Gordon nel 1991 torna a collaborare con i Band e la loro nuova casa di produzione, la famigerata Full Moon, e con lo sceneggiatore di Re-animator Dennis Paoli. Stavolta il racconto di partenza non è di Lovercraft ma dell’altro grande della letteratura gotica, Edgar Allan Poe, ed ha dei precedenti ingombranti per il nostro (ricordiamo la versione praticamente perfetta di Corman). Dato però che il testo di partenza tratta solamente della parte “finale” delle torture subite da un condannato a morte (e quindi sarebbe buono giusto per un cortometraggio), tutto ciò che vi è prima deve essere inventato e quindi Paoli si distanzia completamente dalla sceneggiatura di Richard Matheson (per Corman) narrando di tutt’altra vicenda, se vogliamo più inerente all’ambientazione del racconto dato che si svolge durante il periodo della Grande Inquisizione.
E proprio il Grande Inquisitore per eccellenza, Torquemada, è il protagonista di questa storia che si svolge nel 1492 a Toledo (in realtà il film è girato nel castello italiano di Giove, vicino a Terni) e narra di una giovane moglie di un panettiere che trovando ingiusto l’Autodafé e le condanne di gente innocente, durante una di queste macabre celebrazioni (con la moglie di Gordon, Carolyn Purdy-Gordon, trattata al solito con compiacimento sadico dal marito, che viene strozzata in malo modo prima di essere portata sul rogo e bruciata) si getta contro una guardia che sta frustando una bambina e viene portata in prigione dove Torquemada e l’assistente Francisco (il solito Jeffrey Combs) l’accusano di stregoneria.
Non ho ancora detto chi interpreta Torquemada, è Lance Henriksen che si immedesima nelle ossessioni e nei turbamenti dell’inquisitore totalmente. “(Gordon) girò una sadica ma opaca rilettura dell’opera di Poe (…) in cui disegnò, per lo meno, una delle più inquietanti figure di Torquemada, il grande inquisitore, mai portate sullo schermo” scrive Gae Mistretta su un vecchio numero (il 23) di Nocturno. Il mitico attore di tanto cinema di genere americano, ci restituisce un personaggio torvo, sadico e masochista, che si muove con sofferenza e autorità allo stesso tempo in un look monacale da vedere, con una piccola striscia di capelli attorno al cranio pelato. Così il film cambia marcia alle sue apparizioni, quando con lascivia guarda la giovane prigioniera Maria (interpretata da una bella ma non memorabile Rona De Ricci, meteora del cinema ricordata solamente per i suoi nudi in questo film…) sottoposta agli “esami” corporali; quando si fa punire a frustate per i suoi pensieri malsani e a piedi nudi cammina su cocci di vaso; quando confessa il suo amore alla ragazza ma se ne pente e le trancia la lingua; quando fa murare vivo il messo papale (cameo sempre iconico di Oliver Reed); quando alla fine, visto che la situazione gli scappa di mano, si aggira per il castello in preda ad incubi e rimorsi e viene inseguito da uno zombie (una delle sue vittime) per poi finire orribilmente infilzato dalle lame in fondo al pozzo.
Da ricordare anche la sequenza più aderente a Poe, quella della grande lama tagliente a forma di pendolo sospesa sopra il panettiere accorso in aiuto alla moglie e immobilizzato a terra circondato dai topi e l’orribile make-up di una “vera” strega che manda maledizioni prima di esplodere sul rogo per aver trangugiato polvere da sparo (quella vecchina tanto simpatica di Frances Bay qui clamorosamente trasformata).
Troppo spesso indeciso tra il cinema d’avventura e il gotico italiano Il pozzo e il pendolo di Gordon non è quel piccolo capolavoro di tensione e psicodramma oscuro che fu quello di Corman ma tutto sommato se la cava.
Film in costume senza product placement ma contentente un’interessante sequenza in cui viene mostrato come i commercianti sfruttino il dolore dei puniti e la impietosa voglia di essere partecipi dello spettacolo degli abitanti del paese andando a vendere i loro prodotti durante l’autodafé come si va ad una fiera di paese…