7 prigionieri (2021) è uno di quei film che ci interrogano. Interrogano lo spettatore perché lo mettono di fronte alle ingiustizie che crea il suo modo di vivere, la struttura della società che gli permette di restarsene tranquillo nei suoi agi, il capitalismo che gli permette di possedere ricchezze mentre, attorno a noi spettatori privilegiati occidentali, nell’indifferenza assoluta, proliferano schiavismo e sfruttamento. Certo il film ci narra di una situazione particolare che si svolge nel variegato Brasile dalle enormi differenze sociali e ingiustizie che riguardano buona parte della popolazione. Qui può succedere, ci dice Alexandre Moratto, regista al suo secondo lungometraggio (anche il primo, Socrates, esplorava la vita ai margini della società), che giovani ragazzi poveri vengano letteralmente “comprati”, prelevati dalla campagna e trasferiti a San Paolo per essere messi a lavorare duramente tutto il giorno per solo vitto (povero) e alloggio (fatiscente), ridotti in vera a propria condizione di prigionia, sotto la minaccia di colpire le loro famiglie se si ribellano al padrone. Il padrone a sua volta è uno che è uscito da similari condizioni di violenza e povertà ma che in qualche modo “ce l’ha fatta”, almeno ad inserirsi in un piano più alto della stratificata società brasiliana. Per fare questo, e lo capisce bene il protagonista del film, Mateus, bisogna però liberarsi di pietà umana e intenzioni ribelli e sottomettersi al potere del più forte anche mettendosi contro gli amici nella sua stessa condizione arrivando anche a soverchiarli. Infatti il ragazzo che, dopo i primi tentativi di fuga, si ritrova ad essere praticamente promosso a “kapò” agli ordini del capo della ditta, che opera ai limiti della legalità, dove lavora coi sei compagni, una volta annusato il profumo di una vita più dignitosa e soddisfacente, quando ha la possibilità di liberarsi del capo e di liberare i compagni, decide di continuare ad abbassare la testa e ad avviarsi alla “promozione” sociale. La dinamica dello sfruttamento criminale con la compiacenza delle istituzioni (poliziotti che danno man forte alla banda del padrone, ispettorato del lavoro che interviene in maniera a dir poco superficiale) e l’indifferenza da parte del resto della popolazione che fa finta di non sapere cosa accade, non è cosa meramente “brasiliana”, basti pensare ad esempio alle situazioni di caporalato sui migranti nel nostro meridione, alla tratta delle schiave sessuali o ai lavoratori in nero di molte delle nostre aziende, magari a conduzione “mafiosa”, e ci spinge ad interrogarci sulle storture di un sistema capitalistico che a noi privilegiati sta bene ma che è causa di sofferenze infinite su buona parte della popolazione mondiale. (Voto 7). Il product placement si riduce alle auto (Hyndai) e alle sigarette Tenesse.
Esiste un sito che si chiama Cinemazoo.it che è un insieme di chicche da far godere tutti gli amanti del trash e del cinema di genere più ai margini. Ha anche una lista di film rari in steaming di cui i tipi del sito hanno curato i sottotitoli in italiano così che possono essere visti e capiti anche senza sapere le lingue, soprattutto se si tratta di film di Hong Kong. Infatti la mia scelta di visione è andata su un “categoria III”, Daughter of darkness (1993) di Kai-Ming Lai. I “categoria III” erano i film erotici, exploitation e horror prodotti nel protettorato inglese prima del ritorno alla madre Cina. La libertà e l’incoscienza con cui erano prodotti e diretti sta tutta in questo film che deraglia fra i generi senza alcun pudore o ritegno. Inizia come un giallo-noir con la scoperta del massacro di un’intera famiglia ma passa subito ad un registro comico-trash con un personaggio di ispettore di polizia tra Clouseau e Pierino, interpretato da Anthony Wong, attore senza alcuna vergona nell’interpretare personaggi svalvolati come crudeli e maschilisti. Per dirne una il nostro toccando i seni dei cadaveri femminili capisce da quante ore sono morte… L’indagine porta a scoprire che i colpi di pistola provengono da quella di un collega poliziotto che sta assieme alla figlia superstite della famiglia sterminata. A questo punto il film mostra parti di soft porn anche piuttosto spinto, con protagonista Lily Chung dal viso innocente e il comportamento audace (nuda per buona parte del film concede il corpo per essere ricoperto di panna montata, birra e sangue finto senza problemi, mantenendo anche una buona qualità recitativa). In un flashback rivelatore si scoprirà che i due amanti sono coinvolti nel massacro dopo che il padre ne ha fatte subire di tutti i colori alla figlia. L’atmosfera si annerisce assai, si passa al rape and revenge e al gore in un sottofinale violentissimo. Coda melodrammatica pura, così i generi li abbiamo attraversati quasi tutti. Difficile dare un giudizio di merito ad un film così schizzato, in cui il bisogno di esagerare con le scene di sesso (alcune troppo lunghe), far divertire il pubblico e scioccarlo con la violenza estrema rischia di far perdere la bussola allo spettatore. Ma il film c’è, è vivace e pieno di attrazioni, sintomo di una stagione che sta per finire e aprire a film magari più “ben concepiti e diretti” ma tanto più noiosi. (voto 6+). Il padre seviziatore violenta la figlia inondandola prima di birra San Miguel che così diventa uno dei principali product placement del film.
Eh sì lo ammetto, non avevo ancora visto Io non ho paura (2003) di Gabriele Salvatores, regista ondivago dal buon potenziale registico ma spesso indulgente nei confronti di spettatori e del proprio retaggio culturale. Il film, tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti (scrittore italiano contemporaneo tra i più riprodotti sullo schermo), ha un buono spunto ben utilizzato da Salvatores per rappresentare un Italia degli anni 70 di provincia ma soprattutto per contrapporre la crescita dei bambini innocenti (e ancora non in grado di capire perché “il giusto” i grandi te lo insegnano e poi non lo fanno) agli adulti, disperati e stupidi, inconsapevoli (o forse troppo) della loro futilità. Potrebbe anche essere considerata una metafora della crescita dell’Italia stessa, bambina nel dopoguerra ai tempi del boom economico e poi proprio dagli anni 70 passata per un’adolescenza che l’ha portata alla rabbia di fine decennio e al marciume quasi insanabile odierno. Un ragazzino che gioca con bambini della sua età in un agglomerato di case che neanche si può chiamare paese (tra loro già germinano prepotenza e bullismo) incappa in un buco nel terreno piuttosto profondo dove scopre vivere un coetaneo in stato di cattività (è legato ad una catena). Scoprirà ascoltando il TG1 di Emilio Fede che è un bambino sequestrato per ottenere un riscatto e scoprirà che i rapitori sono il padre e gli altri abitanti dell’agglomerato. Il film si concentra principalmente sul rapporto tra i due ragazzini, alla loro solidarietà e complicità di esclusi dal mondo adulto più che sul profilo psicologico dei malfattori di cui possiamo solo immaginare le motivazioni dei loro atti, dato che il padre e la madre del protagonista sembrano brave persone, un po’ deluse dalla vita ma affettuose coi figli, almeno fino a che non arriva il “nordista” Abatantuono a far cambiare il clima in casa. Salvatores gira al solito con il suo passo accattivante per lo spettatore (“orgogliosamente internazionale, Steadicam e Dolby a manetta, cieli azzurrissimi e campi di grano che neanche nello spot di Wenders per la Barilla” scrive Alberto Pezzotta su Nocturno n.10/2003) che si squaglia un pochino nel finale. (voto 6,5) Il product placement del film sa molto di rimpianto storico per un periodo che fu con una vecchia Fiat che scorrazza per la campagna, le belle parole nei confronti di Ringo, Buondì Motta e Kit Kat (sono tutti così buoni) e con la rievocazione del formaggino Mio desiderato dal rapito.
Film molto apprezzato da Leondard Maltin, uno dei più accreditati critici cinematografici statunitensi (per chi non lo sapesse il primo a pubblicare una famosa guida-dizionario raccogliendo migliaia di film), è la pellicola del 1932 3 on a match di Mervyn LeRoy, titolo che fa parte della collezione di dvd Fordbidden Hollywood. “Piacevole, scorrevole (e sorprendentemente potente) melodramma pre-Code di tre ragazze che rinnovano l’amicizia della loro infanzia solo per trovare suspence e tragedia. Dvorak è semplicemente meravigliosa” e lo premia con 3 asterischi su 4. In realtà l’opera di LeRoy è un po’ troppo “fast-moving” come dice Maltin, infatti il tentativo di raccontare una storia che parte dall’infanzia di tre donne fino agli eventi che portano una di esse alla tragedia e, contemporaneamente, dare uno spaccato dell’epoca impegnando buona parte della pellicola con titoli di giornali e descrizione di eventi storici dal 1919 al 1930, è un po’ presuntuoso da parte del regista in un poco più di un’ora di film. Viene a mancare quel tanto di approfondimento psicologico delle tre amiche (ad esempio la figura di Ruth resta solo accennata sprecando il talento di un’acerba Bette Davis) e quella densità narrativa che dovrebbe accompagnare la caduta dal paradiso all’inferno di Vivian (in effetti una Ann Dvorak notevole). In pratica il film narra di queste tre ragazze di cui una, Mary Keaton (Joan Blondell per cui ho già detto di avere un’ammirazione assoluta) sembra destinata al riformatorio (dove in effetti viene rinchiusa per breve tempo) e ad una vita degenere; una, Ruth, la secchiona della classe, sembra dover spaccare il mondo ma diventa prima una semplice dattilografa e poi una babysitter, e infine, Vivian, la vera protagonista del film, la bella e altezzosa della scuola che prima riesce ad ottenere tutto ciò che vuole dalla vita e poi cade rovinosamente nel vizio e verso la morte. Sposata con un ricco e famoso avvocato, ha ciò che le altre solo si sognano, ovvero ricchezza, un figlio e un marito che la adora. Ma, malata di bovarismo acuto, si annoia e la vita che conduce non la soddisfa. Cadrà, novella Pinocchia, nelle grinfie di un Lucignolo che la porterà sulla via della perdizione tra alcol, droga e sesso per poi dimostrarsi un perdente pieno di debiti e costretto a rapire il figlio di Vivian per avere i soldi per potersi salvare dalle minacce di un truce Humphrey Bogart ai suoi primi anni di carriera. Mentre l’amica Mary impalma il suo ex-marito, Vivian darà tragicamente la vita per salvare il figlio sovvertendo il destino che durante gli anni di scuola i loro comportamenti sembravano aver designato per loro. (voto 6) Alcuni locali e saloni di bellezza sono luoghi utilizzati e pubblicizzati nel film ma il product placement principale sono le sigarette (Chesterfield in particolare) che già dal titolo sono protagoniste del film, le donne per dimostrare la loro solidarità e indipendenza fumano insieme e il tutto sembra uno spottone pro-fumo.