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CINEMA
9 Marzo 2017 - 22:41

IL JUNKIE CON LE ADIDAS AI PIEDI

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Trainspotting - Danny Boyle (GB, 1996)
IL JUNKIE CON LE ADIDAS AI PIEDI

Dopo venti anni rivedo Trainspotting di Boyle/Welsh ricordandone la regia sincopata, i dialoghi a tratti tarantiniani e la scorrettezza di fondo. Ricordavo come scena clou del disgusto (ricercato e voluto costantemente da un Boyle pre-hollywood) il recupero delle pillole nel fetido “peggior gabinetto della Scozia” (scena rimasta nella memoria di chiunque abbia visto il film) ma in realtà, rivedendolo, ve ne sono di più shockanti come la morte del neonato figlio di Sick Boy (Johnny Lee Miller), di più violente in cui è protagonista sempre Begbie, di più disgustose come la merda sparsa sui volti della famiglia della sua ragazza da uno Spud incontinente dopo una sbornia colossale.

Droga, sesso, morte e merda… a questo si riduce la vita dei cinque amici protagonisti del romanzo di Welsh e del film di Boyle che “hanno scelto di non scegliere la vita” come ci dice Renton, voce narrante del film e fondamentalmente elemento su cui si focalizza principalmente la vicenda.

Renton è Ewan McGregor e con i compari è deluso e incapace di guardare al futuro. Insoddisfatto della sua condizione (“è una merda essere scozzesi”) e non in grado di affrontare la vita preferisce scegliere l’eroina che sarà anche meglio del sesso ma ti devasta e distrugge la psiche. Per colpa della droga l’amico Tommy (Kevin McKid) muore di Aids (anzi a causa del fisico indebolito dal virus si prende la toxoplasmosi, una malattia contratta dalle feci di un gatto, sempre nella merda finiscono le vicende dei nostri…), il devastato Spud (la maschera unica di Ewen Bremner) finisce in galera, Begbie (Robert Carlyle che non può mancare in un film scozzese di tal fatta) diventa ricercato per una rapina a mano armata (fatta in modo rocambolesco individualmente da una “mezza tacca” come lui che, violento e macho, affronta le avversità con stupidità e cieca violenza) e lo stesso Renton rischia di morire per overdose.

Il film scorre via tra deliri e degradazioni che il montaggio e le scelte registiche di Boyle (c’è anche un’inquadratura capovolta di lato perché il regista si sente che vuol lasciare il segno) rendono divertenti e adrenaliniche ma viaggiando sempre sulla linea della disperazione e dello shock.

Nel finale Renton sarà l’unico a capire che la loro formazione giovanile sviluppatasi tra dolore, piacere artificiale e illegalità è arrivata al punto di non ritorno a meno che non si trovi il modo di svoltare. E questo modo riesce a trovarlo solamente a prezzo di perdere gli amici dell’adolescenza con un traumatico ma probabilmente necessario tradimento. Tradimento degli amici, occasione di rivincita e salvezza per lui, pronto per scegliere la vita, stavolta, e per avviarsi verso una mediocrità più consueta, quella dell’uomo “normale”.

Le marche contenute nel film come product placement sono numerosissime anche se le più visibili sono quelle di due locali, HAZAD (videonoleggio come nel 1996 ancora ce n’erano…) e JOHN MENZIES. Le altre sono citate o mostrate velocemente, senza particolare enfasi anche se è evidente che Renton è griffato ADIDAS. Tra le citazioni più felici, CHANEL n. 5, COSMOPOLITAN e VALIUM, buona visibilità per la borsa HEAD (che conterrà anche il denaro causa del “tradimento”), per le sigarette CLUB (MS), PEPSI, THUNDERBIRD whisky, salse HP, HARLEY DAVIDSON, GUINNESS e altre.

STEFANO BARBACINI

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