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CINEMA
7 Aprile 2024 - 09:45

DIARIO VISIVO (Ingmar Bergman 3)

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Monica e il desiderio (Ingmar Bergman, Svezia, 1953)
DIARIO VISIVO (Ingmar Bergman 3)

“Sono cresciuto con il cinema muto e, sembra banale a dirsi, ma il muto stava per diventare un’arte, perché l’arte cinematografica faceva vedere la più straordinaria scena di teatro: il volto umano”. (Conversazione con Ingmar Bergman con Oliver Assayas e Stig Bjorkman, Lindau edizioni, Traduzione di Daniela Giuffrida). Una risoluzione artistica che Bergman ha sempre cercato di seguire anche nei suoi primi film e che ha trovato alla perfezione, per la prima volta, nel volto di Harriet Andersson (“una delle più grandi attrici mai esistite” id.), l’attrice protagonista di Monica e il desiderio (1953). Il suo volto che splende sull’isola dove con l’amato Harry passa un’estate radiosa nella natura selvaggia alla ricerca della libertà assoluta. Il suo corpo nudo desiderato e rimpianto a fine film (nonché censurato in Italia) da Harry quando lei se ne va dopo averci guardato dritti negli occhi come a dire: ma che devo fare sta vita? Senza piaceri con una bambina da accudire che piange tutto il giorno? Da diventare matti.

L’avventura amorosa di Monica e Harry perfeziona quella di Un’estate d’amore e crea un’eroina del tutto moderna e devastante per come era concepita la donna allora; sì perché Monica è una ragazza qualunque, nata in povertà, lavoratrice al mercato. Una ragazza alla ricerca di qualcosa d’altro nella vita e per questo non in grado di prendersi responsabilità. E’ diversa dalle simili eroine degli anni ’20, anch’esse capaci di far soffrire gli uomini, ma queste erano tutte femme fatale, prostitute o profittatrici. Invece a guidare Monica è l’insofferenza di vedere che “alcuni hanno i soldi e se la spassano tutto il giorno e noi non abbiamo niente”. Il povero bravo ragazzo Harry è massacrato psicologicamente da questa Bovary moderna come lo era il povero mediocre medico marito di Madame.

Ancora dalla Conversazione con Assayas. “La macchina da presa si innamora di quella ragazza. Lei ha una storia d’amore con la macchina da presa. La macchina da presa la stimola e lei se ne sente estremamente stimolata. Una relazione molto strana…”. Bergman dichiarò che Monica e il desiderio in realtà fu girato come un gioco e costò pochissimo ma evidentemente, per arrivare ad essere considerato il suo primo vero capolavoro (da molti ma… adesso, allora fu praticamente ignorato) e un film che sta alla modernità come Nascita di una nazione sta al cinema classico (Godard), ha trovato una felice sintesi tra l’ormai consolidata capacità registica di Bergman, la fotografia evocativa di Fischer e appunto la performance assoluta di Harriet Andersson. Per Bergman fu la summa del suo primo periodo artistico infatti riuscì ad unire una prima parte (i due giovani si incontrano e decidono di lasciare il loro posto di lavoro per fuggire insieme) “neorealistica” (la critica ha parlato spesso di neorealismo per i suoi primi film ma a mio parere solo qui riesce a cogliere la poetica rosselliniana), una parte centrale assolutamente debitrice dal suo grande amore per il cinema muto di Griffith e Epstein (dove i due passano un’estate d’amore in piena libertà nello splendore della natura) e una parte finale che anticipa il Bergman antiborghese e analista del rapporto tra donna e uomini, quello che guardava alle imposizioni della società e alla voglia di sfuggirne (i due tornano nella loro città dove Monica non riesce ad adeguarsi alle responsabilità di madre e ad una vita di sacrificio e abbandona marito e figlia).

 “Film straziante, che nonostante la semplicità, sconfina nel sublime, raccoglie consensi. (…) Da un lato, non si può non vedere nell’’irriducibilità’ assoluta di Monica il modo in cui Bergman recita la parte dell’antagonista, l’inesorabilità del desiderio di fronte al conformismo sociale. Dall’altro, come non considerare la scelta finale di Monica come una pura abiezione morale, che neppure l’elogio di una libertà che non esita a mettere a morte quella altrui può giustificare?” scrive Jacques Mandelbaum nel volumetto Maestri del cinema dedicato a Ingmar Bergman edito dai Cahiers du Cinema. Ma si possono conciliare realmente libertà dalle regole della società e sopravvivenza di coppia all’interno di una società così come l’abbiamo creata? (voto 7,5)

Una Volvo si intravvede nel film e una rivista Vecko è sfogliata da Monica. Product placement?

STEFANO BARBACINI

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