Satyajit Ray è conosciuto principalmente per i suoi delicati film neorealisti e per quelli invece di maggior influenza letteraria dedicati alla condizione della donna in India. Quando invece prende in mano la penna per scrivere sceneggiature originali si concentra principalmente su un’investigazione degli ambienti borghesi e sulla psicologia di personaggi presi dal cerchio delle sue conoscenze.
Nel caso di Nayak/The hero è un attore di Bollywood che si ritrova psicanalizzato dalla camera di Ray. Siamo al metacinema e alla metafora che si sviluppa su di un treno (tranne la breve parte iniziale e i flashback, non si esce mai da lì), facile allegoria della vita che scorre con le fermate/fasi ad intercalare, in cui il protagonista, il vero divo del cinema del Bengali Uttam Kumar, incontra i topoi delle persone che normalmente si rapportano con una celebrità. Vi è un vecchio saggio e tradizionalista che è contrario al cinema perché chi lo fa vive vite dissolute (in effetti Kumar è semialcolizzato…); una bambina ammalata per cui il nostro è un eroe (non ha perso nessuno dei suoi film) e rappresenta il sogno e la speranza di una vita migliore; una ragazza sposata in cerca di ingaggio perché vuole diventare un’attrice ed ha uno strano rapporto col marito che la spinge verso la fama con atteggiamento ambiguo (e la storia di lei ha parallelismi con quella dell’unica donna amata dall’attore); una folla che preme contro i finestrini durante le fermate in cerca di autografi. Vi è poi, soprattutto, Aditi, una giornalista carina assai (Sharmila Tagore, stupenda per come cavalca il confine tra donna dimessa e ammaliante bellezza) che diventerà il suo confessore.
Cosa succede infatti: durante un abbioccamento, Kumar fa uno strano sogno in cui si ritrova in un deserto in cui al posto delle dune di sabbia vi sono montagne di banconote. Il nostro affonderà in queste, dopo aver ricevuto una telefonata a cui non risponde che pare arrivare direttamente dall’ade, e a nulla serviranno le sue invocazioni d’aiuto.
Dopo questo surreale sogno il divo corre da Aditi a sfogarsi e cominciano i flashback sulla sua vita dove tra tradimenti all’arte e alle convizioni politiche, meschine vendette per competizioni attoriali e conflitti con la donna amata, scoprireme quanto “l’eroe” dei film di azione non è altro che una fragile creatura che vive di menzogna e appariscenza.
Il film è l’ 8 e mezzo del maestro indiano che col tempo si intellettualizza ma comunque riesce a darci film personali e morali anche quando non si occupa di povertà e ingiustizia (che comunque rientrano dalla porta di servizio in forma di rapporti degenerati a causa della ricchezza e dello snobismo che questa comporta).
Poco product placement anche se troviamo la marca di un rasoio elettrico, EDWARD’S whisky, una borsa con marchio ben visibile e, soprattutto, tanta COCA COLA che sembra sia l’unica bevanda ingerita durante il viaggio (a parte l’alcool obnubilante scolato dal nostro…)