queste persone a trovare una loro felicità, nello stesso tempo cerca una “famiglia” allargata che la faccia sentire bene. Nonostante il padre e i medici le dicano che deve andarsene perché non è così malata da restare lì, lei non vuole andarsene finché non ha creato una comunità di persone felici, per altro compito improbo proprio a causa dei problemi di queste persone. La psicologia della donna è costruita più con il montaggio, i silenzi, le lunghe inquadrature in primo piano del volto della Tedeschi, gli scarti temporali che non con le parole, i dialoghi. Un film che evita il pietismo (le lacrime che ogni tanto scendono dagli occhi della protagonista sono per un vuoto esistenziale, per rabbia di frustrazione) non per la condizione degli altri abitanti della struttura, con cui anzi è forzata nel suo volerli far fare quel che vorrebbe facessero. Interessante. (voto 6+) Una busta BHV, caffè Choky, sigarette Lucky strike, una Bmw, uno striscione pubblicitario di sfuggita su un televisore, Dunlop, e uno ben più evidente di Weight Watchers ad una fermata d’autobus. Questo il product placement.