Insolito poliziesco italiano, insolito per la coproduzione turca che divide il cast in due tra attori italiani (o adottati dal cinema italiano) e turchi, a Istanbul. Il film è Bersaglio altezza uomo (1978) di Guido Zurli, girato con pochi soldi e non molte idee. Un agente dell’Interpol (Luc Merenda) viene chiamato in loco per sventare un traffico di droga. Il nostro recupera un carico enorme di eroina e poi si getta sulle tracce dei capi. Questi, che si sentono braccati, assoldano un campione di tiro al bersaglio (la star turca Kadir Inanir) come killer per eliminare Merenda. Il nostro però non ha nessuna intenzione di diventare un assassino. Per questo gli uccidono la madre, sequestrano il figlio e violentano la moglie (Pamela Villoresi). Inanir tiene duro e si allea, in maniera tenuta celata, con Merenda per vendicarsi e salvare figlio e moglie. Nonostante tutto la vicenda si lascia seguire bene, c’è qualche nudo (più che altro di Paola Senatore) e c’è anche Gabriella Giorgelli che interpreta una poliziotta che aiuta Merenda. “Penultimo, terribile film di Zurli” è il lapidario giudizio di Marco Giusti, di solito più generoso con questi “scult” di genere, nel suo Stracult. (voto 5+) Quando vengono scaricati scatoloni in cui è nascosta la droga uno di questi è di J&B (una bottiglia poi viene anche bevuta al bar), solito product placement dei film di genere anche in trasferta. Cambiano le auto che nei polizieschi italiani sono solitamente Fiat, qui BMW. Poi Sony, una pubblicità della birra Tuborg e un grosso pannello di Coca Cola.
“Molto divertente. Kendall-Harris diventano una reale coppia alla Hill-Spencer in giro per il mondo. C’è di mezzo una formula, uno scienziato pazzo che vuole dominare il mondo. Carino” così scrive del film Marco Giusti su Stracult. De gustibus… A me, dopo l’ennesimo tentativo di omicidio dei due (mezzo film è così, un attentato dietro l’altro che i due sventano con… ironia) non ne potevo quasi più anche perché le battute continue di Tony Kendall (l’elegante e il simpatico della coppia, mentre Brad Harris è il palestrato un po’ tonto) non è che mi facessero impazzire (una per tutte: “Ho lo stomaco delicato, non digerisco i proiettili”). Il film di cui sto parlando è Agente Jo Walker operazione Estremo Oriente (1966) di Gianfranco Parolini, una parodia degli spionistici come se ne facevano allora, che vira eccessivamente verso l’umorismo infantile (che di solito segna il declino del genere, vedi anche gli spaghetti western…). Tra cloni di Fu Manchu, un filtro per laser che dovrebbe poter abbattere aerei a 150 km di altezza, cattivi imbranati, caratteri fumettistici e qualche doppio gioco (che non può mancare in questo genere di film), la trama non ha particolare interesse. Alcuni punti a favore ci sono, ovvero la presenza di un buon numero di belle attrici in perfetto stile anni Sessanta (Gisela Hahn meglio di Barbara Frey, Margaret Rose Keil meglio di Luisa Rivelli) ed effetti esplosivi artigianali ma ben fatti. (voto 5) Shell nel poco product placement.
Su Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Inchon_(film) trovate la storia assurda del film Inchon (1981), una produzione costata ben 46 milioni di dollari, voluta dal predicatore sudcoreano Reverendo Moon, fondatore della Chiesa dell’unificazione, come propaganda anticinese e anticomunista. Moon godeva negli Stati Uniti di un folto seguito, specialmente negli ambienti della destra reazionaria (era proprietario attraverso le fondazioni della sua Chiesa dell'Unificazione anche del quotidiano The Washington Times) e sperava tramite la produzione di un kolossal cinematografico di aumentare la sua influenza. Produzione anglo/coreana affidata all’esperto Terence Young che poté utilizzare gente come Laurence Olivier, Jacqueline Bisset, Ben Gazzara, Richard Roundtree e Toshiro Mifune (che fa il coreano anche se è giapponese). Il film racconta come il grande generale e stratega Douglas MacArthur, al comando di un esercito delle Nazioni Unite, riuscì, nel 1950, a sovvertire l’avanzata dei nordcoreani, appoggiati dalla Russia, verso Seoul durante la guerra di Corea, grazie ad uno stratagemma (aggirare i nemici giungendo dal mare tipo sbarco in Normandia ma per farlo la spedizione doveva passare da una difficile insenatura vicino a Inchon. L’azione per essere possibile prevedeva una preventiva azione via terra per mettere in funzione un faro, spedizione comandata dall’eroico ufficiale interpretato da Gazzara). Il film fu un colossale fallimento, fu presentato a Cannes e nessuno lo comprò e finì con un incasso di poco più di 5 milioni solo nei cinema americani (ora potete trovarlo su Youtube). Su Imdb, su cui come ho capito, dopo aver incontrato vari esempi di questo, oltre la qualità del film si valuta anche la correttezza morale, sociale e politica, ha un 2,8, uno dei punteggi più bassi in assoluto, probabilmente solo per questo. Se invece vogliamo giudicarlo per il suo valore qualitativo, il polpettone di più di due ore (che inserisce alcune sottotrame come Gazzara sentimentalmente legato alla Bisset che si innamora di una coreana la quale morirà poi eroicamente; la Bisset in fuga dall’attacco nordcoreano che salva delle bambine rischiando prima con l’auto di finire in fondo a un fiume; alcuni giornalisti, tra cui la prosperosa Sabine Sun, moglie del regista, che commentano le azioni americane e si dividono su McArthur, inserimento piuttosto inutile…), nonostante i mezzi messi a disposizione non si discosta molto da alcuni film di guerra girati ad esempio da Lenzi negli anni ’70, quindi piuttosto divertente da seguire ma niente di che, insomma uno spreco di mezzi per un’opera con idee molto basiche. Al film partecipano anche Gabriele Ferzetti (che interpreta un turco!), e tra gli ufficiali sottoposti a McArthur hanno particine Omar Shariff e Gordon Mitchell, che partecipò al film con il suo vero nome Charles Pendleton (ma non è citato nei titoli di testa). Bizzarra la partecipazione di Laurence Olivier, ormai più che settantenne (“l’ho fatto solo per i soldi”) che per assomigliare il più possibile al vero McArthur viene truccato in modo da sembrare il pinguino di Batman! (“Olivier sembra una figura del museo delle cere nel suo makeup come Gen. Douglas McArthur. Ridicola sceneggiatura con alcune scene di battaglia in scala epica” scrive Leonard Maltin). “Una curiosa operazione apparentemente finanziata dai Moonies (seguaci di Moon ndr). L’angolo religioso va a braccetto in modo bizzarro con le scene di guerra e il risultato è un’insoddisfacente confusione” per Halliwell’s Guide. “Il peggior film mai fatto, un tacchino con le dimensioni di Godzilla” per Jack Kroll, Newsweek. “Tra gli spettacoli di carattere militare, uno dei più tristi della storia” per Richard Schinkel, Time. (voto 5-) Il product placement è praticamente nulla anche se spicca un orologio Bulova al polso di Ferzetti.
Per tutti gli anni ’70 del Novecento, dopo la morte di Bruce Lee il 20 luglio del 17973, si sono susseguiti film che ricostruiscono fantasiosamente il suo decesso ed altri interpretati da alias di Bruce Lee per sfruttarne il successo postumo. Nel 1980 il famigerato Nick Randall, leggendario produttore di film exploitation decide di triplicare i Bruce Lee! Si inventa un’assurda trama in cui, dopo la morte di Lee che apre il film, uno scienziato pazzo decida di prelevarne un campione di sangue per creare dei cloni di Bruce Lee. Fa in modo di tenerli sotto il suo controllo con un macchinario fantascientifico (ma a cui basta staccare un filo per renderlo innocuo…) e li impegna per sconfiggere un produttore cinematografico-trafficante di droga e poi un “collega”, un altro folle scienziato che si inventa un siero per trasformare la pelle degli uomini in metallo (attori dipinti con vernice dorata…) e renderli praticamente imbattibili! Peccato che poi basti mettergli in bocca, durante i combattimenti, un’erba velenosa di cui pare vadano ghiotti per sconfiggerli! Bruce Lee-Il volto della vendetta (The clones of Bruce Lee) è diretto da due prolifici quanto oscuri registi di b-movie di kung-fu, il taiwanese dal nome occidentalizzato come John Velasco e il sudcoreano Ki-nam Nam, ed è pieno di combattimenti fino alla nausea (per altro coreografati come se fossero clown del circo a farli) con una trama delirante e alcune cinesine nude tanto per invogliare il pubblico dai più bassi istinti. Botte, fantascienza da due soldi e belle figliole non bastano certo per commemorare il povero Bruce. (Voto 4/5) Molte tute Adidas utilizzate negli scontri, se vogliamo trovare un product placement.
Non si sa come Emimmo Salvi sia riuscito ad ottenere i diritti per riprodurre l’icona di Braccio di Ferro che qui viene sfruttata per pannelli pubblicitari dell’attività di “barilotto” Lello Arena in uno dei punti più bassi della sua carriera, che fu gloriosa. In Pugni, dollari e spinaci (1977) il nostro interpreta Sammy Mannia, italoamericano rientrato in patria per lanciarsi (assieme a personaggi bizzarri: un pittore proveniente da un manicomio, un forzuto mangiaspinaci, un barone con bombetta e baffetti che scimmiotta Poldo sbaffino… dimagrito, un nano bizzoso di nome Golia e qualche altro bifolco) in un’attività ortofrutticola in cui, appunto, si privilegia la coltivazione e la commercializzazione degli spinaci. A lui si oppone Gordon Mitchell (in una delle sue peggiori interpretazioni) una caricatura di gangster dall’accento americano che vuole costruire un grattacielo sulle terre di Sammy e per farlo cerca di mandare quest’ultimo in rovina. Il film non si capisce bene cosa vuol essere, una commedia per bambini (non c’è una sola gag che potrebbe far sorridere un over 12…), uno scimmiottamento dei film di Bud Spencer e Terence Hill, un film dai contenuti sociali con lotta di classe e ecologismo… Comunque l’unico fine è tirare verso un finale in cui ci si gioca il tutto per tutto tra i due rappresentanti delle due parti, i culturisti forzuti Pietro Torrisi e Iloosh Khoshabe… Boh… In questo pastrocchio ci si ritrovano invischiati anche Sonia Viviani, Giacomo Furia e Ugo Bologna ridotto a macchietta. Era invisibile… ma ora, purtroppo, si trova facilmente su Youtube… (Voto 4) Il film oltre ad essere un omaggio-pubblicità a Popeye, è anche un product placement per Surgela.