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CINEMA
10 Agosto 2024 - 12:17

DIARIO VISIVO

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Private life; Marx può aspettare; Asher; Selvaggio/Kut
DIARIO VISIVO

Su Netflix si trova un film del 2018 di Tamara Jenkins, brillante sceneggiatrice di Juliet Naked e già regista di un paio di opere piacevoli come La famiglia Savage e L'altra faccia di Beverly Hills. Il film in questione è Private life e racconta dell'ossessione di due artisti, lei Kathryn Hahn è una scrittrice di romanzi, lui Paul Giamatti un teatrante, entrambi piuttosto conosciuti nel milieu culturale newyorkese. La loro ossessione è avere un figlio nonostante lui ormai vada per i cinquanta e lei ne abbia 41 di anni. Le provano tutte, anche spendendo somme che non posseggono prendendole in prestito, tra ricerche di bimbi in adozione, mamme in affitto, prelievi dall'unico testicolo di lui di sperma che altrimenti non esce, e innesti di ovuli. Falliscono tutti. Allora chiederanno ad una giovane nipote acquisita di cedere uno dei suoi ovuli alla zia per un concepimento "a tre", creando un discreto panico nella famiglia di lei che si dice contraria… non racconterò la fine per non spoilerare. Se vi sembra una trama non troppo interessante e state pensando di evitare il film (come ero stato tentato io di fare), ripensateci perché la scrittura della Jenkins è acuta e divertente, ricorda alcune cose di Woody Allen, e le interpretazioni di Giamatti e Hahn spettacolari per immersione e naturalezza (ma, soprattutto per Giamatti, questo lo si sapeva già). Le due ore di film, che sembrano troppe per una trama così semplice e poco "spettacolare" scorrono piacevolmente e senza noia, tra sorrisi e battute sagaci e intelligenti. Insomma, consigliato (voto 6/7). Product placement per Mac Apple e soprattutto per il New Yorker rivista di riferimento per ogni intellettuale americano che si rispetti.

“Il mio senso di colpa, anche nei confronti di Camillo, è che non l’ho amato abbastanza ed è questo il motivo per cui, abbastanza anziano, non decrepito, mi è venuto in mente, prima di morire, di rappresentare o comunque ricordare questa tragedia” così Marco Bellocchio in un dialogo con il prelato da sempre suo sodale, padre Fantuzzi, e spiega l’esigenza di prendere in mano la camera e girare un documentario sulla sua famiglia (di otto fratelli, i cinque superstiti con figli e nipoti si ritrovano ad una cena nella loro natìa Piacenza) che diventa un indagine psicologica sulle motivazioni che hanno portato il fratello gemello di Marco al suicidio. Marx può aspettare (2021) è il titolo che il regista ha voluto dare a questa sua opera, forte, intima e anche impietosa. La frase è significativa ed è stata detta da Camillo nell’ultimo incontro con Marco. Mentre lui gli raccontava dei suoi fallimenti (l’uomo si sentiva insoddisfatto e non in grado di competere con fratelli “importanti” come Marco il regista e Piergiorgio l’intellettuale), Marco gli diceva di trovare una sua via e una catarsi nell’impegno politico, nella rivolta comunista contro i borghesi e lui con quella frase rispose. “Gli dissi frasi stupide sull’utopia rivoluzionaria che dimostravano come non avevo capito nulla di mio fratello”. Interviste a fratelli e sorelle, a psicologi, a prelati e alla sorella della donna amata da Camillo danno un quadro intimo e sentito di una famiglia, con il padre giudice morto troppo presto, la madre rinchiusa nel suo bigottismo religioso, il fratello più anziano con problemi mentali (urlava tutto il tempo e per noi era destabilizzante) e poi Camillo, “l’angelo” della famiglia, mai compreso da nessuno e lasciato solo nel suo dramma che lo ha portato all’atto estremo in un giorno del 1968 quando la gioventù era impegnata nella “rivoluzione”. Il film è anche una specie di analisi dei film del regista (di cui spezzoni significativi vengono montati nel documentario) in cui l’autobiografismo è evidente soprattutto dopo quello che apprendiamo dal documentario stesso, dalle parole dei protagonisti. (voto 7)

Michael Caton-Jones è regista inglese del 1957, attivo dalla fine degli anni Ottanta ma non molto prolifico, una quindicina di film in tutto. E’ un regista medio, onesto professionista senza opere memorabili dietro di sé. Nel 2018 viene chiamato da Ron Perlman, ormai vicino ai settant’anni d’età, per dirigere un film crepuscolare su un killer prezzolato sulla via del tramonto che sta cominciando a pensare ad una vita diversa, soprattutto quando incontra una Famke Janssen ancora in forma seppur abbia superato i cinquanta (la Janssen tra l’altro è stata la bellissima incarnazione di Jean Gray/Phoenix nei film sugli X-men). Cerca di tenere nascosta la sua vera attività da cui vuole sganciarsi ma entra in un ingranaggio pericoloso quando un suo discepolo gli chiede di far parte di una missione (che naturalmente consiste nell’uccidere alcune persone) in squadra. Di malavoglia accetta per l’alto compenso e alla fine si renderà conto di aver messo la mano in un nido di vespe di rischiare seriamente di essere ucciso, lui e l’inconsapevole Janssen, dai compagni degli uccisi. Asher (titolo e nome del protagonista) è un film che più per l’argomentazione che per la qualità è stato selezionato al festival di cinema di genere di Sitges nel 2018, è un film che si lascia seguire piacevolmente, una specie di ballata country-rock ambientata in una New York sporca e “antica” in cui Perlman e la Janssen, ma anche due grandi vecchi come Jacqueline Bisset e Richard Dreyfuss, riescono a rendere credibile la storia malinconica che però ha un grosso difetto, è prevedibile dal primo all’ultimo minuto. (Voto 5/6) Product placement evidente per le sigarette Parliament fumate in continuazione da Perlman.

Su Amazon Prime potete trovare uno strano film ungherese, un film di “stazionamento” che esplode in un finale pulp. Il regista di Selvaggio (Kut-2016) Attila Gigor si prende il suo tempo. Una donna con il figlio Laci, dal passato turbolento, arriva ad un distributore in mezzo ad una zona desertica. Qui si trova il marito che lo gestisce e che da un paio di decenni non vede più. E’ il figlio che vuole essere lasciato lì, un po’ per fuggire dal proprio passato, un po’ per conoscere il padre. Arriva alla stazione un van con due guardaspalle e quattro prostitute, diretti in Svizzera. Lavorano per il pappone Johnny che là le aspetta. L’autista però ha un traffico con il proprietario del distributore, deve ritirare un pacco con cui conta di fare i soldi per saldare i debiti che ha con Johnny. Il pacco non c’è, allora costringe tutti ad una sosta non voluta qui, in mezzo al nulla, dove in due giorni e due notti si filosofeggia, si ascoltano le storie di un disabile, ci si innamora e si fa sesso. Fino all’esplosione finale che potete vedervi recuperando questo film curioso. (voto 6,5). I principali product placement del film sono sicuramente i succhi di frutta Suzy presenti in scatoloni nel bar della stazione di servizio in cui spiccano anche i Mars. Poi una malandata JVC tv, varie auto (Opel, Volkswagen, Range Rover) con predilezione per una vecchia Lada chiamata Berta.

STEFANO BARBACINI

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