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CINEMA
8 Giugno 2026 - 15:31

Mo(ck)rpheus - Dancing against the beat

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Argento - Antonioni - Greenaway
Mo(ck)rpheus - Dancing against the beat

Tu credi di dire la verità e invece dici soltanto la tua versione della verità. A me accade spesso...”.

Queste sono le parole con cui Argento introduce il tema principale di Profondo Rosso. La ricerca della realtà, lo scavo archeologico in una memoria stratificata in cui la verità (quale verità?) è nascosta fra infiniti ricordi.

Tuttavia, il picco di Argento è la tappa intermedia di questo viaggio.
La prima fermata è nella Londra del 1965 -per quanto il punto di partenza possa essere L’anno scorso a Marienbad di Resnais-, città in cui un fotografo annoiato trova improvvisamente la propria ragione di vita in una scoperta casuale di un mistero e nella ricerca della soluzione.
Blow-Up di Antonioni è quantomeno un film enigmatico, in cui le domande poste superano di gran lunga le risposte date. Eppure, la “soluzione del mistero” ci viene fornita immediatamente. Il film si apre -e chiude- con un campo largo di un prato, sopra il quale sfilano i titoli di testa. Titoli attraverso cui vediamo quella che sembra essere una modella che posa per un gruppo di fotografi. Il tema è già chiarissimo. Qual è la realtà che dobbiamo seguire? E soprattutto, perchè una dovrebbe essere corretta a discapito dell’altra? Blow-Up parla proprio di questo: la questione non è vero o falso, ma l’ambiguo. Thomas (David Hemmings) non fa altro che scandagliare, attraverso i continui zoom delle fotografie, una realtà che ritiene oggettiva in virtù del fatto che sia stata catturata da uno strumento ritenuto oggettivo. Ma cosa succede quando i continui ingrandimenti non fanno altro che creare ulteriori dubbi? Che alla ferrea oggettività su cui Thomas contava subentra un’incertezza soggettiva. La macchina fotografica diventa inutile proprio come l’elica che Thomas compra perchè “è bella”, relegata a mero oggetto da far dondolare mentre vaga nel prato iniziale, il prato che avrebbe dovuto offrire la risposta oggettiva alla domanda oggettiva. Ed è proprio in quel prato che Antonioni ci mostra lo sbocciare di una realtà nuova, una realtà a cui Thomas assiste inizialmente da spettatore esterno per poi scivolarvi dentro e portandoci con lui.
Un gruppo di mimi inizia una partita di tennis immaginaria, senza palla né racchette. Thomas viene lentamente coinvolto in quella che potrebbe essere definita come finzione, fino al momento in cui la palla invisibile esce dal campo. La macchina da presa la segue, poi è il turno di Thomas, il quale dopo averla pesata la rilancia nel campo. Ecco che una realtà ritenibile fittizia diventa concreta davanti ai nostri occhi. Tanto concreta da sentire il suono della palla che rimbalza da una parte all’altra del campo.
Eppure è lo stesso Thomas a fornirci la chiave di lettura di Blow-Up, quando chiede a Jane (Vanessa Redgrave) di ballare “against the beat”... la dissonanza che si viene a creare non fa altro che generare ambiguità.

 

10 anni dopo Dario Argento riprende diversi aspetti del suo film d’esordio L’uccello dalle piume di cristallo, recluta David Hemmings, gli toglie la macchina fotografica -paradossalmente in controtendenza alla precedente trilogia degli animali, in cui la fotografia ha sempre svolto un ruolo cardine- e lo immerge nella tipica città argentiana composta da mix di luoghi facilmente riconoscibili presi da tutta Italia. Profondo Rosso, al netto di una sceneggiatura che ridefinisce il concetto stesso di deus ex machina e di un personaggio (Piero Mazzinghi aka Mario Bardi) chiaramente ispirato all’autista de Il grande sonno, è un capolavoro. E lo è proprio in virtù di come Argento manipoli la realtà fin dai primi minuti. Profondo rosso è costruito su più punti di vista, in particolare attraverso le soggettive di Marc (appunto David Hemmings) e quelle, magnifiche, dell’assassino. Anche quando non usa la soggettiva, Argento attribuisce alla camera movimenti più simili a scivolamenti fra un riparo e l’altro, come se sottintendesse qualcuno che origli continuamente i protagonisti.
Marc, dopo essere stato testimone di un omicidio, inizia “una specie di sfida con la memoria” per trovare l’indizio decisivo e scoprire l’identità del killer. Peccato che l’inseguimento della sua realtà non lo porti ad una soluzione perché parte da un presupposto errato. Marc ha effettivamente visto qualcosa di importante? Assolutamente sì. Il problema è che crede di aver visto un quadro che non è mai esistito, arrivando ad una conclusione finale errata. Soltanto dopo aver ricomposto tutti i pezzi del puzzle e ripercorrendo -letteralmente- la propria memoria troverà la soluzione. Soluzione legata a quello che ritengo essere forse l’oggetto più significativo di Profondo Rosso, ovvero lo specchio. Il gioco di riflessi “riflette” (perdonate lo squallido gioco di parole) lo scherzo, per non dire presa in giro, di cui lo spettatore è continuamente vittima. Dopo 9 minuti Argento offre una falsa soluzione all’enigma con una soggettiva dell’assassino davanti ad uno specchio lercio, per poi farsi perdonare con il geniale ed effettivo riflesso del killer. Giordani (Glauco Mauri) ha l’intuizione decisiva attraverso uno specchio e Marc, dopo essersi specchiato là dove c’era l’assassino, vede il proprio riflesso nel sangue della smascherata Marta (Clara Calamai). A questo va aggiunto il continuo suggerimento che la partner-in-crime di Marc, Gianna (Daria Nicolodi), possa essere l’assassina per via di un comune uso marcato della matita per gli occhi. L’oggettività che su cui si basa Marc è totalmente fallace -così come la nostra- e Argento ci punisce attraverso una continua beffa che si conclude con il più classico dei “te l’avevo detto!”.

 

Considerando quindi Profondo Rosso è un erede di Blow-Up, reputo Il mistero del giardino di Compton House di Peter Greenaway -per rimanere in termini fotografici- una sorta di “negativo”.

Il disegnatore Mr. Neville (Anthony Higgins) viene incaricato da Mrs. Herbert (Janet Suzman) di ritrarre la dimora di Compton House in 12 disegni. Accettato l’incarico e stipulato un vantaggioso contratto, Neville nota -ed inserisce- nelle proprie opere dei dettagli che fanno pensare ad una prematura dipartita di Mr. Herbert (Dave Hill), teoricamente in viaggio verso Southampton.

Se il fotografo di Blow-Up prova ad indagare la realtà frammentando la totalità, il disegnatore de Compton House cerca di unire i frammenti per ricomporre il totale. Greenaway -per sua stessa ammissione influenzato dai lavori di Resnais/Robbe-Grillet e Antonioni- mette in scena un personaggio che fa l’operazione inversa a quella di Thomas, ovvero tenta tragicamente di piegare la realtà alla propria oggettività. Neville ritrae certamente ciò che vede, ma al tempo stesso ritrae quello che vuole vedere. Applica un filtro personale, privilegiando il proprio punto di vista arbitrario ad uno sguardo neutrale. L’errore primordiale di Neville è quello di non sapere, ma è convinto del contrario. Il disegnatore crede di avere la realtà a propria disposizione, ma anche in questo caso è un costrutto puramente soggettivo creato da Neville stesso. Non è un caso che, soltanto alla fine, tronfio e convinto di aver raggiunto il proprio scopo, ammetterà “la mia cultura non è approfondita”. Il percorso intrapreso da Neville ricalca  quello di Icaro. Attraverso il contratto -associabile alle ali del mito greco- Neville crede di poter controllare a proprio piacimento la realtà di Compton House, spingendosi oltre i limiti consentiti. Tuttavia, la realtà presenta il conto finale al disegnatore, il quale paga con la vita la propria arroganza.

Così come prova a controllare, fallendo in continuazione, la realtà, Neville è costantemente manipolato dalle donne -Mrs. Herbert e la figlia Mrs. Talmann (Anne Louise Lambert)- che lui stesso crede di controllare. A tal proposito Greenaway sfrutta in più occasioni la griglia utilizzata dal disegnatore per ritrarre la villa, inserendo fra i riquadri persino lo stesso Neville. Non a caso è proprio Mrs. Talmann a redarguire il pittore, ricordandogli che la conoscenza sia superiore alla vista. Neville è infatti schiavo di una conoscenza superficiale, ma che pretende di abbracciare la totalità appresa attraverso la propria vista. Tuttavia, se la vista di Neville viene a sua volta filtrata da una conoscenza pretestuosa, appare chiaro come il disegnatore viva in un circolo vizioso che non gli permetterà mai di arrivare all’effettiva verità che tanto cerca.

Tre storie, tre outsider che capiscono sulla loro pelle che l’oggettività non esiste e che la realtà è molto più elusiva di una sigaretta che non si riesce mai a fumare (povero Marc…).

Francesco Sosta

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