Trascurabilissima la commedia successiva a Avventura al Motel, ovvero Le sette vipere (Il marito latino) (1964) che mette in forma comica una battaglia dei sessi tra carte legali, leggi differenti sui matrimoni dei vari paesi (è ambientato tra Argentina e Italia e viene coinvolta anche la legge messicana), avidità (femminile) per appropriarsi dei soldi del marito. Voluto da un rancoroso produttore che ha deciso di mettere su schermo le sue problematiche personali, è definito proprio da Polselli come “un film decisamente misogino, perché in quegli anni in Argentina sembra che alle donne sposate piacesse l’idea di separarsi dai mariti prendendosi i loro soldi” (*) e il titolo, che deriva da un proverbio indiano, conferma l’ostilità contro le donne “ogni donna ha dentro di sé sette vipere, se tu ne uccidi una questa si moltiplica dando vita ad altre sette vipere”. La trama del film è a dir poco confusa e poco divertente fino a quando nel finale arrivano gli avvocati Ingrassia e Franchi (proprio loro due) a cercare di dirimere le questioni ingarbugliandole ulteriormente, in una breve sequenza che vivacizza un poco la parte di commedia. Per il resto a Polselli interessa più che altro mettere in risalto le bellezze di Gloria Paul e Lisa Gastoni nonché di altre belle ragazze argentine presentate in intimi, minigonne e due pezzi. E’ una vera e propria commedia erotica di quelle che arriveranno negli anni ’70 a cui mancano solo i nudi. (voto 5) Cinzano e altri liquori (le cui etichette si vedono male nella brutta copia del film che si trova su Youtube) product placement del film.
Altro film da vedere solo se proprio si vuol dire di aver visto tutto ciò che ha girato il nostro, perché lo spaghetti western Lo sceriffo che non spara (1965) non ha praticamente nessun motivo di interesse, a cominciare dalla trama piuttosto insensata (uno sceriffo uccide per sbaglio durante una sparatoria il proprio padre e giura a se stesso di non usare più la pistola, nonostante ciò accetterà un altro incarico da sceriffo per sgominare una banda di rapinatori con a capo il proprio fratello e lo fa usando solo i pugni e assoldando tre sbandati come vicesceriffo…) che vorrebbe in qualche modo prendere spunto dall’americano La pistola sepolta ma senza Glenn Ford e il carico psicologico di quel film sostituiti dal monocorde Marco Mariani (già presente in altri dei primi film di Polselli) e da un andamento tra la scazzottata cazzara e le cavalcate per paesaggi laziali che scimmiottano quelli statunitensi (girato con pochi soldi nei dintorni romani). Se proprio vogliamo cogliere qualche curiosità, citiamo la prima collaborazione con l’attore-culturista Mike Hargitay, più noto per aver sposato la maggiorata hollywoodiana Jayne Mansfield, e la contrapposizione di due personaggi di donne-vipere, che in qualche modo si collegano al film precedente di Polselli, ovvero la compagna e la figlia di un banchiere disonesto che cercano di impossessarsi, più che dell’affetto, dei soldi di quest’ultimo; una delle due attrici è Aiché Nanà, attrice e ballerina turca famosa per lo striptease in un locale romano negli anni ’50 che fece scandalo e ispirò una delle più famigerate scene de La dolce vita di Fellini. “Io sono l’unico regista di questo film, che ufficialmente è passò come diretto da José Luis Montero. La verità è che era una coproduzione spagnola e avevano bisogno di un “fake” co-director” racconta (*), Polselli. Infatti in Il était une fois… le western européen (Jean-Franços Giré, Dreamland ed.), guida fondamentale sul cinema western delle nostre parti, viene citato con il titolo spagnolo El sheriff no dispara e risulta inedito e come diretto da Montero (anzi Monter…) e, a parte le generalità, non riporta altri commenti sul film. Recuperabile su Youtube. (voto 5)
“Un Polselli sconosciuto, pure con un buon cast. Esisterà per davvero?” questo si domanda il Giusti sul suo Stracult che, essendo aggiornato al 1999, non poteva sapere che adesso, nel 2026, il film Mondo pazzo… gente matta! (1966) si trova tranquillamente su Youtube e, quindi, purtroppo esiste davvero… Una robetta che vorrebbe cavalcare l’onda dei musicarelli sugli “urlatori” con la contrapposizione della vecchia musica (qui si punta in alto perché si sbeffeggiano Bach e Beethoven…) a quella nuova dei giovani, ma in realtà diventa una specie di comico-cabarettistico in cui le pessime e triviali gag (spesso ai livelli dei peggiori pierini…, c’è anche Franco Latini che anticipa le performance di Bombolo) sono accelerate tipo cinema muto credendo di renderle divertenti… Trama (?): alcuni studenti del conservatorio decidono di fregarsene della musica classica per lanciare la loro band a ritmo di break, musica che loro battezzano jazz ma che in verità è un beat-yeyé. Per questo entrano in contrasto con le loro fidanzate che li vedevano come futuri musicisti “seri” e il filmetto si trasforma in una parodia dei rapporti tra i sessi (ottimo modo per poter mostrare le, magnifiche bisogna dire, gambe di Thea Fleming e Franca Polesello in vesti da camera). Resta un minimo potabile solo la parte finale in cui si canta e si balla in una serie di “clip” con la musica dei I Romans, peccato che il 90% delle volte viene ripetuta sempre la stessa canzone, Break, break, break scritta dallo stesso Polselli… Non si capisce bene come sia finita nel film Silvana Pampanini (forse per rivaleggiare su chi ha le gambe più belle con le più giovani colleghe?) e insieme a lei troviamo Alberto Bonucci forse nel punto più basso della sua carriera di caratterista… Polselli si permette anche qualche momento metacinematografico, prima inscenando un duello “matrimoniale” tra Pampanini e Latini in un villaggio western con abiti da pistoleri interrotto dai due che si dicono “ma abbiamo sbagliato tipo di film, andiamocene prima che gli spettatori se ne accorgano” e poi, nel finale, quando viene inscenata la fine delle riprese con gli interpreti dei personaggi che ritornano ad essere se stessi e interagiscono con la troupe del film. (voto 5) Product placement per Martini.
(*) Articolo di Massimo F. Lavagnini su Renato Polselli con commenti ai suoi film del regista stesso su Draculina n.30 del 1997.