Dal geniale ma discontinuo Tommy Wirkola (geniale per gli amanti della violenza grottesca e delle situazioni assurde) ci si aspetta sempre divertimento e fantasia di situazioni e bisogna dire che anche nel recente Una notte violenta e silenziosa (2022) queste non mancano. Immaginatevi che Thor sia Babbo Natale (quello vero) con un passato vichingo e un martello da roteare per spaccare crani e rotule, immaginatevi se no un Bruce Willis o un Rambo che si trovano in situazioni tipo Die Hard ma invece di loro l’eroe in questione è il panciuto dispensatore di doni natalizio, goloso di dolci, sboccato ed ubriacone. Se ci riuscite potete immaginarvi buona parte del film di cui qui parliamo. Il nostro Babbo Natale si ritrova in una casa sotto assedio da una banda di criminali capitanata da John Leguizamo alla ricerca di trecento milioni che la ricca padrona di casa (Beverly D’Angelo, ultrasettantenne e passata qualche volta dal chirurgo per aggrapparsi ad un poco della bellezza indubbia dei suoi anni migliori, in riunione famigliare natalizia con i figli, i compagni di questi e i nipoti) nasconde in un caveau sotterraneo della villa. Richiamato dalle grida di pericolo della nipotina, il nostro Babbo Natale decide di agire ed è questa la parte più divertente del film, l’eroe di rosso vestito e la piccola combattono i criminali utilizzando tutto ciò che l’atmosfera natalizia mette a disposizione, stelle dell’albero ficcate negli occhi e poi accese, palle da bowling, bastoni dolci affilati che diventano armi, calze riempite di palle da biliardo, colla, lampadine, elastici, attizzatoi, palle di neve, statue del Presepe, stalattiti di ghiaccio, in un’esplosione di gore misto a scene buffissime. Purtroppo però il ritmo non è uguale per tutta la lunghezza del film, e se i rapporti inaciditi all’interno della famiglia hanno un senso inseriti nella cattiveria del sarcasmo generale, i troppo lunghi spazi dedicati al rapporto tra la bambina e Santa Claus, quelli dedicati alla reunion dei genitori della piccola (eccessivamente patetici) e un ridicolo pippone sulla sua infanzia disastrata da parte di Leguizamo, allungano un brodo che altrimenti potrebbe essere stato ben più saporito. (voto 6-) Il product placement si riduce al brandy Duboicet e ad alcuni scatoloni di Amazon.
FARES FARES è l’attore libanese/svedese che si è messo in mostra nell’ormai lontano 2000 con Jalla! Jalla! e poi come interprete di altre decine di film tra cui La comune di Vintenberg per poi approdare anche a Hollywood con Zero DarK Thirty e nel mondo Star Wars con Rogue One: A Star Wars story. Ora esordisce alla regia con Un giorno e mezzo (lo trovate su Netflix), thriller poi road movie ed infine dramma straziante. La carriera da attore di Fares Fares è stata costellata da ruoli di arabo o immigrato, pertanto da regista non poteva che portare sullo schermo la storia, realmente accaduta, di un immigrato albanese in Svezia. Lasciato dalla moglie e vistosi sottrarre la paternità dell’amata figlioletta lo vediamo all’inizio entrare di prepotenza in un ospedale, estrarre una pistola e prendere in ostaggio la moglie che vi lavora. In tutto ciò viene coinvolto il poliziotto Lukas (Fares) che accompagnerà l’uomo e la moglie (costantemente sotto minaccia dell’arma) verso la casa dei suoceri dove vuole ritrovare la bambina. Lukas cerca di evitare quello che rischia di diventare l’ennesimo caso di femminicidio ma nel lungo viaggio che intraprende con la coppia scoprirà che la ragazza ha avuto un trauma post-parto e ha rischiato di uccidere la bambina e poi è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, che la famiglia di lei è orribile e razzista e che l’uomo è un poveraccio che, non senza colpa neppure lui, ha perso tutto quello che amava. Dietro il dramma umano si scatena la polizia che non molla un attimo la situazione ma che non è in grado di capire la lacerazione della coppia come invece farà Lukas (anche lui in una situazione familiare non facile). Film teso e girato principalmente all’interno di una Volkswagen Touareg che perde un po’ della sua potenza a causa appunto della limitazione dell’ambientazione ma anche di qualche momento eccessivamente patetico. Comunque un film interessante (6+) Oltre la Volkwagen, Samsung è il principale product placement del film.
LANTHIMOS. Prima di vedere l’osannato Povere creature! ora al cinema, recupero del regista, ormai di fama mondiale Yorgos Lanthimos, uno dei suoi primi film greci che ancora non avevo visto, Alps del 2011. Alps è il nome che “Monte Bianco” ha dato alla struttura da lui creata per proporsi a parenti di defunti per sostituire la persona dipartita, recitando insieme a loro i ricordi di lui o di lei, ed aiutare così ad elaborare il lutto. Principalmente il film segue una delle componenti di questa organizzazione, l’infermiera Anna, che contemporaneamente “recita” la parte della figlia di un anziano padre rimasto solo, quella della figlia appassionata di tennis di una coppia che ha appena subito la dipartita della loro giovane ragazza, quella della fidanzata scomparsa di un uomo di mezza età, quella dell’amica di un’anziana cieca anche amante del defunto marito. Questa partecipazione alle vite di altre persone la porta ad empatizzare a tal punto di immedesimarsi e cominciare a mischiare le parti facendole diventare praticamente la sua vita. Così infrange le regole della società (che vuole competenza ed affidabilità) perché comincia a far sesso con i fidanzati dei defunti, a picchiare la compagna del finto padre per gelosia, a raccontare bugie a Monte Bianco fino a che non viene cacciata dalla società. Un film che svolge la sua trama piano piano facendoci scivolare nella psicologia della protagonista (Angeliki Papoulia, una delle attrici più intense del cinema greco e presente in parecchi film della nuova generazione di registi di quella nazione) quasi inconsapevolmente e contemporaneamente osservare il dolore delle famiglie ritratte e il loro bisogno di ricreare il passato e anche i rapporti intensi tra Anna, Monte Bianco e gli altri componenti della società tra cui una ballerina frustrata con tendenze suicide (Ariane Labed, già protagonista di una delle due scatenate ragazze di un altro film greco, Attenberg, con cui ha vinto la Coppa Volpi di miglior attrice a Venezia). (Voto 6,5) Citazione per la brand di moda Gianfranco Ferré e un’inquadratura dedicata all’Hotel Bill, hotel ad ore in cui, come dice una recensione, tutta Atene è passata, spero si sia capito per quale scopo! Buon Hotel comodo vicino ad Atene per finalità utili per gli “allenamenti sportivi”!. Product placement?
ROMANIA. Per chi ancora non ha incontrato da spettatore il minimalismo romeno tipico della nuova generazione di cineasti di questa nazione, può trovarne un discreto esempio su Netflix con il film Marita del 2017, esordio alla regia di Cristi Iftime. Un viaggio tra padre e figlio sulla Dacia bianca del primo, residuo di un passato che il padre non riesce a non rievocare continuamente. L’auto sbrindellata e acciaccata come il proprietario è anche la Marita del titolo. Il padre non tace praticamente mai, rammenta il suo passato da sedicente seduttore, non pare particolarmente pentito degli errori che lo hanno portato al divorzio con la madre dei suoi tre figli, ricorda la sua vita soddisfacente di collezionista di francobolli, insegnante e festaiolo. I due raggiungono (sono le feste natalizie) la casa della ex moglie dove si ritrovano per qualche ora (il tempo di una cena e una nottata molto alcolica) con il resto della famiglia (la madre, gli altri due figli, la nuora, il nipotino). Non si interrompe nemmeno qui il fiume di parole del vecchio con racconti di aneddoti ed episodi della sua vita. Non vi sono tensioni, discussioni, acrimonie. Ormai “quel che è fatto è fatto” e il resto sono ricordi più o meno amari. Ma soprattutto amaro è il passare del tempo e il suo implacabile giudizio. Il film è tutto qui, Iftime asseconda il protagonista e i suoi famigliari comprimari con lenti piani sequenza ed inquadrature fisse. (Voto 6). Oltre alla Dacia, solo una citazione per le sigarette Winston.