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CINEMA
10 Giugno 2017 - 18:24

DIARIO VISIVO (Omaggio a Bernadette Lafont)

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PAUL (Diourka Medveczky, Fra, 1969)
DIARIO VISIVO (Omaggio a Bernadette Lafont)

Ripercorrere seppur parzialmente la carriera di Bernadette Lafont mi ha permesso di incontrare il cinema misconosciuto ma folgorante di Diourka Medveczky marito e padre dei tre figli di Bernadette stessa. I suoi unici tre film, un lungo e due corti, sono raccolti in un interessante doppio DVD edito da Filmedia nel 2012 ma ancora facilmente reperibile. Il doppio DVD contiene anche due documentari della coppia Fredet-Labarthe uno su Medveczky (rintracciato nella sua abitazione isolata in mezzo alla natura a più di 80 anni e diventato una specie di selvaggio-sapiente) e uno sulla stessa Lafont intervistata a casa sua sui ricordi della sua carriera qualche anno prima del decesso.

Medveczky nasce ungherese e fugge dal paese comunista nel ’48 a diciotto anni per poter seguire la propria strada che è quella dell’arte. Diventa in Francia scultore piuttosto conosciuto, lodato anche da Picasso che lo incontra, e poi si avvicina al cinema per frequentazioni (conosce Bernadette e tramite lei anche Truffaut e Doniol-Valcroze che gli danno le dritte giuste).

Dopo il clamoroso mediometraggio d’esordio del 1968 Marie et le curé per cui si rifà ad un episodio di cronaca (l’omicidio da parte di un curato della sua amante e del suo neonato) per costruire un’opera plasticamente affascinante e terribilmente tagliente, tra sarcasmo buneliano e tragicità impietosa. L’amante è splendidamente interpretata dalla Lafont e il curato dal pittore Jean-Claude Castelli.

Senza pietà anche il suo lungo, Paul, in cui Jean-Pierre Leaud, “prestato” da Truffaut, interpreta il protagonista che dà il titolo al film, borghese che non si ritrova più nella sua vita e vuole andarsene, cerca rifugio presso una zia scentrata che viene però incarcerata per aver catturato illegalmente un uccello, poi presso un cugino ormai però perso tra i fumi della droga. Quando viene scaricato pure da un automobilista che gli aveva dato un passaggio (“ma tu vuoi parlare con me?”, “no” la risposta di Paul che viene letteralmente trascinato fuori dall’auto in una scena gustosa) è raccattato sul ciglio della strada da Jean-Pierre Kalfon e trova rifugio presso la comunità vegetariana di cui quest’ultimo è il leader. Tutti vestiti con sai da frati (quando non nudi per godere del piacere della natura) questo gruppo vive, in casolari abbandonati, di elemosina e piccoli furti di uova alla ricerca della libertà assoluta e della fusione con la natura. Kalfon ha una donna, Marianne (Bernadette Lafont che annulla tutta la sua gaiezza in una recitazione bressoniana che è il riferimento in questo senso di Medveczky) di cui evidentemente si innamora anche Paul. Quando il personaggio di Kalfon si farà sorprendere a tradire la comunità andando a mangiarsi i risparmi ad un ristorante ingoiandosi enormi bistecche (alla faccia del vegetarianesimo), Marianne fuggirà con Paul e i due andranno a vivere in un piccolo paradiso solitario sul mare. Quando arriveranno qui degli speculatori che progettano una massiva cementificazione a scopi lucrativi, Marianne cederà alle loro lusinghe (replicando in qualche modo il tradimento di Kalfon sempre causa fame…) e lascerà Paul; quest’ultimo verrà ucciso e bruciato dagli affaristi (delinquenti in spider, doppio petto e ventiquattrore) e lei si suiciderà lasciandoci una delle maschere tragiche più toccanti del cinema grazie al volto impietrito e tragico di Bernadette Lafont.

La sua sensibilità di scultore, fa si che il film di Medveczky sia un gioiello di composizione d’immagine, riconosciuto in toto dalla critica come capolavoro (viene paragonato a Bresson, Godard, Bunuel, Rossellini, Dreyer…), premiato in vari festival, ma misconosciuto e clamorosamente mai uscito nelle sale.

Segue infine l’ultimo corto Jeanne et la moto di un anno successivo senza quella che sta per diventare l’ex-moglie ma con la radiosa Isabelle Mercanton (detta Poussine) che interpreta l’umorale Jeanne innamorata più delle moto che non del compagno. Anche in questo film il finale è di un pessimismo assoluto con lui dopo un incidente costretto paralizzato su una sedia a rotelle con lei che allegramente si appresta ad uscire vestita con un elegante vestito da sera.

Poi Diourka sparirà dal cinema andando a cercare, come Paul, una comunione con la natura lasciandosi alle spalle la modernità.

In Paul le uniche marche che potrebbero o meno essere product placement: un distributore IP e una pubblicità della birra KRONENBURG su un ombrellone di un bar.

STEFANO BARBACINI

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