Altro gioiello di quella stagione particolarmente felice del cinema francese dei primi anni venti, è Coeur Fidele di Jean Epstein, come Delluc e forse più di lui (se non altro per longevità) teorico del cinema oltre che grande regista.
Marie è una trovatella cresciuta da una coppia proprietaria di una taverna da cui è sfruttata come cameriera e costretta a lavorare duramente fin da bambina. La taverna è frequentata (come quella di Fievre di Delluc, giusto perché la circolazione delle idee in questo periodo funziona perfettamente) da Edmond Van Daele, qui interprete di Petit Paul, balordo del porto di Marsiglia, che si arroga il diritto di considerarsi “proprietario” di Marie che vuole portare con sé e sposare. Marie è innamorata del malinconico Jean che incontra fuggendo di nascosto dalla locanda con scuse e bugie. Quando Petit Paul si porta con sé con la forza la ragazza via da Marsiglia, Jean li seguirà ed avrà uno scontro con il malvivente dove ha la meglio, riesce infatti a sottrargli il coltello, ma con l’arma in mano è fermato da un poliziotto che lo porta in prigione dove viene condannato ad un anno di reclusione. Uscito dalla galera rintraccerà l’amata che nel frattempo è stata costretta nuovamente da Petit Paul (che era fuggito dallo scontro di un anno prima) a vivere con lui ed insieme hanno un figlio cagionevole di salute. Petit Paul maltratta la moglie e non si cura del bimbo vivendo senza soldi e sempre ubriaco. Jean aiuterà di nascosto Marie fino a che Petit Paul non lo scoprirà e vi sarà uno scontro finale in cui il “cattivo” perderà la vita e la coppia vivrà finalmente insieme e felice.
Melodrammone in cui programmaticamente Epstein vuole portare il nuovo linguaggio del cinema e sarà proprio lui a spiegare questa decisione nella presentazione del film agli studenti dell’università di Montpellier nel 1924: “Ho realizzato un melodramma per due ragioni. In primo luogo, per guadagnare la fiducia di costoro, ancora così numerosi, che a torto credono che solo il melodramma di livello infimo possa interessare il pubblico. Devo solo aggiungere – a bassa voce – che se ho voluto guadagnare questa fiducia era per tradirla in nome di un interesse superiore (…) La seconda ragione (…) è che, tutto sommato, potevo avere l’ambizione di concepire un melodramma talmente spoglio di tutti gli artifici ordinariamente legati a questo genere, talmente sobrio, talmente semplice, che sarebbe giunto ad avvicinarsi al genere nobile per eccellenza, la tragedia. E, di fatto, a forza di banalità voluta, studiata, concentrata, ho fatto un film abbastanza strano che ha soltanto l’apparenza del melodramma (“Presentation de Coeur fidel, in EC1, cit., p.123 mentre io l’ho tratta da Il Castoro Cinema, Jean Epstein scritto da Laura Vichi, un pubblicazione italiana consigliatissima per chi vuole conoscere il lavoro del grande regista francese).
Quindi sperimentazione e nuove teorie vengono utilizzate da Epstein su questa trama semplice semplice. Sovrapposizioni poetiche, primi piani meravigliosi, uso della natura (in questo caso il mare) in modo “impressionista” (alla Delluc) e, soprattutto, un montaggio moderno e rapidissimo che esaspera gli esperimenti di Gance in “La roue” e che sarà esempio per le ricerche di Ejzenstein nello stesso campo. Soprattutto la lunga sequenza girata durante una fiera in cui Petit Paul trascina sulle giostre Marie mentre Jean è alla loro ricerca, in cui con maestria Epstein alterna la fragorosa felicità della gente alla tristezza della costretta Marie e all’angoscia di Jean, cioè della vita da cui i due amanti infelici sono esclusi, sarà un pezzo di cinema mostrato e analizzato dai nuovi registi dell’avanguardia sovietica.
Oltre alle meraviglie della sinfonia d’immagini e delle sperimentazioni che causarono un rigetto da parte del pubblico (Coeur fidèle, “film esplosivo”, era per Langlois “come in rilievo”, “gli spettatori venivano fisicamente colti da vertigine” scrive Peter Von Bagh nell’articolo Derrière les silences su Cinegrafie n.14), sono assolutamente da citare le interpretazioni dei “caratteristi” del film dal superbo Van Daele nella parte del cattivo (un Jean Gabin prima di… Jean Gabin…), della fantastica Marie Epstein (sorella e cosceneggiatrice di Jean oltre che attrice) nei panni di una povera ma tenera zoppa che sarà colei che giustizierà Petit Jean e dell’ottima Madeleine Erickson, pettegola perfida e vendicativa donna di porto. Meglio sicuramente dei pur corretti ma troppo monocordi interpreti principali Gina Manès e Léon Mathot (in seguito discreto regista), quest’ultimo malinconico e… basta.
Se la crema di menta CUSENIER un po’ in disparte sul bancone della taverna e l’orologio da muro FRANCK MANN possono dover la loro presenza a pura necessità d’ambientazione, la birra PETIT BOCK che subito appare in primo piano e il cartello pubblicitario AMER PICON dubito non siano vero e proprio product placement all’interno del film che vede anche la presenza di inquadrature di scatole C.SAY (di difficile collocazione) e della società ANONYME ENTREPOT dei magazzini generali al porto.