The Alice Paradox presentato al Trieste Science Fiction Festival 2026 fa parte di quelle opere fantascientifiche che si occupano di viaggi nel tempo e mondi paralleli. Il regista britannico William Brooke è principalmente, e ci tiene a specificarlo dal palco del Teatro Rossetti prima della proiezione del film, un fisico quantistico e pertanto mette conoscenze e passione nel campo per costruire la struttura narrativa. Una scienziata ambiziosa vuole continuare ricerche “proibite” su possibili viaggi del tempo sfruttando un wormhole che, con un collega, ha individuato. Per sperimentare le sue ricerche decide di diventare lei la cavia passando dalla porta spazio temporale e ritrovandosi in un altro mondo, uguale e diverso allo stesso tempo. Tutta la sovrastruttura fantascientifica scopriamo però essere un enorme McGuffin per condurci a ciò che invece ci vuol dire questo lungometraggio, e cioè mostrare il confronto tra diverse concezioni della vita. Da una parte persone individualiste che vedono nella scienza solo un tramite per diventare famosi personalmente in un mondo capitalista ed edonista, dall’altra scienziati interessati principalmente al progresso e allo studio al fine del miglioramento comune in una società collettivista. Il regista evita di far diventare il film “politico” (evidenti le somiglianze tra mondo occidentale capitalista e quello socialista ed in entrambi gli scienziati sono controllati ed in entrambi trovano, per motivi diversi, impedimenti nel portare avanti i loro esperimenti) ma si concentra sulla diversa modalità di concepire il proprio modo di vita. L’arrivismo e il riconoscimento personale che portano all’aridità di sentimenti e all’annullamento del piacere, viene contrapposto ad un’esistenza votata alla conoscenza e che lascia spazio all’altruismo e all’amore, all’affetto tra le persone. Interessante. (voto 6,5) Sigarette Everest e una pubblicità della Secom su di un palazzo nel product placement del film.
Il regista tedesco Lukas Rinker è quello che nel 2022 ci ha dato il pazzo Holy shit!, film low budget e con tante idee fuori di testa, in cui un ingegnere restava incastrato dentro ad un bagno chimico in mezzo al residuo delle defecazioni. Quest’anno lo rivediamo all’opera grazie al Trieste Science Fiction Festival 2026 con la sua nuova opera Frostbite, che ha già trovato una distribuzione italiana, uscirà con il titolo Nella morsa del ghiaccio. Se da un certo punto di vista i due film hanno una concezione simile essendo ambientati dentro ad un luogo piccolo e chiuso con una costrizione dei protagonisti a restarvi (qui il bagno chimico è sostituito dalla cabina di una bidonvia, la cacca dalla neve e l’ingegnere da una famiglia con padre e madre divorziati che si ritrovano in bilico su una montagna a rischio di cadere nel nulla assieme alla figlia), in realtà la differenza tra i due è abissale. Se il primo era il tipico esempio di cinema cazzaro, divertente e irriverente, questo è un catastrofico “intimista” che non ci concede la pur minima punta di originalità. Film per brividi annacquati da vedere in famiglia, mainstream studiato per il pubblico con tutti i difetti dei prodotti di questo tipo. Peccato. (voto 5) Macchina fotografica Canon e un orologio Casio nel product placement. Ad un certo punto si vede anche l’app AVA track.
La sindrome della donna che visse due volte sembra aver infettato il concorso del Trieste Science Fiction Film festival, infatti sono molti i film che vedono le protagoniste messe faccia a faccia con sé stesse, vuoi che si abbia a che fare con mondi paralleli (Imposters, Alice Paradox, Another) oppure con robot talmente perfetti da sembrare reali, ed è questo il caso di DreamQuil in cui una donna in carriera del futuro, Carol, si sente insoddisfatta in casa a svolgere attività quotidiane come riassettare, dare affetto al marito, stare con il figlio e sogna una vita migliore. Quando viene a sapere da un’amica che esiste un progetto, DreamQuil, che permette di trovare la tranquillità psicologica, si assenta per qualche giorno da casa per andare a sperimentarlo. Nel frattempo viene sostituita da un robot del tutto uguale a lei ma, in compenso, molto più sexy e affettuosa con il bambino, tanto che figlio e marito la preferiscono alla Carol originale… Il film rinnova i temi del seminale La fabbrica delle mogli (1975) (ma in un episodio della magnifica serie distopica Black Mirror ve ne era già un aggiornamento) e lo fa in maniera gradevole, seppur scontata, soprattutto perché l’esordiente regista Alex Prager, fotografa di fama mondiale, dà al film un aspetto retrò, anni ’50, creando un contrasto tra passato e futuristico interessante. (voto 6-) Nel product placement troviamo le sigarette Bilson, il Martini aperitivo preferito dell’amica di Carol e una strana droga chiamata… Tesla!
In un festival, ovvero l’edizione 2026 del Trieste Science Fiction, in cui molte (forse troppe) sono le rielaborazioni di trame fantascientifiche già state utilizzate in questo genere di film (ciò non significa necessariamente che i film siano brutti), spiccano quelli che escono un po’ dai solchi già segnati come Mum, I’m an alien pregnant per la sua demenzialità intelligente, You are the film per il suo divertente gioco metanarrativo (anche se Ueda ormai sta diventando genere a sé stante replicandosi da solo), Species/Sanguine per il suo misto di bulimia e body horror e questo Saligia del serbo Petar Ristovski. In un futuro prossimo, sette persone si ritrovano, senza un’apparente spiegazione, in un “aldilà” che sembra un limbo in cui si incontrano strane piante che diventano esseri umani, in cui ci si uccide ma poi si resuscita subito come se niente fosse e dove si trovano strani numeri e strane pietre con simboli e lettere… Il film unisce il cinema con la ricerca teatrale, tra teatro greco e teatro sperimentale anni ’70, mischiando misticismo, ecologismo e pessimismo brechtiano, bacchettando i vizi degli uomini, vero “virus infestante per il mondo”. (voto 7) Tabak e Mercedes. Nel product placement del film vi poteva stare anche un bourbon che però non mi risulta esistente.
Il regista italiano Michele Fiascaris, finora autore di cortometraggi e finalmente passato alla regia di un lungo in terra inglese, è stato invitato al Trieste Science Fiction Festival 2026 a presentare The raincatcher, un neonoir (come lo ha definito lo stesso regista) che di fantascientifico ha poco (si capisce che siamo nel futuro perché esiste una moneta mai sentita e poco altro) ma che è decisamente ben girato e accattivante, seppur arrivi in definitiva a soluzioni già sfruttate. Interessante il protagonista, un “paparazzo” che con le sue fotografie spia la gente comune passando per un vero e proprio voyeur, interessante la coprotagonista, un’insegnante di nuoto che con l’uomo inizia un rapporto anticonvenzionale, interessante la di lui nemesi, una donna che diventa stalker del fotografo utilizzando le sue stesse armi, interessante l’intrigo che prende per quel tanto di mistero che ci mostra. Teso e ingarbugliato ma ben tenuto in mano dal regista. (voto 6,5) Canon, strumento di lavoro del protagonista, è il product placement principale, ma vediamo anche BMW, un orologio Lifemax e la richiesta di una Coca Cola.