Quando si dice di un uomo dalla vita disordinata, quale esempio più lampante il Joe protagonista del film omonimo (Joe, 2013) di David Gordon Green? Lo conosciamo ad inizio film come datore di lavoro per disperati in cerca di una paga in un duro lavoro nei boschi dove hanno il compito di “avvelenare” le piante (professione che sarebbe tutta da approfondire per le motivazioni che vi stanno dietro) e piano piano, attraverso le sue frequentazioni e i suoi scontri, ne apprendiamo il passato. Un uomo che a causa delle sue intemperanze e del suo carattere rabbioso e violento, pur non essendo una cattiva persona, lo hanno portato a 29 mesi di prigione e a scontrarsi continuamente con polizia e “nemici” vendicativi. Joe (Nicolas Cage) ha un sussulto affettivo quando incontra il giovane Gary (Tye Sheridan) in cerca di denaro per supportare la madre e la sorella autistica (ha subito violenza?) contro un padre ubriacone, violento e assassino. Il film, tratto da un romanzo di Larry Brown, è cupissimo e naviga nella disperazione di vite perdute in una provincia americana sprofondata nell’abisso dell’istinto bestiale di uomini marci dentro. Navighiamo in questo lerciume feroce con la barra dritta di chi sa, un po’ troppo scontatamente, dove andremo ad approdare. Nicolas Cage con la sua imperturbabile faccia di quello che è sempre incazzato col mondo, torvo e monoespressivo, scavalca i generi tra B movies, film indipendenti e mainstream da ormai più di quarant’anni diventando un attore di culto (o scult forse) nonostante tutto: evidentemente ha un carisma di seconda serie che prende il pubblico. (voto 6,5) A parte l’utilizzo di automezzi GMC e Honda, l’unico vero product placement è quello di Coca Cola presente in vari aspetti in tante sequenze dell’opera.
Due ragazzini che vivono con le famiglie lungo un fiume su barconi/case sognano una barca tutta loro. Una barca e la libertà. La barca esiste ma è incagliata su un albero, vi è restata dopo un’alluvione. I loro sogni vengono traslati verso uno sconosciuto che vive sull’isola dove si trova la barca e vi vive dentro. E’ questo il Mud del titolo (Matthew McConaughey), un fuggiasco ricercato per aver ucciso un uomo, l’amante violento dell’amata Juniper (Reese Whiterspoon conturbante in shorts e sandali con zeppa). Una storia d’amore che colpisce soprattutto Ellis (Tye Sheridan) che si trova in un momento particolare, in cui sta cercando di capire le dinamiche di coppia. I genitori stanno per separarsi, una giovane più grande di lui gli fa credere di poter diventare la sua ragazza ma poi lo ignora. Ellis non capisce e crede nella forza dell’amore tra Mud e Juniper. Ma Juniper è sfuggente, ha paura di una fuga con un uomo che non sa dove andare nella vita. Allora la si vede passare di uomo in uomo, nonostante ami solo Mud. Finale action che vede coinvolti i parenti vendicativi dell’uomo ucciso da Mud e la figura di padre rappresentata da un ex-cecchino dell’esercito interpretato da Sam Shepard. I sogni di libertà nella natura selvaggia, di un amore da romanzo sfumano ma non l’amicizia formativa tra un uomo e due ragazzini; personaggi alla ricerca di quel padre che o non lo hanno conosciuto o che è mancante per altri motivi. Jeff Nichols era al suo terzo film quando ha girato Mud (2012) e riesce a raccontare un film “morale” che riesce a parlare delle dinamiche dell’amore ma come se fosse una ballata country nella natura americana, tra fiumi, paludi e foreste. (voto 6/7) Il product placement si apre con la rivista erotica Penthouse, continua con le tante auto Ford e una Pontiac; la Nissan è presente con apparecchiature elettroniche, la First National bank in un volantino; tra le bevande Coca Cola, e Lite. Abbiamo infine un orologio Casio e tanti snack in un supermercato (della catena Piggly Wiggly) come Fritos e Lay ma sopra tutti, perché appaiono più volte e sono mangiati avidamente da Mud, i fagioli con carne Beanie Weenies.
Chasing sleep (2001) è un curioso thriller psicologico con poca azione e molti incubi. Non era uscito in Italia a suo tempo ed è stato poi recuperato tramite tv e streaming con il titolo italiano L’insonne. Protagonista è il professore universitario Ed Saxon (un Jeff Daniels su cui ogni regista può contare qualsiasi sia il personaggio da interpretare) che un giorno, al risveglio, nota che la moglie non è rientrata. Segnalerà la scomparsa alla polizia e intanto comincerà per lui un incubo del tutto personale tra insonnia, incubi ad occhi aperti, farmaci per dormire trangugiati in quantità, un misterioso dito tranciato che appare in casa, un amante della moglie incazzato con lui, alcuni poliziotti anch’essi consumatori di tranquillanti (l’uso delle pillole in quantità industriali da parte di un po’ tutti i personaggi mette il dito nella piaga di una nazione trasformata in un insieme di sonnambuli drogati dalla farmacologia) ed infine una sua giovane studentessa che, sotto le apparenze di una sommessa e garbata ragazzina tutta apprensione per il suo professore preferito, svela una sessualità spinta e maliziosa (l’interprete è l’allora venticinquenne Emily Bergl, reduce dall’interpretazione della sorellastra di Carrie in Carrie 2, che qui dimostra meno della sua età e sorprende noi e il protagonista con il suo piccolo seno acerbo e la sua sensualità non certo verginea). Ed comincia a non capire più dove inizia e dove finisce la realtà sprofondando in un’esistenza letargica. Il regista indipendente newyorchese Michael Walker, qui al suo esordio, mostra evidenti debiti con Hitchcock e Lynch e non si scompone nell’inserire pupazzoni mostruosi e dita staccate che si muovono da sole in un film per il resto del tutto mentale. (voto 6+) Poca roba il product placement, si vede solo la rivista Hustler, per l’unico tocco umoristico del film, e alcuni prodotti per la pulizia della casa tra cui Ajax.
L’esordio al cinema del regista svizzero Tim Fehlbaum (ha diretto in seguito altri due film di cui parleremo prima o poi) Hell o Apocalypse (2011) (lo trovate su Primavideo) è un incrocio tra un post-crisi climatica e un horror (ma meno efferato) alla Texas Chainsaw massacre. Il giallo del sole sul terriccio desertico, la polvere, il sudore, lo sporco sui corpi, illustrano questo futuro in cui il caldo è talmente tanto che girare per le strade di giorno ti obbliga a vestirti coprendo tutta la pelle per non bruciarla. L’acqua scarseggia, il carburante anche. Pochi sono i sopravvissuti e lottano per queste risorse. Ma anche per il cibo, fino all’estremo… Protagoniste due sorelle e due uomini che cercano di sopravvivere e di raggiungere le montagne dove, forse, un po’ di acqua la si può trovare. La famiglia dell’implacabile Angela Winkler non è però d’accordo, vorrebbe le donne come spose per i suoi figli e gli uomini messi in un recinto da bestiame… Un film che non dispiace anche se ti lascia un gusto di non completamente realizzato e alcuni passaggi non sono molto coerenti con il clima arroventato. Una visione esasperata di quello che potrebbe accadere se i cambiamenti climatici e la scarsità di risorse continueranno con le tendenze degli ultimi anni. (voto 6) Alpina e Evian il product placement rilevato.
Al NIFFF 2026 abbiamo visto un bel film, crudele, un atto di accusa sulla pressione che viene fatta agli studenti nelle scuole cinesi in cui competizioni e aspettative portavano i ragazzi a drogarsi; il film è Deadline di Kiwi Chow (2025). In Pluto di Su-won Shin del 2012 (ne esiste una versione su Youtube con sottotitoli in italiano!), menzione speciale al Festival di Berlino di quell’anno, abbiamo la visione, sempre pessimistica, sempre fatta di pressioni enormi (più che da parte delle istituzioni dal bisogno di uscire da condizioni di povertà e a causa di una società violenta e competitiva) sugli studenti. Il film è però decisamente diverso, seppur altrettanto bello, dal “cugino” cinese. Qui si parla di una congrega di studenti che creano una società segreta e criminale all’interno della scuola in cui viene invischiato un nuovo arrivato, June, a cui viene accollato l’omicidio del capo di questa setta. Tutto inizia con la morte della vittima e il suo funerale, poi con il sequestro degli altri membri della congrega da parte di June e poi si va di flashback su come si è arrivati a questo, scoprendo terribili avvenimenti del passato, che hanno a che fare con il bisogno di essere i primi della lista tra gli studenti meritevoli. Una vera e propria gara… mortale. Se Deadline apparteneva come genere al film di denuncia sottoforma di film di college, Pluto è più un horror psicologico che ricorda le migliori opere di Kyoshi Kurosawa. “Shi Su-won realizza un’opera nera, ispirata e senza compromessi. Vero cinema politico, in qualche modo speculare a un chiacchierato film giapponese di qualche anno fa (Confessions di Tetsuya Nakashima), con uno sguardo secco e disperato sulla società coreana, sulla violenza sotterranea e su quella manifesta” scrive Adriano Aiello su FilmTv 2015 Anno 23, n. 20. (voto 7) Product placement abbondante, vi troviamo Samsung, i computer sono Dell e Apple, un telefonino Sky, scarpe Gucci e All star, un’auto Sonata della Hyundae e, infine, la birra Cass.