Il serial cinematografico di inizio secolo portava al cinema, con scadenza settimanale o mensile, vere e proprie “puntate” di durata dai 30 ai 50 minuti di un lungo e spettacolare racconto come ora fanno le serie televisive. Spettacolari e movimentatissime quelle americane, feuilleton a la Alexandre Dumas o a la Eugene Sue quelle francesi. Il “maestro” francese di questo tipo di espressione cinematografica è sicuramente Louis Feuillade. Siamo nei primi anni del secolo, il cinema è stato inventato da poco più di una quindicina d’anni e cominciavano a nascere la critica cinematografica e il film d’autore che porterà alle grandi opere dei registi francesi degli anni 20 come Epstein, L’Herbier, Gance… Già allora cominciava il dibattito, ancora oggi in essere e probabilmente senza una vera soluzione, tra cinema popolare e cinema d’arte. Il serial e Feuillade erano mal considerati dai primi critici dell’epoca, tra cui il più conosciuto è Louis Delluc poi anche regista innovatore e purtroppo scomparso giovanissimo. Nell’interessante tomo che raccoglie la sua biografia e il suo pensiero (Louis Delluc di Gille Delluc, Pilote 24 edition) così si parla di Feuillade: “Louis Delluc detesta questo cineasta pur rispettandolo: - questo uomo mi esaspera. E’ più vicino al cinema della quasi totalità dei suoi colleghi francesi. Lui sa senza saperlo cos’è il vero cinema. Perché gli manca l’audacia? Perché non spicca il volo? E’ così facile. Io non ne voglio a M. Louis Feuillade per quello che è, ma per quello che non è.” Un autore capace di far cinema ma senza ambizioni autoriali, il suo interesse era coinvolgere il pubblico nell’eterna lotta tra bene e male cercando di stupirlo con azioni spettacolari e suspence. Insomma sempre il vecchio (falso?) problema del cinema basso e del cinema alto.
Quello che più di tutto gli piaceva fare era inventare storie. Feuillade ha spiegato le sue convinzioni nel 1920: “un film non è un sermone e neppure una conferenza, men che meno un rebus, ma un mezzo per intrattenere gli occhi e lo spirito. La qualità di questo intrattenimento è misurata dall’interesse del pubblico per cui è stata creato”. (dal booklet allegato al DVD Image Entertainment a firma Fabrice Zagury)
Faccio queste considerazioni dopo aver visto Les vampires del 1915, uno dei suoi più famosi serial insieme a Judex e Fantomas. Giustizieri e geni del male che si danno battaglia vincendo e perdendo alternativamente. Nello specifico i “cattivi” sono la banda di ladri e assassini chiamata appunto “i vampiri” a cui si oppone il giornalista/investigatore Philippe Guerande in una lotta in dieci episodi per una visione totale di 7 ore di fughe, rapimenti, avvelenamenti, decollamenti, spari con pistole e cannoni, duelli su tetti di treni in movimento, suicidi, inganni, acrobazie, travestimenti. Ma Feuillade, a parte inventare queste situazioni al limite e a volte anche oltre il limite del reale, riesce a darci un quadro storico della vita parigina del tempo. Gira infatti per le strade, per i campi, sui tetti di Parigi, all’interno di case borghesi, di cabaret e bettole. Ci mostra ritualità degli Apaches (le bande criminali parigine di inizio secolo) e della gente dei sobborghi con le loro danze, i loro atteggiamenti volgari e sbruffoni, la loro promiscuità sessuale e in contraltare le rigide usanze dei borghesi con i fidanzamenti alla presenza dei genitori, i pranzi solenni ordinando il catering da fuori, i comportamenti controllati.
Il film però ha una sola, vera e iconografica protagonista, Irma Vep ovvero Musidora. Mentre i capi della banda dei Vampiri hanno vita breve (“Il grande vampiro” viene presto ucciso proprio da Irma Vep ipnotizzata da Moreno di cui diventerà la donna prima che questo venga catturato e giustiziato, Satanas si suiciderà in carcere e Venemous apparirà solo negli ultimi episodi per fare anch’esso una brutta fine. L’unico personaggio tra i cattivi che attraversa il serial dal primo all’ultimo episodio è lei, Musidora. Ampiamente più iconica e interessante che non lo scaltro Guerande di Edouard Mathé e della sua spalla “comica” Mazamette (Marcel Levesque), capace di travestirsi e trasformarsi in più personaggi, di saltare da un’auto in corsa, di gettarsi da un tetto srotolandosi da una corda, sopravvivere all’esplosione di una nave, gettarsi sotto ad un treno facendoselo passare sopra, uccidere senza pietà, ballare e passare di uomo in uomo, ma soprattutto, capace di esibire il suo corpo e la sua femminilità procace in quella che resterà un’immagine iconica del cinema di tutti i tempi, ovvero aggirarsi furtiva in una tutina nera di maglia attillata alla Diabolik ben prima di Diabolik. Ossessione ad esempio di Olivier Assayas che le ha dedicato un film, Irma Vep appunto, e una serie tv, ma anche di surrealisti e altri cineasti prima di lui. (Voto 7)