Finalmente, nel 1972 arriviamo al primo vero film di Polselli girato con la libertà e la follia visionaria che lo caratterizzerà in seguito. La verità secondo Satana ha fondamentalmente una trama che potrebbe appartenere a tanti altri “gialli” all’italiana del periodo (tutti figliastri de I diabolici di Clouzot): un uomo si suicida perché accusa la propria amante di trattarlo con freddezza e di mancanza d’amore. La chiama a casa e si accoltella davanti a lei per farla incolpare di omicidio. La donna, Diana, ne nasconde il corpo in una cassapanca non sapendo bene cosa fare per paura di essere accusata. Nel frattempo da una finestra un “testimone” si paventa e si fa accogliere in casa minacciandola. In realtà è una specie di buffone, di giullare impertinente che stuzzica e contribuisce a far impazzire la donna la cui mente le fa vedere il cadavere sparire, riapparire vivo, poi morto in una vasca da bagno, poi nuovamente nella cassapanca… dietro a ciò vi è, in realtà, un gioco crudele che porta ad un finale tragico. Questa trama però viene stravolta da Polselli con un montaggio delirante (potremmo citare quelli storici di Ejzenstein o Resnais se non rischiassimo di essere impertinenti…) che inserisce immagini d’archivio di guerra e di proteste operaie, flashback con primi piani su sfondi colorati tipo pop-art, danze tra il sabbatico e il freelove a tempo di beat, passaggi sadomaso, scene oniriche e batailliane, immagini cristologiche. Il film si innesta nella scia di quel tipo di cinema inclassificabile che tra il pre e il post sessantotto ha visto tra i suoi esponenti gente come Ray Dennis Steckler, Romano Scavolini, Alberto Cavallone e altri sperimentatori controculturali. Protagonista è una Rita Calderoni quasi sempre nuda e che non si risparmia lasciandosi cospargere di fegato crudo mangiato e leccato sul suo corpo da un grosso cane nero, facendosi frustare, docciare nuda in una vasca, mimando un blowjob con un grissino e accennando scene lesbiche con la bella colored Marie-Paul Bastin. Pare anche che ci sia una scena di orgasmo non simulato, almeno da quello che racconta lo stesso Polselli ma che non è contenuta nella versione da me visionata (il film non è facilmente rintracciabile). “Polselli sostiene che fosse un hard, con scene inserite per l’estero” scrive il Giusti nel suo Stracult. Figlio di una produzione trafficata, il film è disordinato e confusionario ma questo diventa quasi un pregio. “Ho girato questo film in una doppia, tripla versione, e è stato rilasciato quattro o cinque volte, ogni volta con aggiunta di nuovo girato.” (*). (Voto 6+) Non sembra esserci product placement anche se su una mensola si vede una fila di bottiglie alcoliche tra cui Rosso Antico, Martini, Stock 84…
“Un delirio pop che sconfina sovente nel trash ma che conserva un fascino visivo a tratti straordinario” scrive il Davinotti sul suo sito https://www.davinotti.com/film/delirio-caldo/1053 e come sempre è puntuale nel sintetizzare sul cinema di genere italiano senza eccessive ed inutili elucubrazioni. Delirio caldo (1972/73) è un altro giallo, di impronta più argentiana con gusto baviano, con una trama farraginosa (e non particolarmente ben congeniata dato che uno spettatore sgamato capisce chi è l’assassino dopo venti minuti di film) ma impreziosito da una musica jazz travolgente (che fa pensare al miglior Jess Franco) e a trovate visionarie che continuano la strada intrapresa con La verità secondo Satana. Qui non è tanto il montaggio quanto proprio la costruzione di alcune scene (l’omicidio di Miss Heindrich/Katia Cardinali con quelle luci accecanti, la tortura di Cristina Perrier vista attraverso buchi di un muro con effetto stroboscopico, i deliri pop degli incubi di Rita Calderoni tra sadomaso e lesbismo…) che fa capire le capacità visive di Polselli, certo migliori di quelle da sceneggiatore e narratore. Infatti, di fianco a questi lampi immaginifici, lo spettatore è costretto a sorbirsi un’indagine da parte di un paio di poliziotti mal costruita e un intreccio scarsamente accattivante. Se inizia bene con un Mickey Hargitay serial killer e marito impotente che uccide una ragazza per poi rivelarsi essere un medico collaboratore della polizia, poi fatica ad avanzare quando i sospetti cadono su Tano Cimarosa, un personaggio che è simile a quello del “giullare” del film precedente, figure che dovrebbero essere ironiche ma sono a tratti solo insopportabili. Ma non vi è solo Hargitay assassino che non riesce a trattenersi davanti a belle e giovani gambe, ve ne è anche un altro che confonde le acque… Più interessante la parte dei rapporti famigliari del personaggio di Hargitay che ha una moglie a lui devota fino a ripetergli a più riprese che può far di lei ciò che vuole e che scivola nella follia piano piano (sempre Rita Calderoni qui chiamata a “recitare” di più che non nel precedente) e una di lei cugina dalle tendenze chiaramente lesbiche. Tra i tre si crea un rapporto pieno di ambiguità e tensioni sessuali (lui è impotente ma a lei va bene così e l’altra vorrebbe farsi la cugina…), meno “intellettualistico” del rapporto tra gli amanti di La verità secondo Satana e anche meno controllato dalla scrittura di Polselli. (voto 6) Non mi sembra che neppure in questo ci siano chiari product placement ma una Ford in primo piano potrebbe esserlo.
Nel 1973 esce lo “scult” Riti, magie nere e segrete orge nel Trecento un film conosciuto anche in seguito più per il titolo che non perché sia stato visto da molti. Ne uscì a suo tempo, nella serie di videocassette da edicola Collector’s edition per i tipi di Nocturno, una versione integrale con tutti i nudi e le efferatezze sataniche al loro posto. Ma tornando al titolo, tra quelli in lingua inglese non meglio fu The ghastly orgies of count Dracula, altrettanto allettante-trash, mentre il più “sensato” è il misurato The resurrection di Isabel. E’ un film la cui trama è totalmente assurda, confusa nel suo miscuglio di diverse suggestioni da altri film gotici. “L’idea dietro questo film è fare un discorso sulle superstizioni popolari” (*). Inizia con il tipico rogo di una strega, Isabel (ancora Rita Calderoni,) e poi con la sua definitiva morte tramite paletto appuntito, con il cadavere in qualche modo tenuto crocifisso, con un purulento buco in mezzo al petto, per secoli… Fino a quando, centinaia d’anni dopo, Jack Nelson (Mickey Hargitay) non acquista il castello dove il fatto è avvenuto e qui riunisce una combriccola di amici e parenti che non sono altro che discendenti (o reincarnazioni, è difficile dare una logica al tutto) degli stessi carnefici di Isabel. Tra questi anche Laura (sempre la Calderoni), copia sputata della “strega”. Nel sotterraneo del castello agisce una setta di stregoni-vampiri (!) che uccide belle ragazze (tutte rigorosamente denudate prima di essere “succhiate” e deprivate del cuore) in un rito che dovrebbe portare alla resurrezione di Isabel… insomma un casino con elementi tipici del gotico (il castello, le segrete, il nobile vampiresco, il servo deforme, subdolo e ridanciano, una sepolta viva) ed altri di commedia (su tutte una sorprendente Stefania Fasso nel ruolo di una svalvolata ragazza dark-hippie e fuori di testa, un’attrice che dopo i tre film con Polselli non si sa che fine abbia fatto). Si salvano solo alcune trovate registiche tra montaggi psichedelici, zoomate su nudità horror alla Jess Franco ed uso del colore pop alla Bava. “Anche se travestito da Decamerone, è in realtà un film di vampiri dai forti accenti erotici (…) Grandi scene gore e pecorecce più o meno dosate insieme.” (voto 5,5) (Giusti sul suo Stracult, Sperling&Kupfer).
In quanto a titoli particolari anche il successivo Rivelazioni di uno psichiatra sul mondo perverso del sesso sempre del 1973 almeno rispecchia con precisione cosa succede nel film. Tra il mondo movie e il falso film d’inchiesta Polselli maschera così un exploitation erotico addirittura esplicito con scene hard aggiunte nella riedizione del 1979 come ci raccontano gli amici di Nocturno negli extra del DVD da loro editato anni orsono. Polselli nei suoi commenti sono si capisce bene se crede veramente a quello che racconta o se ci prende un po’ in giro quando afferma: “RIVELAZIONI è un film su anomalie sessuali (…) Ho avuto l’idea per il film leggendo le notizie sui quotidiani, che sono pieni di reportage sulle disgrazie delle persone povere, vittime di ignoranza riguardo il sesso (…). L’intenzione del mio film è didattica: mostrando persone con perversioni sessuali, spero di aver attivato in qualcuno la volontà di venire allo scoperto…”(*) L’inchiesta e le considerazioni sulle perversioni (sadismo, masochismo, omosessualità, zoofilia, feticismo, gigantismo del pene, necrofilia…) vengono portate avanti da uno psichiatra e da suoi studenti (alcuni dei quali resteranno invischiati nella deriva sessuale) nonostante proprio lo stesso Polselli dichiari che: “Io penso che gli psichiatri siano completamente inutili (…) L’intervento degli psichiatri è inutile, perché spesso gli stessi psichiatri sono persone sessualmente frustrate”(*) Praticamente un film a episodi che mette insieme varie scene erotiche tra il comico e il porno esplorando anche il mondo della prostituzione sia trans che femminile. Al proposito, sempre nei commenti citati, Polselli fa un’affermazione piuttosto criticabile: “E riguardo le perversioni, non ditemi la cazzata che le prostitute fanno questo per vivere! No, una diventa puttana perché ama farlo.” (*) Insomma tante parola attorno ad un film che alle strette è rappresentazione al fine esibizionistico di sesso che era lo stesso fine dei docu-shock che apparteneva alla moda voyeuristica dei mondo movies fino al porno che in quegli anni stava esplodendo. “Poco noto supercult erotico parascientifico diretto da un maestro del sexy-horror di serie Z.” (Giusti). (voto 5-) Tra una scena hard e l’altra c’è anche spazio per il product placement dei panettoni Perugina e per il Johnnie Walker.
Con il film successivo Polselli torna al giallo. Siamo nel 1974 (tengo a precisare che sto seguendo la filmografia come è su imdb perché non tutte le fonti danno gli stessi anni di produzione, probabilmente vi fu un po’ di confusione tra il 1972 e il 1974 con la distribuzione dei film e quindi si confonde quando sono stati girati e quando sono stati distribuiti i cinque film più tipici dello stile di Polselli) e il regista gira Mania l’ennesima storia tipica del giallo all’italiana in cui si cerca di far impazzire la donna protagonista facendola passare per visionaria. Come ne La verità secondo Satana la protagonista (Lisa interpretata da Eva Spadaro che ci risulta sia l’unico film a cui abbia preso parte, interpretazione basata su urla continue e poca recitazione…) è in qualche modo colpevole dell’omicidio del marito, uno scienziato pazzo che, scoperta la tresca della moglie con il fratello gemello, viene lasciato morire in un incendio del suo laboratorio. La storia del tradimento e della morte del marito viene raccontata all’inizio in flashback mentre Lisa, assieme al nuovo uomo della sua vita Lailo (Isarco Ravaioli al terzo dei quattro film interpretati per Polselli), sta guidano un’auto sportiva ed è già in preda a scompensi mentali, anche perché viene continuamente bloccata e sorpassata da un’altra auto… senza conducente! E’ questo probabilmente il momento migliore del film (una specie di Duel de noantri) con l’introduzione della voice over che parla di inconscio, confini della realtà, follia visionaria. Ormai con la psiche a pezzi per i sensi di colpa e la paura che il marito sia ancora vivo e riesca ad influire sulla sua vita, si reca con Lailo e la governante Katia (Ivana Giordan anche lei con poche apparizione nel cinema italiano anche se probabilmente lo avrebbe meritato di più se non altro per la presenza scenica e il fisico erotico) verso la villa dove tutto è successo per dimostrare alla donna che il marito è tutt’ora ben sepolto nella sua tomba (e in effetti un cadavere pieno di vermi purulenti si trova nella bara). Ma voi sapete che se vi sono due gemelli… Nella villa si trovano il gemello dello scienziato su una sedia a rotelle con mani e volto bruciati nell’incendio (era andato per aiutare il fratello) e un’inserviente sordo muta (Mirella Rossi, già vista in Rivelazioni… e decisamente la più interessante delle tre interpreti nel suo rapporto masochistico con i due uomini della villa). E come terzo incomodo il “fantasma” del morto che sembra vedere solo lei e che fa paurose apparizioni… Polselli fa quel che può con un budget decisamente risicato (che si risente in alcune scene spoglie e “buttate su” neanche fosse Ed Wood), ma non rinuncia a lampi visionari, ad effetti truculenti e al suo tipico montaggio ipnotico per evidenziare la mente ormai completamente a rotoli di Lisa. (voto 5,5) A parte la presenza di una Mercedes non vi è product placement.
(*) Articolo di Massimo F. Lavagnini su Renato Polselli con commenti ai suoi film del regista stesso su Draculina n.30 del 1997.