"Chi dunque guarirà coloro che si ritengono sani?" (Lucio Anneo Seneca)
Inizia con questa frase in esergo il film La seconda ombra in cui, un quarto di secolo dopo Matti da slegare, Silvano Agosti torna ad interessarsi al periodo della critica ai manicomi rievocando la figura di Basaglia, colui che rivoluzionò il mondo della malattia mentale con la legge che porta il suo nome che di fatto ha abolito i manicomi stessi.
Con la collaborazione di un Remo Girone compartecipe e decisamente coinvolto nell'interazione con i veri malati, il regista torna al 1961 quando Basaglia (nel film a parte la dedica iniziale il suo nome non è mai evocato) diventò direttore del manicomio di Gorizia. Qui in una visita precedente all'inizio del suo incarico dove si fa passare per un normale inserviente scopre "un lager, un vero lager dove tutti sono prigionieri malati e anche quelli che li curano". Allora il neodirettore capisce che bisogna cambiare le cose e trattare i malati come persone uguali agli altri, come dice una paziente "noi siamo solo i matti di dentro, di là dal muro ci sono i matti di fuori". Compartecipazione con i degenti trattati come persone "normali", a cui permette di sposarsi e di partorire, di uscire e di vivere in comunità fino all'atto clou del film, grande metafora e atto simbolico, la distruzione del muro che separa l'ospedale dal resto della città.
Un film di cui Agosti vivendo per un periodo con gli ex-pazienti di Gorizia ha sentito l'urgenza e che ha completato in un paio di settimane lasciando che gli stessi "matti" costruissero la sceneggiatura giorno per giorno, rievocando gli orrori subiti ma anche con frasi illuminate come quella piena di tenerezza in cui un uomo si avvicina ad una donna rinchiusa dicendole "se il dottore ti conoscesse come ti conosco io capirebbe che sei guarita".
Si sente che Agosti è coinvolto personalmente nella vicenda e probabilmente non riesce a dare uno sguardo distaccato e più articolato ma ne guadagna in genuinità. Forse qualche enfasi nella colonna sonora di Piovani e nel sentimentalismo di alcuni passaggi potevano essere evitati ma il film ha comunque in sè la forza della sincerità.
Chiusura del film con la benedizione di Bobò il rimpianto collaboratore/attore sordomuto voluto con sè da Pippo Delbono. Il regista teatrale volentieri partecipa con la propria compagnia ad aiutare Agosti, due personalità artistiche che si completano.
Niente product placement a parte una telecamera CANON.