“GINO SENSANI fu il costumista dei maggiori film di quel periodo: pittore, disegnatore, incisore (…) come mero film di evasione il film storico sarebbe morto prima di nascere perché lontano da qualsiasi adesione popolare, ma in questo caso esso riuscì a vivere per merito soprattutto di Gino Sensani. Con lui il film usciva dalla straccioneria per entrare nell’arte.” (Libero Solaroli, dichiarazione raccolta in L’avventuraosa storia del cinema italiano, Franca Faldini, Goffredo Fofi, Cineteca Bologna).
Sensani è ad esempio dietro la parte migliore de I promessi sposi (1941), film affidato a Camerini e ad oggi ancora ricordato come LA versione cinematografica del romanzo. La linea narrativa principale viene seguita correttamente riproponendo anche i luoghi in cui l’ha ambientata Manzoni. Non vengono invece espletate totalmente le storie personali di Fra Cristofaro e della Monaca di Monza, solo “raccontate” e non mostrate come ad esempio ha potuto fare Sandro Bolchi nello sceneggiato televisivo del 1967. Oltre alla cura delle ambientazioni e dei costumi, Camerini riesce a rappresentare epoca e società del XVII secolo grazie a visi e interpretazioni perfettamente in parte dei caratteristi che interpretano i personaggi secondari. La capacità visiva del regista invece la si ritrova nei movimenti di massa, quando cioè vi è la fuga dal saccheggio e, soprattutto, nel lazzaretto e nella città coperta di cadaveri e malati di peste. Gino Cervi invece è un Renzo non adatto al ruolo, e non sto discutendo la sua capacità interpretativa ma la mancanza di “phisique du role”, sarebbe stato un Don Abbondio perfetto, ad esempio; mentre la Lucia di Dina Sassoli è veramente troppo sciapa (seppur rispetti un personaggio che anche nel romanzo non sia così “denso”). “Una trasposizione sostanzialmente fedele del capolavoro di Alessandro Manzoni (…) inferiore a prove precedenti di Camerini, pur conservandone lo stile pacato e preciso, la cura delle ambientazioni e nella direzione degli attori” (dal Mereghetti). “Riduzione illustrativa, un po’ troppo pettinata nel suo freddo e difficile equilibrismo” (dal Morandini) (voto 6)
Due anni prima fu ancora più spettacolare il suo lavoro ne Un’avventura di Salvator Rosa (1939) di Alessandro Blasetti. Ispirandosi ai quadri di Velasquez per vestire Isabella di Torniano e la sua corte e al realismo napoletano per i vestiti dei contadini “fu determinante per il gusto figurativo del film (…) Sensani vantava una solida formazione in materia di pittura, grafica e moda, e in giovane età si era fatto lui stesso un nome come pittore e incisore esponendo a Firenze, Parigi, Monaco, Stoccolma e mote altre città in Europa” (Maria Triberti, Blasetti 40, Ed. Bibliotheka). Il film è un avventuroso-storico girato guardando ai film del genere hollywoodiani e alla commedia dell’arte italiana. Come i film di cappa e spada americani stravolge in leggenda la figura di Salvator Rosa, pittore napoletano realmente esistito e avvicinato al ribelle Masaniello, cosa del tutto da verificare, che qui diventa una specie di Zorro con maschera e spada, difensore dei deboli contro il potere della nobiltà con il soprannome “la formica”. Per quando riguarda il lato commedia invece è evidente la derivazione teatrale dell’intreccio (Salvator Rosa continua a muoversi tra corte e contadini ribelli raccontando storie agli uni e agli altri, passando per bugiardo e inaffidabile, per arrivare al suo obbiettivo, ovvero non far capire che è lui il formica e allo stesso tempo aiutare i contadini a riavere l’acqua di cui si è appropriata Isabella su sollecitazione del “cattivo” Lamberto, che altrimenti li avrebbe costretti alla carestia) e la figura capricciosa e bisbetica di Isabella per cui, non per nulla, Blasetti ingaggiò l’attrice di palcoscenico più che di cinema Rina Morelli (perfetta nella parte). Il film si avvale di Gino Cervi come protagonista, un eroe noto più per le capacità di usare il cervello che non la spada (che comunque maneggia ottimamente) e la coppia (proprio questo fu il film che li lanciò nel mondo del cinema e che li fece innamorare uno dell’altra, inizio di un percorso di passione, vita disordinata e morte) Luisa Ferida-Osvaldo Valenti. Lei con il suo volto da fascinosa e passionale popolana interpreta la spalla comica e sentimentale di Salvator Rosa, lui comincia a specializzarsi nei ruoli di cattivo con un’ironica eleganza nei panni di Lamberto, spadaccino decorato che mira a impalmare Isabella per poi liberarsene ed ereditarne i beni. Film spumeggiante e piacevole con un sottotesto libertario, splendidamente fotografato da Vaclav Vich. “E’ uno dei migliori film blasettiani del periodo fascista: elegante, scorrevole, sanguigno, recitato benissimo” (tre asterischi e mezzo sul Morandini), più tenue il commento sul Mereghetti: “Rarissimo tentativo di <<cappa e spada>> all’italiana, abbastanza appassionante e con allusioni politiche piuttosto esplicite per l’epoca. Eccellente Gino Cervi (…), notevoli i costumi (Sensani) e le scenografie (Marchi)” (due asterisci e mezzo) (voto 6/7)
In quello che è considerato il primo fantasy italiano, La corona di ferro (1941) sempre di Alessandro Blasetti, Sensani può scatenarsi confezionando costumi visionari. Non tanto per Massimo Girotti (il protagonista per metà film vestito di pelli, dato che è stato abbandonato tra i leoni che lo hanno allevato invece di mangiarselo, un novello Tarzan insomma) ma ad esempio per la corte del re medievale Sedemondo e per i principi che devono partecipare al Torneo per poterlo vincere ed impalmare la figlia del re. Costumi esotici e creativi tra cui spicca quello di un improbabile (e al solito cattivissimo) re dei tartari, interpretato da Osvaldo Valenti truccato da orientale. Il film è un kolossal fiabesco che zigzaga tra le favole dei Grimm, il romanzo d’avventura e i miti nordici (la saga dei Nibelunghi) in cui un re malvagio di una nazione immaginaria sconfigge e fa schiavi i nemici e uccide a tradimento il fratello, precedente re, buonista e intenzionato a portare la pace tra le popolazioni. Il re Sedemondo incontrerà una veggente che gli preconizza la morte dell’amata figlia a causa del nipote, figlio del re assassinato, che la farà innamorare di lui e poi la lascerà condannandola a morire d’amore. Allora Sedemondo farà gettare il nipote, Girotti, in una valle in cui vivono solo leoni ma questo ritornerà dopo vent’anni e in effetti farà innamorare la futura regina. Ma lui non ama solo lei, è infatti innamorato anche della bellicosa leader del popolo sconfitto che medita vendetta. Il sacrificio della figlia di Sedemondo nel finale permetterà il ritorno alla pace con il trono occupato dal legittimo erede, Arminio/Girotti. Blasetti riconferma cast tecnico e artistico del precedente film, quindi ritroviamo Gino Cervi che interpreta in maniera arcigna Sedemondo, Osvaldo Valenti di cui abbiamo detto, Luisa Ferida nei panni della selvaggia e indomita Tundra, capa dei ribelli e Rina Morelli ancora stupefacente come veggente. A cui si aggiungono il giovane Massimo Girotti (che con questo film inizia la sua vera carriera di divo), Elisa Cegani, alterego altrettanto fascinoso di Tundra, la principessa Elsa e un Primo Carnera che fa rimpiangere il buon Bartolomeo Pagano. Il film è molto più pretenzioso del precedente e su questo Blasetti molto ha investito, ma forse proprio l’eccessiva ambizione lo rende un po’ troppo indeciso sulla direzione da prendere e rischia spesso la pomposità eccessiva. Inoltre il tema pacifista lo rende difficilmente distribuibile in quel periodo visto che l’Italia è appena entrata in guerra e non è ben visto dai gerarchi nazisti e dai loro collaboratori italiani. “Utilizzando i moduli della fiaba, Blasetti si stacca dalle tendenze veriste o comico-sentimentali del cinema italiano del periodo, per realizzare una sorta di fantasy complesso, cupo e tormentato, con evidenti allusioni politiche” (due asterischi e mezzo per Mereghetti); “Film in costume, ma buttato sul fantastico della favola, con latenti venature pacifiste. Sorta di parabola ariana complicata da ossessioni erotiche e contaminazioni culturali diverse, tra Ariosto e Sem Benelli. Momenti di Kitsch sublime.” (tre asterischi per Morandini). (voto 6+)
Tutti e tre film in costume e quindi senza product placement.