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CINEMA
10 Dicembre 2023 - 22:19

DIARIO VISIVO

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Ancora Jancso, un Assayas d'epoca e un curioso film italiano su piattaforma
DIARIO VISIVO

Olivier Assayas nel 1998 viene dal film che ha in qualche modo cambiato la sua carriera cinematografica, quell’ Irma Vep che resterà centrale nella sua carriera e nella sua vita privata (proprio in quest’anno sposerà la protagonista del film, Maggie Cheung) tanto da ritornarci recentemente con la bellissima serie tv che porta lo stesso titolo. Questi cambiamenti rispetto al suo cinema precedente, racconti di adolescenti con animo rock e apprezzamenti della critica “da festival”, portano al film girato in quest’anno cruciale, ritorno ai suoi film precedenti Irma Vep ma con un’altra consepevolezza. In Fin aout, debut septembre lo sguardo si sposta su personaggi in età più avanzata, intellettuali adulti che ancora non hanno ben presente il loro futuro; si arrabattano per arrivare a fine mese, hanno problematiche sentimentali tra ex e nuove fiamme, coltivano amicizie, scorrono insomma la loro vita “normale” che viene seguita nel periodo di un anno dal regista che procede in piccoli capitoli con sbalzi temporali normalmente di tre mesi. Quando uno di loro muore di malattia, questi adulti non ancora maturi, hanno un “upgrade” delle loro realtà perché prendono coscienza della loro finitezza. E’ questo il film più vicino al cinema di Philippe Garrel (che insieme alla nouvelle vague per lui, critico cinematografico prima di diventare regista è sicuramente un riferimento) del regista che ci propone uno sguardo quasi documentaristico come se con la sua cinepresa si fosse inserito per un periodo preciso a seguire vite quotidiane senza un vero inizio e una vera fine. Riproduzione di quella che potrebbe essere semplicemente la realtà. (Voto 6,5). Il product placement è abbondante, molte le bevande (Konigsberg, Heineken, Badoit, Coca Cola, Perrier, Ricard, Pernod), un paio di marche di sigarette (Marlboro e Lucky Strike), la rivista Le Point e uno scooter Piaggio.

“Imponente, grasso, con l’aria molto sorniona e, ovviamente, un enorme sigaro cubano in bocca” questa è la descrizione fatta da Luigi Cozzi, sul numero 248 di Nocturno, di Sam Arkoff quando lo incontrò nell’albergo più costoso di Roma per farsi produrre il suo Star Crash. Il personaggio “da film” è il boss dell’AIP, casa di produzione statunitense di film a basso costo, e tra i miei dvd trovo un horror low budget e… low quality… The Evictors (1979) di Charles B. Pierce (regista i cui film su IMDB difficilmente arrivano al 5 e quasi mai alla sufficienza…) è un film horror più d’atmosfera e di sorprese di trama che non di effetti sanguinolenti. Dopo un inizio piuttosto frenetico con l’assalto della polizia alla famiglia Monroe barricata in casa a colpi di pistola e mitra il film rallenta e diventa un racconto piuttosto palloso su una casa maledetta (quella dei Monroe appunto che negli anni ha visto morti in serie di chi la ha abitata). Qui va ad abitare Jessica Harper (in deciso calo qualitativo rispetto al precedente Suspiria di Argento…) col marito e naturalmente andrà incontro a paure e orrore. Nel finale riappariranno i protagonisti della famiglia Monroe che non si capisce bene come facciano ad essere ancora vivi… Tentativo fallito di gotico cajun… (voto 5). Coca Cola e drugstore Otasco product placement del film.

Prime video presenta nel suo catalogo l’esordio di Antonio Dikele Distefano, Autumn beat, un film italiano ambientato nel mondo del rap. I protagonisti sono tre amici di colore, figli di immigrati, in cerca di farsi strada nella musica, dato che come dicono nel rap italiano c’è poco spazio per ragazzi di origine africana, quelli che invece lo hanno fondato negli USA. Paco è già conosciuto nel sottobosco milanese ed ora ha la grande occasione per lanciarsi grazie all’interesse per lui di Gué Pequeno (uno dei tanti celebri rapper che si sono prestati ad apparire e cantare in questo film come Ernia, Sfera Ebbasta, Club Dogo…). Scopriamo però che il fratello Tito è quello che scrive i testi e l’amico di sempre David quello che gli fa le basi. In pratica il talento lo hanno gli altri due, lui ha solo la presenza scenica. Scopriamo anche che Tito non può cantare perché ha una balbuzie causata da un incidente nel passato e qualcosa comincia a incrinarsi nell’amicizia dei tre e anche tra i rapporti di Paco con la fidanzata di sempre Ife, amata silenziosamente anche da Tito… Il film è diviso in tre capitoli temporalmente diversi ed è un film che vorremmo farci piacere, per l’ambientazione non consueta, per la costruzione di rapporti umani non banali, per la dolce grazia di Ife e della figlioletta. Però la regia di Distefano e la costruzione narrativa sono decisamente elementari, troppo. Inoltre ancora una volta nei film italiani si sente la necessità di commentare con la voce di uno dei protagonisti come ci fosse sempre il bisogno di spiegare poeticamente, semplificando così ulteriormente un plot già piuttosto basico. (Voto 6-)

SPECIALE JANCSO. Dopo La pacifista continua “l’avventura” italiana di Jancso con due film televisivi prodotti dalla RAI. Il primo è La tecnica e il rito del 1971, in cui su soggetto della Gagliardo, il regista ungherese prende a riferimento la figura dell’Unno Attila per una riflessione piuttosto criptica di potere, tirannia e ritualità. Attila è interpretato dal suo attore feticcio Jozsef Madaras (che aveva partecipato nella parte del leader fascista anche a La pacifista) e per il resto è circondato da attori italiani. Jancso asciuga la sua tecnica avvicinandosi alle prime cose di Anghelopoulos o, per rimanere in Italia, a Tonino De Bernardi (prima di rinchiudersi nei soliloqui famigliari) arrivando quasi ad un’astrazione straubiana. Anche l’influenza del teatro d’avanguardia e “free” del Living Theatre è evidente. Recitazione stilizzata, unità di luogo tra rocciose coste in riva al mare, sassi, acqua, maschere, riti magici, tamburello che suona incessantemente. Riesumato anni fa da Fuori Orario che rese giustizia ad un’opera poco amata dal Mereghetti (Il film non convince e “finisce per somigliare a una specie di bigino astrale” rimanendo spesso prigioniero della complessità dell’argomento che affronta) il quale ci pare abbia una prevenzione ideologica e sul piano meramente narrativo contro Jancso visto che riuscirà a dare valutazione appena sufficiente anche a Salmo rosso, uno dei capolavori del regista e una delle opere visivamente più potenti della storia del cinema. (Voto 6,5)

Il successivo film prodotto dalla Rai è Roma rivuole Cesare (1974) sempre scritto dal duo Gagliardo-Jancso che utilizzano sempre eventi storici per parlare del tempo presente, delle rivolte studentesche e dei popoli oppressi da dittature. In Numidia si è creato un gruppo di giovani patrizi romani ribelli che si uniscono ai locali contro l’oppressione di Cesare. Sequestrano il propretore ma nel frattempo giunge la notizia che Cesare è stato ucciso e che sarà sostituito da Ottaviano, uno dei patrizi ribelli. Quindi uno di loro è pronto ad essere messo al posto di potere, che prima contestava, alimentando lo stesso potere oppressivo. Per questo Claudio, il capo dei ribelli, si suicida proclamando: “sogno un mondo senza Cesari”. Pessimista è la conclusione di Jancso sulle possibilità delle ribellioni giovanili messa in bocca ad uno dei giovani patrizi: “Se i giovani si ribellano e vincono faranno gli stessi errori degli altri, se perdono devono comunque sottomettersi a quegli errori”. Un po’ di speranza arriva dal commento finale. I Cesari però troveranno sempre un oppositore a contrastarli perché i giusti sono immortali. Il messaggio è molto più chiaro che non nel film su Attila anche perché molto più dialogato e meno stilizzato. Come riferimento qui siamo più dalle parti di Pasolini del Vangelo o del Rossellini televisivo. Potremmo concludere che arrivato in Italia Jancso ha meticciato il proprio cinema con quello dei grandi autori locali o comunque mediterranei. (Voto 6,5)

STEFANO BARBACINI

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