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CINEMA
10 Febbraio 2017 - 22:48

DIARIO VISIVO (Omaggio a Bernadette Lafont)

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Le revelateur (Philippe Garrel, Francia, 1968)
DIARIO VISIVO (Omaggio a Bernadette Lafont)

Leggendo uno speciale dei  Cahiers du cinema (settembre 2013) ad omaggio di Bernadette Lafont (morta un paio di mesi prima di questa data) mi rammento dell’allegria e dell’erotismo malizioso sprigionati da questa magnifica attrice dalla bellezza “naturale” che provavo quando vedevo i suoi film di una carriera cresciuta con la nouvelle vague.

Lo speciale è intitolato “Bernadette Lafont, sotto la protezione del diavolo” ed era lei che amava affermare ciò. Ripercorre velocemente la carriera partendo da quel Les mistons (product placement CASINO) che ha avvicinato al grande schermo sia lei che il regista Truffaut.

Ma dando un’occhiata alla carrellata dello speciale mi accorgo di un film semisconosciuto e decisamente al di fuori di ogni canone, Le Revelateur rintracciabile facilmente (almeno ad oggi) su youtube. Si tratta dell’esordio nel lungo (anche se solo di un’oretta) di un altro grande regista francese, Philippe Garrel. Il film è atipico perché girato “muto” e per muto s’intende anche senza traccia sonora, solo potenza delle immagini ad illustrare un non-racconto che analizza dall’esterno, in modo “impressionista”, il rapporto di una coppia visto attraverso gli occhi del loro figlio che della pellicola è il vero protagonista. Già la scena iniziale è emblematica, il bambino è accucciato al di sopra di una porta come fosse un putto angelico che osserva la madre che risalta per contrasto nella luce abbagliante e il padre che arriva attraverso  la porta. Un’immagine potente come molte altre all’interno del film dovute alla fotografia in bianco e nero iper-contrastata del direttore della fotografia Michel Fournier.

L’opera è atipica anche perché il cinema di Garrel si svilupperà in modo che la parola sia fondamentale. I suoi film successivi sono molto parlati e le parole molto importanti. Inoltre togliere la voce a Bernadette può sembrare un crimine dato che è fondamentale per la completezza delle sue interpretazioni. Ma la sua silhouette nel contrasto della luce mette in risalto il suo “fisico di musa antracite, di Musidora tardiva, di Theda Bara civettuola che l’apparenta alle star del cinema muto” (Stephane Dellorme, Cahiers citati) si adatta benissimo a quello che è un omaggio al cinema francese degli anni venti, ad un cinema fatto di luce, volumi, composizione d’immagine.

Si può apparentare l’esperimento del giovane Garrel alle sperimentazioni di Godard (Une femme mariée) o Bergman (Persona) di quegli anni ma portate all’estremo per un’opera che resta comunque unica e da recuperare.

Stefano Barbacini

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